Game of Thrones 7x07: Recensione finale di stagione (The Dragon and the Wolf)

Con The Dragon and the Wolf si chiude questa settima e penultima stagione della serie ispirata alla saga fantasy di George R.R. Martin.

recensione Game of Thrones 7x07: Recensione finale di stagione (The Dragon and the Wolf)
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L'opera di George R.R. Martin, sebbene ancora incompiuta, ci ha abituati a personaggi ricchi di spessore e sfumature, mai davvero statici ma sempre pronti a sorprendere il lettore nel bene e nel male, con azioni moralmente condannabili e inaspettati atti di redenzione. Leggendo i libri - e, in misura appena minore, guardando la serie - si arriva a conoscere a fondo ogni personaggio: sono tutti profondamente umani, e c'è umanità anche dietro le azioni più esecrabili. La strage delle Nozze Rosse, del resto, ha risparmiato ai Sette Regni mesi - se non addirittura anni - di guerre, e quindi di carestia e povertà. "Perché è più nobile ammazzare decine di migliaia di uomini in battaglia che ucciderne una dozzina a cena?", chiede Tywin Lannister al figlio.
E sì, resta sempre una tradimento ignobile, ma in prospettiva acquista un senso. Le sfumature valgono per tutti, ma non per il Re della Notte e il suo esercito di Estranei e non-morti: una minaccia sovrannaturale che punta all'annientamento di Westeros. Non c'è umanità nel pericolo che viene da oltre la Barriera: è semplicemente la Morte che avanza, e che obbliga vecchi e nuovi nemici a far fronte comune per la sopravvivenza. Anche se potrebbe non essere abbastanza. Attenzione: l'articolo contiene spoiler sulla season finale di Game of Thrones e sull'intera stagione!

"We are a group of people who do not like one another"

I soldati Lannister si preparano a difendere le mura della Fortezza Rossa mentre gli Immacolati e i dothraki si dispiegano davanti alle mura del castello, pronti a un eventuale assedio. C'è una certa tensione nella preparazione all'incontro tra Daenerys e Cersei e rispettivi alleati, e forse le trattative tra le due parti in merito a un'eventuale tregua non sono interessanti quanto i dialoghi più quotidiani di personaggi che si ritrovano dopo tanto tempo, da Tyrion (Peter Dinklage) e Podrick (Daniel Portman) a Brienne (Gwendoline Christie) e il Mastino (Rory McCann), con una particolare attenzione per il faccia a faccia tra quest'ultimo e il fratello Gregor - o ciò che ne resta. Anche i dialoghi più banali risultano genuini e rivelano una scrittura che finalmente sembra prestare attenzione alla complessità caratteriale dei diversi personaggi in gioco - ad eccezione di Euron, ora più macchietta e meno villain carismatico. Prevedibilmente, una Cersei spinta dalla paranoia prepara il suo ultimo inganno, regalandoci due confronti tanto attesi: il primo con Tyrion (che è sempre un po' troppo santificato, come dimostra anche il suo poco convincente pentimento per aver ucciso il padre) e il secondo con Jaime, in uno scontro reso ancora più intenso dalla recitazione di Lena Headey e Nikolaj Coster-Waldau. E finalmente lo Sterminatore di Re conclude il suo percorso di redenzione: non è più l'uomo pronto a uccidere bambini pur di salvaguardare se stesso e sua sorella, ma un cavaliere deciso a tener alto l'onore e a prestar fede al suo giuramento.

"When the snows fall and the white winds blow, the lone wolf dies but the pack survives."

A Winterfell, Ditocorto (Aidan Gillen) cerca ancora di mettere zizzania tra le sorelle Stark e sembra convincere Sansa (Sophie Turner) del fatto che Arya (Maisie Williams) sia tornata a casa solo per ucciderla e prendere il suo posto di Lady di Grande Inverno. E Sansa sembra convincersene, nonostante sappia bene che la sorella ha sempre fatto di tutto per non essere una lady. È strano quindi che creda davvero alle teorie di Baelish, e infatti alla fine è Ditocorto a finire vittima del suo stesso gioco: Sansa lo accusa di tradimento e di omicidio, forte della testimonianza di Bran, e Arya esegue la sentenza. La scena di per sé rafforza l'unione del "branco" Stark e segna ancora una volta l'evoluzione di Sansa, tra i personaggi più complessi e sfaccettati della serie: prima ragazzina capricciosa e ingenua, poi vittima di abusi e infine giocatrice che ha imparato come muoversi grazie ai suoi stessi aguzzini.

Il lupo e il drago

Nell'ultima puntata della sesta stagione la teoria R+L=J veniva finalmente confermata, e in questo season finale il puzzle diventa completo: Rhaegar e Lyanna si erano sposati, quindi Jon è effettivamente l'erede legittimo al trono di spade e il suo nome è Aegon (una scelta controversa, considerando che anche il figlio di Rhaegar ed Elia Martell aveva lo stesso nome). Bran parla delle vere origini di Jon mentre lui e Daenerys cedono alla passione - e la sua narrazione fuori campo serve a rendere più disturbante e meno romanzata una scena che ci si aspettava fin dal primo incontro tra i due. Il discorso con Theon fa pensare che comunque Jon non rinnegherà mai il suo essere anche uno Stark, e resta da vedere come una persona tanto onesta reagirà alla notizia di aver commesso un incesto. Un incesto che potrebbe portare a un figlio, visto che l'insistenza dei dialoghi sulla presunta sterilità di Daenerys di questi ultimi due episodi non sembra essere casuale. Ma importerà davvero, ora che la Barriera è crollata?

Una stagione che segna un punto di rottura

Viserion non-morto che distrugge la Barriera e permette all'esercito della Notte di avanzare verso Sud chiude una stagione che segna un punto di rottura con le precedenti: più azione e meno introspezione, più spettacolo e meno profondità nella caratterizzazione dei personaggi, appiattiti e semplificati in favore di una narrazione spettacolarizzata che ha premuto l'acceleratore per arrivare alla fine. Il risultato è stato sorprendente ma quantomeno destabilizzante, come hanno dimostrato le numerose critiche alla gestione dello spazio-tempo fatta dagli sceneggiatori. Una gestione sicuramente obbligata da necessità narrative e che poteva essere gestita meglio in termini di scrittura per rinsaldare l'illusione del passaggio del tempo, ma che nel complesso non arriva a rovinare la narrazione.

L'audience degli episodi conferma come Game of Thrones sia ormai più di tutto un fenomeno televisivo, con la scrittura che vi si adatta di conseguenza: i personaggi secondari favoriti del pubblico non muoiono neanche quando vengono travolti da un'ondata di nemici (scommettiamo che Tormund è ancora vivo?), l'azione occupa - anche giustamente - buona parte degli episodi, i dialoghi si fanno meno introspettivi salvo rare eccezioni. La qualità della scrittura si è abbassata rispetto alle prime stagioni (che del resto attingevano in maniera fedele ai libri di Martin, che tratteggia sapientemente ogni dettaglio o sfumatura di questo e quel personaggio) ma è in ripresa dopo il disastro della quinta. Bisogna ormai accettare che Game of Thrones è lontana dalla perfezione tecnica e narrativa, alla quale i creatori Weiss e Benioff non intendono comunque puntare, non ora che la serie ha un pubblico tanto vasto che richiede soprattutto puro intrattenimento. E quindi Game of Thrones è questo: un viaggio su una strada che è spesso dissestata, certo, ma da cui si gode una vista spettacolare.