Luke Cage, le impressioni di metà binge watching

Arrivati al termine delle prime sei puntate, la serie Netflix/Marvel Luke Cage non delude le aspettative e si conferma... a prova di proiettile

half season Luke Cage, le impressioni di metà binge watching
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Sara Sagrati Sara Sagrati ha dna marchigiano ma nasce in Brianza. Nonostante l’ambiente non veda di buon occhio la sua passione, il richiamo del grande e piccolo schermo è troppo forte e la cinefilia, la malattia genetica con cui è nata, oltre 40 anni dopo è ancora lì ad accompagnarla

È nero, è bello e vive a Harlem. È Luke Cage e arrivati a metà del binge watching non possiamo che confermare le nostre prime impressioni: l'omone ci sa fare! E come ci è accaduto con i serial Marvel per Netflix, a metà stagione ne siamo completamente assuefatti. Merito dell'eroe, naturalmente, del cattivo, della musica e di tutti i motivi di cui vi abbiamo già parlato, ma soprattutto per il suo andamento. Le prime due puntate ingranano lente, necessarie a convincere un Luke Cage recalcitrante a entrare in azione, ma stabilito il campo d'azione (Harlem), il tono (giallo musicale) e i personaggi (Cottonmouth su tutti), l'azione può partire. E diavolo se parte! E come già accadeva nella prima (ma anche seconda) stagione di Daredevil - primo capitolo del progetto Netflix/Marvel che porterà ai Defenders - il punto di svolta è una scena d'azione coi controfiocchi: l'entrata a Fort Knox. Una volta visto cosa il nostro eroe può fare - e finalmente vuole fare - non possiamo che restiare con lui.

Alle origini di Luke Cage

Un trucchetto da bravo showrunner, certo, ma Cheo Hodari Cocker non fa giochetti. Anzi, dimostra una certa dimestichezza nel trattare la materia originale del fumetto, adattandola al progetto Netflix/Marvel e ai tempi moderni. E con buona pace di Quentin Tarantino, riesce anche a omaggiare la blacksploitation da cui nasceva Luke Cage. La violenza è certamente mitigata, la sessualità come la si intendeva allora quasi assente, ma nella puntata quattro (Step in the Arena) diretta da quel geniaccio di Vincenzo Natali (Cube, e le puntate più oniriche di Hannibal) si torna alle origini del personaggio tramite flashback: capelli afro, prigione, botte e amore. Un vero gioiello che mette a fuoco il personaggio, dilata l'azione della storyline, e introduce la backstory di Shades, anticipando eventi futuri legati al personaggio di Shades e quindi di Diamondback. E chi conosce il fumetto starà già sbattendo i pugni d'acciaio sul tavolo.

Senti come suona

Lodi quindi a Cheo Hodari Cocker per il ritmo scelto e come riesce a gestirle, per la perfetta scelta dei collaboratori, ma anche per aver saputo tramutare in serie un format fatto da numerosi elementi. La cultura afroamericana, la musica, il rapporto con Harlem, la fotografia realistica ma virata verso palette gialle e controllate, le parabole dei personaggi. In molti avrebbero potuto fallire nel miscelare sapientemente questi ingredienti, diluendoli troppo o slegandoli completamente. In Luke Cage invece restano leggibili ma credibili. Con una lode particolare per l'utilizzo della musica, sia per quanto riguarda le esibizioni live all'Harlem Paradise (roba davvero forte!) ma anche per l'uso della notevole colonna sonora, sempre pronta a incalzare le scene d'azione con poche note, ma ben assestate.


Chi ha paura dell'uomo nero?

La cultura afroamericana, soprattutto, è davvero centrale. Non si tratta solo di una scelta di cast dovuta dall'adattamento del primo eroe nero della Marvel ad avere una sua serie di fumetti personale (nel 1972, ideato da Archie Goodwin, George Tuska e John Romita Sr.). Probabilmente molti riferimenti sono assai complicati per un italiano, che ovviamente non conosce gli eroi del baseball, ma anche le personalità ammirate dalla comunità nera americana. Eppure senza (troppi) spiegoni, Luke Cage riesce a raccontare ai bianchi americani e "agli stranieri" di cosa sta parlando. Non facile, ma necessario per rendere appieno lo spirito in cui era nato il fumetto, ma anche (in)volontariamente perfetto per inserirsi nell'attualità di questi strani giorni in Usa. La risposta non è farsi giustizia da soli, ma non nascondersi. Perché come dice Luke Cage: «Io non credo in Harlem, ma nelle persone che rendono Harlem quello che è».

Non chiamatelo Cottonmouth

Poi ci sono i personaggi. Se il povero Pop (Frankie Faison) è chiaramente una vittima sacrificale per innescare il nostro eroe, tutti i ruoli di contorno sono perfettamente a fuoco: dai ragazzini che cercano di derubare il boss ai poliziotti. Facce giuste, dialoghi convincenti (ogni tanto qualche spiegone evidente, ma mai pedante) e azioni misurate vanno a costruire il mondo in cui far muovere i protagonisti. E che protagonisti. Come già visto in Jessica Jones, Mike Colter è un Luke Cage perfetto. Bello, affascinante, credibilmente invincibile ma anche vulnerabile. Perfetti villain i cugini black Mariah Dillard (Alfre Woodard) e Cornell 'Cottonmouth' Stokes (Mahershala Ali) attori di classe, perfetti nell'incarnare la dualità di personaggi eleganti seppur profondamente violenti. E chissà cosa ci dobbiamo aspettare ancora da Shades (Theo Rossi). Poi c'è Misty Knight (Simone Missick) - che tra l‘atro apparirà anche nei Defenders - affascinante, determinata e dagli sviluppi interessanti. Un ottimo cast e una, per ora, caratterizzazione convincente. Sicuramente le concessioni necessarie a rendere la serie adatta a un pubblico generalista e senza divieti, si vedono, ma non danno fastidio. Forse un pochino per la scena di sesso, ma in fondo è un prurito grattato via presto. A dirla tutta, tali insidie sono state superate brillantemente. Se ne vuole ancora e il binge watching, dopo la seconda puntata, si trasforma in una necessità. E a metà dei 13 episodi, al termine della puntata sei (Suckas need Bodygards) tutto sembra tornato al posto giusto, ma sappiamo benissimo che non sarà così. Il finale di mid season ci inganna e ci fa solo venir voglia di arrivare fino in fondo senza prenderci una pausa. Quando entrerà in scena Erik LaRay Harvey aka Willis 'Diamondback' Stryker? Che metodo utilizzerà la consigliera Mariah Dillard per cercare di far fuori il nostro? Come ci ha fatto notare: «sarà pure antiproiettile, ma non ha le branchie». Perché, caro Luke Cage, il bello, ovvero "il brutto", sta per arrivare.

Marvel's Luke Cage - Stagione 1 Le nostre impressioni di mid season sulla nuova serie Netflix/Marvel Luke Cage sono decisamente positive. Dopo un inizio dilatato, necessario a dare le giuste motivazioni al personaggio, il ritmo sale, la musica si fa incalzante e l'azione pure. Alla fine della puntata sei molti giochi sembrano risolti, ma è chiaro che la seconda parte riserverà ancora molte sorprese.