The Man in the High Castle 2x01: Piacere, sono l'autore

La seconda stagione della serie distopica inizia con una nuova grande ora di Storia alternativa, in un mondo inquietantemente simile al nostro.

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Quando Amazon ha dato il via a The Man in the High Castle, adattamento seriale del celebre romanzo di Philip K. Dick, era "solo" la trasposizione molto attesa di un capolavoro della letteratura di genere e una riflessione intelligente sull'uso della Storia alternativa - in questo caso un 1962 dove gli Alleati hanno perso la Seconda Guerra Mondiale e gli Stati Uniti sono dominati a pari merito da Giappone e Germania - per meditare sulla nostra realtà, nel mondo della serie e fuori dallo schermo. Un anno dopo, al di là di presunte dispute dietro le quinte (il creatore e showrunner Frank Spotnitz, coinvolto anche nella realizzazione di Medici, ha lasciato il programma durante le riprese della seconda stagione), la fantasia dickiana portata sul piccolo schermo ha ben altre connotazioni, alla luce del trionfo elettorale negli Stati Uniti di Donald Trump, spesso paragonato a personaggi totalitari come Hitler, ed eventi simili che, a livello politico mondiale, segnalano il ritorno di mentalità che credevamo profondamente ancorate nel passato. È quindi molto pertinente la sequenza d'apertura, dove degli studenti perfettamente normali iniziano il giorno di scuola declamando un giuramento di fedeltà nei confronti del Führer.

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The Tiger's Cave è notevole soprattutto per l'introduzione della figura a cui allude da sempre il titolo della serie, "l'uomo nell'alto castello". Interpretato da Stephen Root, questo personaggio non del tutto sano di mente (a forza di visionare film che mostrano realtà alternative) è un'aggiunta affascinante che nutre il mistero legato alle storyline del programma, e una di tre new entries insieme al leader della Resistenza (Callum Keith Rennie) e uno degli alti ufficiali del Reich, Martin Heusmann (Sebastian Roché). Per quanto concerne i protagonisti introdotti nella prima stagione, essi rimangono al centro di segmenti separati ma tutti ugualmente importanti sia nel portare avanti la trama orizzontale (Hitler, alla sua terza apparizione nella serie, è sottilmente inquietante come sempre mentre interagisce con John Smith), sia nell'evocare l'atmosfera riconoscibilmente cupa e la possibilità di un mondo alternativo migliore. Le promesse per una stagione ricca e gratificante quanto la prima ci sono tutte, ma rimane il dubbio sulle eventuali conseguenze dell'addio in medias res di Spotnitz. Un dubbio che - speriamo - i nove episodi rimanenti dovrebbero rimuovere, a patto che il nuovo showrunner si sia fatto dire dal predecessore che piani avesse per la prosecuzione e conclusione del programma.