Snowfall 1x01: il lato oscuro degli anni ottanta

Prime impressioni sul nuovo crime drama della FX, incentrato sull fenomeno dell'epidemia di crack a Los Angeles nel 1983...

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Archiviate le nuove stagioni di Fargo e The Americans e il debutto di Feud, senza dimenticare Taboo in collaborazione con la BBC, l'emittente cable FX punta nuovamente su una serie drammatica dal contenuto forte, collocata nello slot estivo precedentemente occupato da Tyrant. Parliamo di Snowfall, serie la cui prima stagione di dieci episodi arriva sugli schermi dopo un percorso un po' travagliato, segnato soprattutto dallo sviluppo iniziale alla corte di Showtime, che ha successivamente rinunciato al progetto. Come nel caso di The Americans, si trae spunto da eventi reali, in questo caso l'ascesa del crack nei primi anni Ottanta, mentre l'ambientazione rovente losangelina non può non richiamare il primo grande successo della FX, ossia The Shield. Tra i creatori dello show è d'obbligo segnalare la presenza di John Singleton, regista sempre più attivo sul piccolo schermo (negli ultimi anni ha diretto episodi di Empire e American Crime Story), mentre tra i produttori esecutivi c'è Thomas Schlamme, storico sodale di Aaron Sorkin (Sports Night, West Wing e Studio 60 on the Sunset Strip) e regista di diversi episodi del defunto Manhattan. E proprio dal mondo sorkiniano proviene Tim Matheson, che in Snowfall interpreta il magnate George Miller.

Destini incrociati

Snowfall è un racconto corale, incentrato principalmente su tre personaggi: il giovane spacciatore Franklin Saint (Damson Idris), il wrestler divenuto gangster Gustavo Zapata (Sergio Peris-Mencheta) e il figliol prodigo Logan Miller (Billy Magnussen), alla ricerca di un modo per liberarsi dell'ombra ingombrante del padre.

Ai loro destini si uniscono quelli di altri individui come un agente della CIA e la figlia di un boss criminale messicano. Una miscela ambiziosa, forse troppo, che almeno in sede di pilot appesantisce un po' la narrazione con la consueta necessità da network (anche i basic cable, dove è ancora in vigore il sistema dell'approvazione della serie intera dopo aver girato l'episodio introduttivo), dove occorre presentare e spiegare tutto o quasi nei primi quaranta-cinquanta minuti, in modo da rendere l'azione più fluida nelle puntate successive. Ci troviamo dunque di fronte ad un prodotto non privo di interesse ma finora un po' convenzionale, nella speranza che i nove capitoli restanti diano all'operazione quel qualcosa in più che caratterizza il meglio delle produzioni FX (per non parlare dell'auspicata risoluzione del problema legato allo squilibrio tra i diversi archi narrativi). Le premesse per un dramma solido e intelligente su una problematica del passato per riflettere sul presente ci sono tutte, rimane solo da vedere come procederanno gli showrunner. Certo, la scelta del palinsesto estivo non è un segnale del tutto positivo, ma le possibilità di essere smentiti sono numerose.