Recensione Downton Abbey - Stagione 5

Una stagione meno incisiva e chiaramente di transizione, che mantiene comunque un'ottima qualità e fa ben sperare nel futuro.

recensione Downton Abbey - Stagione 5
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Dal naufragio del Titanic al primo conflitto mondiale, passando per un periodo di assestamento che riallinea e ridefinisce ogni canone che per la classe abbiente Inglese non è solo uno stile di vita, ma quasi una religione: arrivando al 1924 dopo essere partiti dal 1912, Downton Abbey conclude e supera all’interno di questa quinta stagione il suo primo decennio storico, e le differenze tra i primi e questi ultimi episodi sono decisamente evidenti sia nello stile che nella narrazione. Ciò che tuttavia non sembra mancare a Julian Fellowes è la solita classe nell’intrecciare storie e personaggi che, sebbene sia evidentemente sofferente a causa di un periodo di transizione, non perde comunque il giusto mordente. Sono pochi infatti i mesi raccontati stavolta e, sebbene sia chiaro come l’intento dell’ideatore e scrittore della serie sia quello di traghettare lo spettatore verso il secondo conflitto mondiale, ci troviamo di fronte ad otto episodi decisamente più diluiti e concentrati maggiormente sulle storie personali che sul mondo esterno ed i cambiamenti che ruotano intorno alla famiglia Crawley.

Tra confini sempre più labili arriva uno sprazzo di modernità

Ad aiutare il claudicante reparto sceneggiatura rimangono poche ma salde certezze: la prima fra tutte è Highclere Castle, il castello che presta le mura alla fittizia abbazia di Downton, teatro in cui si svolgono quasi tutte le vicende di questa quinta stagione - tranne qualche sporadica apparizione della capitale. L’altra è il cast, ormai amalgamato e forte garanzia di intrattenimento - a capo del quale come al solito troviamo l’immensa Maggie Smith - e decisamente in ripresa dopo una quarta stagione in cui l’assenza di Dan Stevens e del suo personaggio ha di certo abbassato l’asticella del gradimento generale. L’intreccio tra il mondo "Upstairs" e quello "Downstairs", come già visto subito dopo il primo conflitto mondiale, è più labile che mai, e la rigida struttura piramidale che divideva in maniera netta le due classi sociali viene spesso a mancare: ne diventa un esempio vivente la giovane aiuto cuoca Daisy, interessata a riprendere gli studi ed improvvisamente catapultata in un mondo che la conoscenza le ha aperto e che non aveva creduto possibile per sé - e con lei anche il confronto tra Mrs Patmore e Lord Grantham, per il memoriale in nome del nipote Archie, si presenta come ottimo spunto per amalgamare punti di vista e rapporti che tre serie fa erano decisamente impensabili.

Qualche scivolone di troppo?

Ciò che invece fa rimpiangere i grandiosi fasti iniziali è tuttavia proprio la scrittura, che seppur abbia negli episodi già citati ed in altre occasioni dei momenti di grande interesse e di indubbia qualità, si trascina nel resto della serie tracciando storyline più slegate e meno incisive delle altre stagioni - problema peraltro già riscontrato, in parte, nella stagione precedente. L’esempio più evidente è il personaggio di Mary (la sempre bellissima Michelle Dockery), che continua ad essere ridotta ad una caricatura di se stessa, persa tra la corte di Anthony Foyle e Charles Blake e contornata di un’aura di infantile egocentrismo che perde del tutto l’ottima evoluzione che aveva ottenuto grazie al personaggio interpretato da Dan Stevens.
Stessa sorte subisce - anche se in maniera ben più misurata e contenuta dall’incredibile forza attoriale - la contessa madre a cui presta il volto Maggie Smith, il cui love affair permane all’interno della serie superfluo ed ingiustificato.
Anche downstairs la situazione non è migliore: non aiuta l’ennesimo guaio legale della coppia formata da Anna e Bates, che ci riporta ad un meccanismo già sperimentato nella seconda stagione e che unito all’andamento generale conferma quella sensazione di delusione, probabilmente giustificata come già detto dalla carenza di incisività dovuta al periodo di transizione raccontato.

Downton Abbey - Stagione 5 Nonostante l’accuratezza scenica e le grandi interpretazioni, la quinta stagione di Downton Abbey soffre un po’ come in tutte le serie dei molti anni di gloriose storyline che ha alle spalle. Julian Fellowes sembra penare nel dover raccontare un periodo poco incisivo, e nel gettare le basi per il secondo conflitto mondiale si perde un po’ troppo negli individualismi e nelle love story tralasciando gli aspetti più interessanti. La serie sembra tuttavia ben lontana dal naufragare e si conferma comunque un prodotto di gran classe con ottime possibilità di ascesa nel prossimo anno, che si annuncia promettente anche grazie al matrimonio di Rose MacClare con l’ebreo Atticus Aldridge. L’ardua sentenza spetterà dunque all'ormai tradizionale episodio di Natale, che si dovrà dimostrare all’altezza se non superiore alla serie appena passata e traghettare lo spettatore verso la sesta serie con convinzione e rinnovato interesse.