Recensione Better Call Saul - Stagione 2

Il secondo ciclo delle disavventure di Jimmy McGill si chiude con l’ennesima conferma dell’altissima qualità del mondo creato otto anni fa da Vince Gilligan con il cult Breaking Bad

recensione Better Call Saul - Stagione 2
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Commentando il primo episodio della seconda stagione di Better Call Saul ci eravamo soffermati brevemente su un dettaglio legato alla sequenza dei titoli di testa, ora contenente piccoli sprazzi in bianco e nero. Come altre persone colpite da questo particolare, avevamo ipotizzato che ciò potesse rappresentare una presenza maggiore dei flashforward ambientati dopo Breaking Bad, che sono appunto monocromatici. Così non è stato: il destino di Saul Goodman alias Jimmy McGill alias "Gene" (il nome che usa dopo essere fuggito da Albuquerque) rimane un evento che per ora vediamo solo in piccole dosi, nei primi minuti dell'episodio inaugurale della stagione. Una piccola delusione che però non incide radicalmente sull'esito artistico di questo secondo ciclo di episodi, dove il monocromatismo occasionale dei credits diventa invece il simbolo delle sfumature di grigio che accompagnano l'evoluzione del protagonista.

"Amore" fraterno

Tra i maggiori punti di forza di questa stagione è impossibile non parlare della potente alchimia personale tra Bob Odenkirk e Michael McKean, due attori dalle radici comiche - il primo ha iniziato la carriera come sceneggiatore di Saturday Night Live, il secondo fa parte della famiglia allargata di Christopher Guest - che nel corso di dieci episodi hanno raggiunto nuove vette per quanto concerne le loro capacità drammatiche. Se già nella prima annata ci aveva sorpreso l'anima più cupa e malinconica della performance di McKean, abituato a ruoli poco seri anche in progetti non comici, il co-creatore di Spinal Tap è una vera rivelazione nel secondo ciclo di episodi, trasudando risentimento, invidia e disperazione da tutti i pori fino all'escalation nelle puntate conclusive, con un'immagine di commiato che praticamente garantisce la nomination all'Emmy e suggerisce l'evoluzione di Chuck McGill in quanto vero antagonista della serie. Se l'attesa dei nuovi episodi si è fatta ancora più spasmodica del previsto, il merito è quasi interamente delle interazioni fra i due fratelli.

"Fring's back"

Arrivati alla seconda stagione è anche aumentato il tessuto connettivo fra Better Call Saul e Breaking Bad, che lo scorso anno si era sostanzialmente limitato all'ospitata di Tuco Salamanca e qualche allusione al futuro di Mike Ehrmantraut. Sarà necessario aspettare ancora un po' per vedere Bryan Cranston e Aaron Paul, ma nel frattempo Vince Gilligan e Peter Gould stanno ponendo le basi per un altro grande ritorno, quello del temibile Gus Fring interpretato da Giancarlo Esposito, il cui debutto imminente nello spin-off sarebbe presagito da un indizio nel finale di stagione e dall'anagramma, ottenuto riordinando le lettere iniziali dei titoli degli episodi, che abbiamo citato nel titolo del paragrafo. Senza dimenticare l'apparizione, sorprendente e molto gradita, di Hector Salamanca (Mark Margolis), presenza muta - letteralmente - ma terrificante nella serie madre e qui dotato del dono della parola con effetti altrettanto minacciosi. E con lui si manifesta un'altra sfumatura di grigio, che fa emergere maggiormente il lato drammatico di una serie che, lo scorso anno, si era presentata con toni più apertamente leggeri.

Better Call Saul - Stagione 2 La seconda stagione di Better Call Saul resta fedele allo spirito generale della serie ma mette in evidenza anche una volontà di esplorare nuovi territori creativi, procedendo su due binari paralleli, il primo legato all’evoluzione dei personaggi principali, il secondo all’espansione del mondo di Saul Goodman e al legame con gli eventi di Breaking Bad. La scrittura rimane precisa e calibrata al millimetro, e le interpretazioni restano all’altezza del pedigree instaurato nel 2008.