Emerald City 1x01: Il mondo moderno di Oz

L'universo creato da Frank L. Baum torna sugli schermi in una veste forse fin troppo rinnovata, dove manca - per ora - la magia.

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Per molti Il mago di Oz, oltre ad essere il primo di quattordici libri che lo scrittore Frank L. Baum ha dedicato a un mondo incantato e incantevole, è anche e soprattutto una delle pietre miliari della storia del cinema, uno dei tanti prodotti imprescindibili di quell'anno cinematograficamente ineguagliabile che è il 1939, un'esplosione di colori e magia che anche a distanza di quasi otto decenni rimane uno dei migliori esempi della capacità che ha il grande schermo di farci sognare e dimenticare, anche solo per poche ore, i problemi di una realtà sempre più complicata. Un modello non facile da seguire, come hanno sperimentato sulla loro pelle Walter Murch e Sam Raimi con delle pur ammirevoli rivisitazioni dell'universo baumiano, che ha anche viaggiato più volte verso i lidi della televisione, sia in forma animata che con attori in carne ed ossa, come accaduto ad esempio dieci anni fa nella miniserie Tin Man, rilettura fantascientifica ma comunque abbastanza fedele dell'originale. Ora ci prova la NBC con Emerald City, un progetto a dir poco ambizioso e dalla gestazione molto lunga (il soggetto fu proposto al network nel 2013, ma fu necessario un rimaneggiamento della serie in seguito a divergenze creative con lo showrunner).

Non siamo più nel Kansas!

Emerald City fa parte della nuova tendenza che vuole che prodotti del passato vengano reinterpretati in una chiave più dark e adulta, un concetto che emerge chiaramente nei primi minuti del pilot poiché la nuova Dorothy non è proprio una ragazzina, e sfrutta il proprio lavoro - fa l'infermiera - per sottrarre farmaci ai pazienti e darli alla zia. Non che il Mago (Vincent D'Onofrio) sia molto meglio: la versione 2017 del celebre e carismatico imbroglione è una figura autoritaria alquanto despotica, al punto che viene da chiedersi se entro il decimo ed ultimo episodio della prima stagione sia previsto uno scontro fisico tra lui e Dorothy. Altri elementi familiari sono altrettanto presenti con dei ritocchi più moderni, un'idea che di per sé non è malvagia dato che il materiale di base è più che adatto a riletture di vario genere (basti pensare al successo di Wicked sui palcoscenici di Broadway). Il problema è che in tutte quelle altre versioni, anche il sottovalutato Il grande e potente Oz di Raimi, c'era quella componente immaginifica che rende l'universo di Baum riconoscibile anche sotto mentite spoglie, mentre in questa sede, almeno nella prima ora e mezza, è tutto un po' troppo "terra terra". Un contraddizione tra la fonte e l'esecuzione che rende ancora più bislacca la decisione di affidare la regia di tutte e dieci le puntate a Tarsem Singh, un cineasta dall'estro visivo debordante. Forse è un segnale incoraggiante per gli otto episodi che rimangono, ma per ora l'operazione, per quanto piuttosto piacevole come prodotto a sé stante, sa un po' di occasione sprecata.