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Disjointed Stagione 1 Recensione: tanto fumo, niente arrosto

La prima collaborazione tra Netflix e Chuck Lorre spreca tutte le occasioni offerte dalla sua tematica per regalarci una sitcom fin troppo convenzionale.

recensione Disjointed Stagione 1 Recensione: tanto fumo, niente arrosto
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Come ogni entità considerata rivoluzionaria in campo seriale, anche Netflix non è esente da difetti, tra cui una tendenza accostabile a quella della HBO negli ultimi anni: puntare soprattutto su determinati brand, legati a certi divi davanti o dietro la macchina da presa, e preoccuparsi solo in un secondo tempo della qualità. Mentre il canale via cavo ha esibito questa mentalità sprecando occasioni insieme a persone come Christopher Guest o Stephen Merchant (rinunciando nel medesimo periodo a prodotti come Breaking Bad), la piattaforma di streaming ha recentemente incassato un flop come Gypsy, interamente impostato sulla presenza di Naomi Watts, ed è difficile non ricordare il caso di Hemlock Grove, venduto principalmente usando il nome di Eli Roth ma in fin dei conti piuttosto anonimo. Questo ci porta alla recluta più recente, quel Disjointed che, oltre a vantare Kathy Bates nel ruolo principale, è caratterizzato dalla firma di Chuck Lorre, il nome associato alla maggior parte delle sitcom tradizionali che hanno avuto successo nell'ultimo quindicennio (Due uomini e mezzo, The Big Bang Theory, Mike & Molly, Mom). Per lui la partnership con Netflix poteva essere un'occasione ghiotta per spingersi più in là con un certo tipo di umorismo capace di urtare le sensibilità altrui (basti pensare a Due uomini e mezzo che nelle ultime fasi è stato criticato persino da uno dei suoi protagonisti per i contenuti troppo sconci), ma a giudicare dai primi dieci episodi, con altrettanti già confermati e in arrivo in un secondo momento, il risultato non è tanto diverso da quello che si vedrebbe su un network normale, parolacce a parte.

Fuma che ti passa!

Dato il clima politico attuale negli Stati Uniti, nonché il precedente di Weeds che trattava senza peli sulla lingua l'argomento del consumo di cannabis, una serie incentrata sulla legalizzazione della marijuana era, sulla carta, un prodotto molto attuale, potenzialmente capace di scavare nelle idiosincrasie dello stile di vita USA tramite un vizio ormai non più del tutto clandestino. Senza dimenticare, come già detto, la partecipazione di Netflix, che consentirebbe a Lorre di sfogarsi senza dover fare i conti con quella censura che in passato lo ha costretto a parlare del "fumo" solo in termini di battute facili e ammiccamenti.

Alla luce di ciò è abbastanza sconcertante la visione di Disjointed, che al di là di qualche trovata verbale più greve del solito sembra non interessarsi affatto all'elemento satirico integrato nella premessa. Sarebbe infatti facilissimo spostare l'azione da un negozio di marijuana legale a qualsiasi altro ambiente lavorativo e ritrovarsi più o meno con la stessa struttura narrativa, quella di una workplace comedy che rispetta in tutto e per tutto le convenzioni del genere senza mai spingersi in territori particolarmente audaci. Epurando le sporadiche trasgressioni linguistiche sarebbe addirittura possibile mostrare tranquillamente le vicende quotidiane di Ruth e del suo staff su un canale come CBS, dimora privilegiata delle opere di Lorre, a conferma dello straniamento, forse inevitabile, tra la libertà offerta dallo streaming e il formato "per famiglie" della sitcom classica, il cui esempio più riuscito su Netflix è, non a caso, Fuller House, che riprende la formula del progenitore Full House senza sbavature più "adulte".

Her Highness Kathy

In mezzo a cotanta sciatteria, che chiama in causa anche degli espedienti quali i video di YouTube e le gag sottotitolate (con conseguenti legittimi dubbi sulla partecipazione del pubblico in studio), si muove Kathy Bates, attrice premio Oscar che da diversi anni si muove sempre più spesso sul piccolo schermo, che ha il merito generale di aver saputo dare a star di una certa età quei ruoli sostanziosi che al cinema sono sempre più rari. In questo caso avrà inciso di più il sodalizio esistente con Lorre, al quale ha regalato un esilarante cameo in Due uomini e mezzo nei panni del fantasma di Charlie Harper, ed è un bene che lo showrunner abbia saputo reclutare un talento simile perché l'unica vera luce nel buio fumoso di Disjointed è proprio lei, dotata di una dignità che nemmeno la scrittura più scialba può scalfire. Basterà per mantenere in vita la serie oltre le prime venti puntate? Un interrogativo a cui saprà rispondere solo quella seconda metà di stagione che ancora deve arrivare, e non proprio sotto i migliori auspici.

Netflix - Serie TV Disjointed prende una premessa ricca di potenziale e la spreca costantemente, puntando su gag elementari e già viste anziché sulla ricchezza satirica legata alla tematica del cannabis legalizzato. Solo Kathy Bates dà all'operazione quel minimo di solidità capace di giustificare da parte dei fan una certa lealtà, lasciandoci però con un grande interrogativo: cosa c'è di talmente "oltre" da motivare l'esistenza di questa serie su Netflix?

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