Recensione Homeland - Stagione 1

Il nostro parere sulla prima stagione della serie evento di Showtime.

Articolo a cura di
Nunzio Gaeta Nunzio Gaeta ama scrivere e parlare in maniera trasversale di cinema, serie tv e videogames, nonché di tutto ciò che ruota intorno alla cultura giapponese. Lo potete trovare su Facebook e su Google Plus.

Homeland rappresenta, senza mezzi termini, una delle vette più alte raggiunte da questa stagione televisiva. Serie della Showtime basata su una produzione Israeliana, Prisoners of War, che successivamente viene riproposta modificata in chiave yankee, ad opera di uno degli stessi creatori di Homeland, Gideon Raff. Un lodevole intruglio ben miscelato di luci e ombre, buono e cattivo, realtà e surreale. Una vicenda che si dipana puntata dopo puntata mantenendo con grande costanza e maestria numerosi dubbi su lealtà e tradimento, guardandosi bene dal far trapelare più del dovuto così da rischiare di propendere per l’una o l’altra sponda.
Per chi se lo fosse perso (e diremo, in questo caso, che è giunta ormai l’ora di recuperare), nel serial vedremo Nicholas Brody, marine scomparso nella guerra in Iraq da ben 8 anni, miracolosamente ritrovato indenne dall’esercito americano in un bunker in cui era rinchiuso come prigioniero. L’intera popolazione americana saluta Brody come un vero e proprio eroe, e gli stessi politici sono intenzionati a fare di lui un simbolo e monito a favore della guerra. L’unica persona pronta a nutrire forti sospetti sulla sua presunta lealtà resta Carrie Mathison, analista della CIA seriamente intenzionata, anche a costo della sua stessa salute mentale, a scoprire la verità dietro la vicenda. Situazione che viene sapientemente arricchita da un cast incredibilmente capace, tra i quali spiccano una Claire Danes in stato di grazia (spaventosa a dir poco nelle battute finali), un Damian Lewis perfettamente “ermetico” e “bivalente” ed un tormentato Mandy Patinkin.
Attori capaci di rendere ancor più intensa una storia che non lascia fiato allo spettatore, e dove è quasi impossibile identificare anche solo un minimo concetto di buono o cattivo. Un serial che resta pluripremiato da critica e pubblico, portandosi a casa numerosi premi sparsi tra Golden Globe e similari...Ma la domanda di fondo resta la stessa fin dalle prime puntate.
È riuscito Homeland (erede spirituale del mai troppo compianto 24) a mantenere alto il suo indubbio livello qualitativo fino alla fine di questo primo traguardo?

Non esistono buoni o cattivi, ma soltanto punti di vista.

Ciò che più colpisce in questa produzione è la capacità (bravura più che altro) degli autori nel narrare una storia che non si serve di concetti basilari come l’analisi di un chiaro/scuro o l’individuazione di “good guys” e “bad guys”. In Homeland tutti sono colpevoli e nessuno resta innocente. Bastano anche solo i primi minuti dell’episodio pilota per capire che, in un mondo come quello di Homeland, specchio e spunto di quello in cui viviamo, è soltanto una questione di punti di vista. E le stesse scene iniziali che fanno da apripista al serial si possono facilmente ricollegare alle angoscianti sequenze finali dell’ultima puntata di stagione, dove ci restano ben chiari ed impressi gran parte dei tasselli che compongono l’intera vicenda.
Sullo sfondo, un conflitto tra Medio Oriente e Stati Uniti che prende spunto da avvenimenti dolorosi realmente accaduti (come l’attentato dell’11 settembre 2001, più volte citato nel serial e definito dai membri stessi della CIA come “un’imperdonabile mancanza d’attenzione”) per poi prendere una strada completamente diversa da quella ipotizzata e prevista dallo spettatore, stanco anche di ritrovarsi di fronte alla medesima produzione patriottica a stelle e strisce. I terroristi in Homeland coesistono da entrambi le parti, e il periodo delle morali o delle buone intenzioni è semplicemente giunto al termine (se mai fosse iniziato). La stessa Carrie mostra tutte le sue debolezze e i suoi traumi accumulati nel corso del tempo sin dalle prime battute e la vediamo mano a mano sempre più distrutta ed affranta, sempre meno politically correct, quasi “allo sbando totale” potremo azzardare.
Pur presentandosi come un prodotto mainstream, Homeland, conscio dei fattori appena descritti, rappresenta una visione delicata, da guardare e rivedere per cogliere le innumerevoli sfaccettature presenti.
Si potrebbe ridurre l’intero discorso anche solo al riferimento rivolto verso la fede (concetto ovviamente onnipresente nel corso delle puntate), unico punto in comune che vede unite le due facce della stessa medaglia.

Un viaggio nell’eccellenza?

Come già detto, gran parte del cast svolge un ruolo del tutto egregio nei ruoli individuali, dimostrando capacità e fermezza e dando spessore a personaggi indubbiamente difficili da portare su schermo. Gran parte poiché, a bilanciare il contraccolpo, tra i personaggi meno riusciti troviamo Jessica Brody (interpretata da Morena Baccarin e moglie del famigerato tenente), la quale ci lascia, trascorse le 12 puntate, con qualche clichè e senso d’amarezza di troppo. Il personaggio scade nelle solite situazioni di amore/odio/indecisione causate dal ritorno del marito dopo gli 8 anni, e si dimostra a tratti veramente fastidioso. A rincarare con le note dolenti vi è una struttura narrativa che nel mid season perde un po’ di vista quell’ambiguità che caratterizza e rende unica la produzione, limitandosi ad offrire uno spettacolo tipico dell‘action a sfondo terroristico, ma fortunatamente la preoccupazione viene ben presto sventata e si ritorna sull’ottimo percorso iniziale.
Ed è in questo frangente che lo script mostra il suo lato migliore: offrire, nel season finale, una visione ancora dubbiosa e nebulosa delle vicende, pur rispondendo a gran parte dei quesiti posti nei primi episodi. Nuvole che si uniscono al chiaro senso di sconforto e angoscia che accompagna le ultime scene, assolutamente magistrali.
A stagione conclusa, possiamo definire Homeland come un esperimento assolutamente riuscito, un serial che gioca con lo stesso spettatore dando indirettamente convizioni che, in maniera alternata, rassicurano e pongono colui che guarda il serial in uno stato di profonda tensione ed insicurezza. Homeland ci porta a ridefinire i concetti di giusto o sbagliato, e a porli individualmente a seconda del contesto, pensieri che forse non mettevamo in moto da troppo tempo, ma che, grazie a serial di questo calibro, di tanto in tanto riaffiorano nella nostra mente.

Homeland - Stagione 1 Homeland rappresenta uno dei prodotti migliori partoriti da questa stagione televisiva, un connubio perfetto tra una storia magistrale che cattura lo spettatore dall’inizio alla fine unita a personaggi solidi e curati, che beneficiano di attori a dir poco maestosi. Un serial caldamente consigliato al di là di qualsiasi gusto personale, sperando in un continuo narrativo altrettanto valido. Approvato.