Girlboss 1x01: prime impressioni sulla nuova serie Netflix

Arriva su Netflix la serie tratta dall'autobiografia di Sophia Amoruso, giovane imprenditrice della moda. Ecco cosa pensiamo dell'episodio pilota.

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"I sogni svaniscono con l'età adulta", dichiara amareggiata Sophia dopo l'ennesimo licenziamento, una frase grondante di tragedia come quella che pronunciava Allison "the basket case" in Breakfast Club, "quando cresci il tuo cuore muore". E in effetti Kay Kannon, creatrice della nuova serie targata Netflix, Girlboss, ci tiene a ricordare quanto il cinema di John Hughes influisca sulla sua scrittura: stavolta l'occasione si presenta con l'adattamento di un'autobiografia, quella della giovanissima imprenditrice di moda Sophia Amoruso che nel 2006, a soli ventidue anni, mise in piedi una sorta di negozio virtuale su Ebay nominato Nasty Gal dove vendeva tutti i capi vintage della sua nutrita collezione. La prima stagione, composta da tredici episodi, debutta sulla piattaforma streaming il 21 aprile sfoggiando sin dall'episodio inaugurale una leggerezza dei dialoghi (già presente nei passati lavori della Kannon, Pitch Perfect tra questi) a cui si addiziona perfettamente la regia fresca e musicale di Christian Ditter (Scrivimi ancora, Single ma non troppo).

Ribelle e disobbediente: Sophia è il simbolo dei millennials viziati

In una San Francisco di ripide salite e precipitose discese, metafora esistenziale della vita sregolata della protagonista, la vicenda di Sophia rivela luci e ombre di una generazione disobbediente: persa ormai qualsiasi propensione al sogno, i millennials rappresentano il fallimento della società americana, più in generale, e di un'etica dell'impegno e del lavoro inesistente; pertanto, il personaggio interpretato da Britt Robertson (che ha la sensualità di Carla Cugino e l'innocenza di Dakota Johnson) non suscita affatto simpatia - ed è giusto così - e fornisce allo spettatore soltanto l'immagine di una evidente contraddizione. Indossando abiti d'epoca ma rimanendo fortemente radicata nella nullafacente tutta contemporanea dei ragazzi viziati.

A livello ritmico e visivo, Girlboss riprende la messa in scena teen e i colori cangianti di How to be single - e la mano di Ditter si fa sentire - con un'ottima selezione musicale e un montaggio veloce. Sarà interessante scoprire, nel prosieguo della serie, che tipo di riflessioni abbia sviluppato Kay Kannon partendo dall'esperienza reale e biografica e in che modo questa verrà trasferita nella narrazione seriale. Le premesse, almeno per ora, ci sono.