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El Chapo Stagione 1: Recensione della serie Netflix

Le ambizioni e le lotte di potere del Chapo Guzmán, re del narcotraffico messicano. L'introduttiva ascesa nella prima stagione della serie Netflix.

recensione El Chapo Stagione 1: Recensione della serie Netflix
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Il fascino del male ha da sempre catturato l'animo umano. Per quanto miserabile, violento, controproducente possa essere non ne possiamo fare a meno, di cedere al perverso richiamo che ci spinge a guardare, nonostante il volto coperto per la paura. È il principale motivo per cui raccontare una storia dalla parte dei cattivi ha sempre funzionato, attraendo un pubblico maggiore e risultando poi più divertente ed emozionante. Succede un po' con qualsiasi mezzo narrativo, dai videogiochi come GTA alla parabola discendente di Walter White. È un momento di trasgressione, una singolare deviazione dal tracciato del vivere civile, perché si sa, il male affascina, ed alle volte è la via più facile per dare compiutezza alla propria vita, per ottenere il potere di plasmarne il corso. È ciò che vuole Joaquín Guzmán, diventare padrone per farla pagare a quelli che erano stati i suoi padroni. Insistendo ancora una volta sul tema del narcotraffico e delle organizzazioni criminali Netflix, in collaborazione con Univision, porta sui nostri schermi il mito diEl Chapo, uno dei maggiori e più influenti signori della droga messicani.

La Storia è il più grande spoiler

Lo fa prendendo spunto da una delle sue opere più riuscite, Narcos, da cui cerca però lentamente di allontanarsi, per acquisire una propria autonomia. Guzmán, rispetto a Pablo Escobar, ha sicuramente un peso minore nella cultura di massa, di lui si hanno molte meno notizie, ed è stato quindi più facile potersi permettere una libertà creativa maggiore, con l'opportunità di dare al grande pubblico un'immagine maggiormente pop del vero narcotrafficante, immagine che per esempio Escobar si era ricreato da solo nella realtà, senza l'ausilio di opere d'invenzione.
In un tentativo di trasformazione in un eroe "epico" se ne vuole raccontare l'ascesa, la fame di potere e tutta la rovina che l'ambizione può portare. Suddiviso su nove episodi il racconto però risulta troppo caotico, sbrigativo, con salti temporali e spaziali che non solo lasciano incompiuti e poco comprensibili alcuni passaggi, ma finiscono anche per lasciare lo spettatore poco coinvolto nelle vicende, freddo davanti a ciò che viene mostrato, mai travolto da un climax emozionale o visivo che sia.

Non c'è mai una vera esplosione negli eventi, e anche i momenti più efferati, i colpi di scena più inaspettati, l'entusiasmo è smorzato, soffocato in rapidi scioglimenti. Il Chapo di Marco de la O, così ossessionato dal potere non ha una vera stratificazione caratteriale fino agli ultimissimi episodi, dove si cerca rapidamente di rilanciare un personaggio che fino a quel momento era rimasto un banale enigma. Non è un condottiero, non un'abile uomo d'affari, né il più spietato killer, ma il figlio di un agricoltore che ha scelto la via del sacrificio, della guerra, per arrivare ad essere qualcuno. Eppure non ce lo dimostra, non ci da veri motivi per distinguerlo dal resto dei comprimari, la schiera degli altri narcos che in questo caso dovremmo vedere come i cattivi, i nemici del nostro protagonista.

Un'ascesa incompiuta

Sappiamo già da adesso che ci saranno altre stagioni, cosa ovvia arrivati all'ultimo episodio, e che lascia la sensazione di aver guardato un lungo preambolo a quella che sarà la vera azione. Sappiamo che le gesta più famose del Chapo sono state le sue numerose fughe impossibili, e sono quelle allora che aspettiamo. Anche perché fino ad adesso le guerre tra cartelli sono state un po' povere e raffazzonate, pensando a quali invece sono le reali portate di questi scontri; così come il versante politico della vicenda, con personaggi apparsi e scomparsi a stretto giro di vite, complotti improbabili e trame sbrigative.

Degno di nota è il comparto tecnico, che però ad un'ottima realizzazione affianca delle scelte estetiche veramente poco originali, dalla sigla all'alternanza realtà finzione, per le quali innegabile e inevitabile è il riferimento a Narcos. È un'occasione sprecata, perché di potenziale interessante ce n'era, ma anche la dimostrazione che questo tipo di narrazione, l'ossessivo rivolgersi alla storia dei grandi atti criminali, in Sud-America così come in Italia o da qualunque altra parte, è forse nel suo periodo di stanca, dove tutto sa di già visto, ed è necessario stupire più del solito. El Chapo ci lascia col presentimento che qualcosa debba succedere, ancora niente si è mosso e ci tocca allora aspettare la seconda stagione, sperando possa far esplodere questa lunga introduzione.

El Chapo - Stagione 1 Dietro una figura dalle potenzialità affascinanti ritroviamo la serie dei rimpianti. Situazioni che non impennano, personaggi carismatici a metà e la promessa di qualcosa di più interessante ci lasciano con in mano una stagione-prefazione, dove introdurre e spiegare poco approfonditamente quelle che dovrebbero essere le gesta “eroiche” del narcotrafficante Joaquín Guzmán, detto El Chapo.

6.5

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