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Amanda Knox: il processo del secolo secondo Netflix

Netflix ricostruisce il caso Amanda Knox con un documentario pronto a suscitare scalpore, tra immagini inedite e testimonianze dirette.

recensione Amanda Knox: il processo del secolo secondo Netflix
Articolo a cura di
Sara Sagrati Sara Sagrati ha dna marchigiano ma nasce in Brianza. Nonostante l’ambiente non veda di buon occhio la sua passione, il richiamo del grande e piccolo schermo è troppo forte e la cinefilia, la malattia genetica con cui è nata, oltre 40 anni dopo è ancora lì ad accompagnarla

1° novembre 2007. A Perugia, nella casa che condivideva con altre studentesse straniere, viene trovato il corpo senza vita della giovane britannica Meredith Kercher. A farne la triste scoperta, la coinquilina americana Amanda Knox, in Italia da poche settimane, che da lì a breve diventerà la protagonista di quello che sarà chiamato "il processo del secolo". Il nuovo documentario originale Netflix Amanda Knox, disponibile worldwide a partire dal 30 settembre, ripercorre il caso giudiziario che tenne il mondo con il fiato sospeso, ricostruendolo attraverso immagini inedite al grande pubblico e testimonianze dirette della protagonista, Raffaele Sollecito, Giuliano Mignini pm a capo delle indagini e convinto colpevolista, Nick Pisa primo giornalista sulla scena del crimine e Valter Biscotti avvocato di Rudy Guede. Il film, presentato in anteprima a Milano alla presenza dei registi Rod Blackhurst e Brian McGinn, è il risultato di 5 anni di lavoro sul campo, passato tra America, Italia e Inghilterra.


Nonostante l'ipermediaticità del caso Amanda Knox il film risulta inedito

Un lavoro ben visibile e di grande impatto, che rappresenta il punto di forza dell'opera, tanto da suscitare una prima e forte sensazione di risposta alla visione: possibile che una delle vicende più seguite dalla stampa di tutto il mondo possa fornire così tante novità? Eppure, nonostante l'ipermediaticità del caso Amanda Knox il film risulta inedito. Blackhurst e McGuinn sono gli unici ad aver recuperato le immagini girate sulla scena del crimine da Amanda e poi usate dagli inquirenti per le indagini, sono i primi a mostrare le ricostruzioni fatte dalla scientifica, ma anche gli unici a essere presenti a casa Knox, a Seattle, alla lettura del verdetto della cassazione. «I documenti sono tutti autentici - ci ha detto Rod Blackhurst - e li abbiamo trovati spulciando l'archivio di tribunali e forze dell'ordine. Si tratta di immagini disponibili e a disposizione di chi sa cercare». Da questo punto di vista il documentario è davvero straordinario e permette agli affamati di cronaca nera di saziare diversi tipi di appetito. C'è infatti l'aspetto macabro appagato da filmati e ricostruzioni, ma anche parti destinate a titillare indignazione, empatia e compassione. E forse questo è il punto debole del film.


l'affetto per Amanda straborda nelle scelte di montaggio

Troppo concentrato a mettere insieme 5 anni di duro e onesto lavoro, Blackhurst e McGuinn si fanno pendere la mano e alla fine mettono insieme un manifesto di innocentismo che cede verso l'affetto nei confronti della protagonista assoluta Amanda Knox, descritta come vittima sacrificale perfetta: fotogenica, stramba e promiscua. «Non volevamo dare giudizi, solo ricostruire i fatti nella maniera più oggettiva possibile, così come ci è apparsa nelle nostre ricerche». Così hanno dichiarato al termine della proiezione stampa i due registi e, oggettivamente, è quello che fanno, ma l'affetto nei confronti della protagonista straborda nelle scelte di montaggio. A lei è dedicato l'incipit, a lei è dedicato lo struggente finale. Amanda è l'unica a dare giudizi sull'accaduto, a ipotizzare motivi della sua incarcerazione, è l'unica a pronunciare parole affettuose. Raffaele Sollecito, forse a causa di un inglese non proprio perfetto, è quasi una comparsa, il pm Giuliano Mignini risulta sincero e onesto quanto incompetente, mentre il giornalista Nick Pisa diventa il vero cattivo della situazione, grazie a una serie di dichiarazioni che evitiamo di anticipare per non spoilerare "il piacere" della scoperta.

Consigliatissimo ai colpevolisti convinti

Amanda Knox è un documentario decisamente televisivo, che cinematograficamente soffre la propria struttura da "teste parlanti". Dalla sua però può vantare una ricostruzione dei fatti molto ben documentata, che va ben oltre la copertura mediatica di cui il "processo del secolo" è stato vittima. Coprodotto e distribuito da Netflix, il documentario Amanda Knox sembra voler continuare quel viaggio intorno all'ingiustizia inaugurato da Making a Murder. Eppure il regista Brian McGinn ci ha assicurato che il film fu proposto alla piattaforma prima che proponesse la docuserie sul caso Avery. «Avevo lavorato a Chef's Table - ci ha detto - e ho proposto il progetto a Netflix che ha subito accettato, anche se il film era già in fase di ultimazione. Quindi non conoscevamo Making a Murder e non possiamo sapere se Netflix ha in mente un progetto di racconto sull'ingiustizia». Spogliando la storia di eccessiva morbosità e allontanandosene in senso temporale, Amanda Knox ha comunque il pregio di raccontare una storia e di farlo in maniera professionale. Consigliatissimo ai colpevolisti convinti che potranno mettere alla prova le proprie convinzioni... e oggigiorno non è affare da poco.

Amanda Knox Il film Netflix Amanda Knox riesce nell'intento di informare e ricostruire la vicenda passata alla storia come il processo del secolo, ma nonostante il grande valore del materiale inedito e delle testimonianze dirette raccolte in 5 anni di lavoro, cinematograficamente il film non va oltre al buon documentario tv. Consigliatissimo ai colpevolisti accaniti

6.5