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Atypical: Recensione della nuova serie Netflix

La recensione di Atypical, la nuova serie Netflix che prova a raccontarci la vita di un ragazzo autistico in maniera leggera e senza retorica.

recensione Atypical: Recensione della nuova serie Netflix
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Ci sono argomenti delicatissimi, pericolosi, difficili da raccontare perché potenzialmente esplosivi; sono quegli argomenti che scatenano la parte più apparentemente umana di noi, ci fanno sentire buoni, ci fanno indignare se qualcosa non va per il verso giusto. Ci sono delle tematiche che ci fanno perdere la ragione, perdere uno sguardo critico e razionale, lasciandoci in una fase di ira ingiustificata, pronta a scagliarsi contro chiunque sia fuori da quel campo che noi riteniamo di giustizia. Vista in questo modo si potrebbe pensare che la cosa più intelligente da fare, in questi casi, sarebbe quella di tenersi alla lontana da narrazioni di un certo tipo, lontani dalla voglia di voler raccontare cose che potrebbero venir ingiustamente criticate dalla parte più emozionale del pubblico.
Poi c'è Robia Rashid, una di quelle che non ha avuto paura delle tempeste mediatiche, ed ha dato alla luce un piccolo show di quelli belli, che sottotraccia si è preso sulle spalle il peso di un argomento delicato, ha resistito alla bufera e ha portato avanti il suo discorso personale, in modo coraggioso e funzionale.
Parliamo chiaramente di Atypical, nuova serie Netflix in onda da pochi giorni, e capace di provocare un terremoto nonostante fosse uno di quei prodotti considerati "minori".

L'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale

Sam Gardner è un adolescente, ama l'Antartide e soffre di autismo ad alto funzionamento. Malattia molto seria, che trova però in Atypical un modo vincente per essere raccontata. Un family dramedy nel quale l'autismo è affrontato con leggerezza ma non con superficialità; un racconto lontano da pesanti e noiose retoriche, che fa della simpatica drammaticità il suo punto di forza. Non è una visione ridicola quella che ci viene presentata, come invece hanno affermato in questi giorni diverse associazioni internazionali, ma assolutamente spontanea, che crea un'ilarità dovuta allo spaesamento iniziale dello spettatore, da subito coinvolto empaticamente dalla situazione, non perché si provi pena nei confronti di Sam (Keir Gilchrist), ma perché personaggio vivo, con le sue debolezze e le sue forze.

È un ragazzo che, con le sue modalità, prova a staccarsi di dosso l'etichetta di anormale, cercando di avvicinarsi a consuetudini ed esperienze comuni. È un ragazzo che non diversamente dai suoi coetanei vuole avere a che fare con l'amicizia, con il sesso, con l'amore, e che diligentemente si prodiga per riuscirci. L'altro punto vincente, inaspettatamente, è la coralità. Per quanto si parli di autismo, non siamo di fronte ad uno show incentrato esclusivamente sul malato. Nel pieno rispetto dei canoni delle commedie familiari, protagonisti, anche se in diverse misure, sono tutti i componenti della famiglia, ciascuno a suo modo diviso tra i propri drammi e più o meno direttamente dalla condizione di Sam.

We are family

Doug è un padre spaventato, lontanissimo da suo figlio, ma alla disperata ricerca di un modo per migliorare, per sentirsi finalmente utile. Michael Rapaport è veramente credibile nei panni di un paramedico non preparato ad affrontare in prima persona un problema di questo tipo. Scopriamo nel corso degli otto brevi episodi, come la sua vita sia stata segnata dalla nascita di Sam. Veniamo a conoscenza della sua fuga, del suo senso di inadeguatezza, del rapporto privilegiato con la figlia, cresciuta un po' come un maschio, perché normale e dagli interessi più vicini, rispetto alle metodiche fantasie del primogenito.
Dietro gli atteggiamenti da maschiaccio di Brigette Lundy-Paine, si nasconde tutta la pesantezza della precoce responsabilità. Casey è una sorellina affettuosa, diligente, premurosa, costretta dall'amore per il fratello e gli obblighi decisi dai genitori, a mettere da parte i propri sogni per stare dietro a Sam. Proprio il suo bisogno di libertà, e il suo dissidio, sono tra le cose più interessanti, solitamente meno il luce rispetto alle difficoltà di un genitore ad esempio.
Il vero elemento catalizzatore è però Elsa, la madre di famiglia. La sua ossessione, la sua figura iper-protettiva, il suo crollo nervoso, la sua insoddisfazione, il ridimensionamento causato dal constatare come i figli siano cresciuti, se vogliamo anche la sua avventura amorosa. Sono più o meno tutte situazioni abbastanza scontante, tre le più abusate nel descrivere problematiche di questo tipo.

Eppure Jennifer Jason Leigh ne esce magnificamente, riuscendo a donare carattere e interesse magnetici, al personaggio che sulla carta dovrebbe appunto creare più empatia, ma che si basa su un po' troppi cliché.
L'equilibrio e la giusta alchimia sono in definitiva le chiavi di Atypical, non solo per la giusta amalgama dei protagonisti, ma anche per la scelta dei toni. Si ride, ci si commuove, si pensa, si critica, tutto nella giusta misura, senza eccedere mai da nessuna parte. Secondo noi la scommessa è vinta, lasciandoci in questa estate caldissima un buon prodotto tra le mani, capace col sorriso di farci entrare in un mondo spinoso come quello dell'autismo. Non resta che aspettare l'annuncio per una seconda stagione, che sembrerebbe quantomeno scontata, visto il cliffhanger finale. Ma con Netflix, si sa, niente è mai sicuro.

Atypical - stagione 1 Atypical intraprende una strada coraggiosa e riesce a fare centro. Una serie equilibrata, leggera, mai fuori posto, che riesce con toni delicati e pieni di ilarità ad affrontare senza paura e retorica un argomento difficoltoso come quello dell’autismo.

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