Recensione House of Cards - Stagione 3

La terza stagione dello show targato Netflix entusiasma e non delude, mantenendosi sul livello alto raggiunto dalle prime due e ci lascia agognare il prossimo capitolo della storia di Frank Underwood

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Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

«Due volte nella polvere, due volte sull’altar», diceva di Napoleone il poeta Alessandro Manzoni. Sembra essere prerogativa di ogni grande condottiero infatti imparare dalle proprie cadute e risalire più forte di prima, e questo Frank Underwood ce lo ha insegnato a colpi di doppi e tripli giochi, ambiguità e totale assenza di scrupoli; una continua partita a scacchi che lo ha portato sull’altare e gli ha regalato il potere più grande, quella poltrona nello studio ovale al centro di tutta la terza stagione, la sua idea di «gloria maggior dopo il periglio». Eppure, come lui stesso ammette, c’è una sola poltrona in quello studio, e sulla cima della piramide non c’è posto per nessun altro: il potere in House of Cards è fatto di solitudine, di continue parate ad attacchi più o meno forti, di giustificazioni e di perdita di controllo. Non c’è più nessuno con cui confidarsi, nemmeno se stessi - né tantomeno quella coscienza esterna interpretata dallo stesso spettatore che, molto spesso, si è fatto custode dei pensieri più nascosti del politico interpretato da Kevin Spacey. Tutto è silenzio, è nebbia, è indecisione: anche le certezze più granitiche sembrano distruggersi una ad una ed improvvisamente ci sembra di avere di fronte quel presidente Walker che, insieme a Frank, avevamo giudicato debole, inutile, facile pedina delle sue macchinazioni fino all’impedimento. Come in un circolo vizioso, l’astuto protagonista si trova intrappolato in una macchina che mai avremmo creduto capace di risucchiarlo, mentre l’implacabile darwiniana catena evolutiva crea nuovi Underwood pronti a divorare il più debole per diventare il più forte. E alla fine, quando anche l’ultimo tassello cade in un rintocco di passi che si allontana, Underwood «tiene un premio ch’era follia sperar». Ma fu vera gloria?

Il potere logora chi arriva ad ottenerlo

C’è un’aria nuova nella terza stagione di House of Cards: si respira l’ossigeno della stanza ovale, si appongono spillette governative, si sale sull’Air Force One per viaggiare dall’America alla Russia. Il gioco esce dal palazzo del senato e si espande a macchia d’olio in tutto il mondo, ma più spazio significa anche più nemici, avversari che nella nebbia del potere Frank Underwood non può o non vuole combattere. Siamo lontani dalla lucidità strategica delle prime due stagioni, da quel machiavellico politico delle cui mosse riuscivamo a fidarci ciecamente, per quanto potessero essere spaventosamente senza scrupoli. Nei primi ventisei episodi abbiamo imparato a conoscere un profilo che credevamo unico ed imbattibile, solo per poi vederci sbattere in faccia la cruda realtà: la politica non è altro che una lineare catena evolutiva dove i gattini crescono e affilano gli artigli, pronti a graffiare la stessa mano che li aveva nutriti con il latte.
Nonostante questo annunciato e, per certi versi, irrinunciabile cambio di rotta, le nuove tredici puntate non perdono mai il ritmo e al contrario della seconda stagione - che nella parte centrale subisce un evidente calo fisiologico - riescono a mantenere l’attenzione dello spettatore ad un livello molto alto, nonostante venga a mancare quel coinvolgimento in prima persona e in alcuni momenti ci si senta perfino rifiutati da quel protagonista di cui eravamo abituati ad essere confidenti dietro la telecamera. Ad aiutare il coinvolgimento arrivano sicuramente le storyline secondarie, che in questo terzo round pretendono e ottengono molta più attenzione rispetto al passo a due matrimoniale del presidente - che spesso si fa attendere ma quando arriva, grazie soprattutto alla chimica tra Robin Wright e Kevin Spacey, è pura meraviglia.

tell the truth, selectively

Pur venendo dato grande spazio alle storie collaterali, Frank e Claire Underwood rimangono comunque al centro della narrazione e di ogni tipo di piccola macchinazione: è infatti proprio la First Lady a subire i più grandi cambiamenti, sia fisici e psicologici, che contraddistinguono questa serie. A Robin Wright il merito di aver riportato sullo schermo un personaggio intenso e credibile fino all’ultimo minuto, dalle sfumature inaspettate, a cui ci affezioniamo ogni secondo che passa. La stessa attrice porta qualità anche dietro la macchina da presa (firma infatti la regia degli episodi nove e undici), unendosi a un cast tecnico superbo e di indubbia qualità che rende la serie una delle migliori soprattutto dal punto di vista registico. Nuovi, e al tempo stesso vecchi, piccoli dettagli si affacciano all’interno della narrazione, uniti a un cromatismo molto spesso fatto di contrasti e controluce che rivela e nasconde allo stesso tempo, in perfetta linea con la narrazione.
Si aggiunge a tutto ciò un livello di scrittura come al solito superbo, che rimane ai livelli delle due stagioni precedenti e in alcuni punti riesce perfino a superarla, tracciando un profilo meno politico e più umano di personaggi costretti finalmente a fare i conti con loro stessi quando in mano si ritrovano tutto ciò che avevano sempre voluto, oppure a volte soltanto un pugno di mosche.

House of Cards - Stagione 3 Affermando con forza un'ottima qualità interpretativa e tecnica dalla prima all'ultima puntata della terza stagione, House of Cards si conferma una vera e propria corsa fino al secondo conclusivo, con un finale che sorprenderà molti spettatori e probabilmente ne deluderà altrettanti. Beau Willimon si prende i suoi rischi e gioca con lo spettatore spezzando parecchi fili alle sue marionette, prendendosi delle coraggiose responsabilità narrative che si staccano prepotentemente dalle sicurezze che lui stesso ci aveva fornito nelle prime due stagioni. Qualche sorpresa quindi soprattutto verso le battute finali, ma nessuna per quanto riguarda l'intrattenimento, sicuramente garantito, e l'evoluzione dei personaggi principali. Una serie che mantiene gli standard e che quindi si candida già come una delle migliori di quest'anno, oltre a essere un'indiscussa vittoria del nuovo colosso Netflix.