Recensione Life - Stagione 1

Un poliziotto passa dodici anni in carcere, ingiustamente. Ora è di nuovo libero, alla ricerca di vendetta.

recensione Life - Stagione 1
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La figura del poliziotto o del detective è da sempre uno dei cavalli di battaglia della “mitologia” americana, forse quale implicito rimando ad una cultura, e quindi un costituzionalismo, di tipo garantista che muova nel segno di regole eque per tutti. Il noioso preambolo abbozza qualche idea che vada oltre lo scontato successo di pubblico del poliziesco (e derivati), curiosamente genere più rappresentato, o autorappresentativo, della società americana. Nel nugolo di personaggi che hanno preso vita nel corso degli anni, da New York a Miami, cavalcando classiche muscle car americane come la Ford Gran Torino di Stursky & Huch o la Barracuda gialla del ’71 di Nash Bridges, il il dettaglio ha sempre fatto la differenza. Il profilo dei pantaloni, il modo di coprire lo spazio senza contare il modo di esprimersi hanno rappresentato un’epoca. Poteva forse mancare il polizziotto “zen” in questo nostro mondo in crisi di ideali?

Nuova Vita

La prima immagine che lo spettattore riceve di Charlie Crews (Damian Lewis), il protagonista di Life, conserva un dettaglio apparentemente insignificante. Il modo in cui viene ripreso contro luce permette di soffermarsi su un oggetto di uso comune come un paio di occhiali. Fino a qui nulla di ecclatante se non fosse che gli occhiali in questione sono dei Persol, nello specifico il preciso modello indossato da Daniel Craig in “Casino Royale”: un vezzo atipico per un tutore dell’ordine e per questo caratterizzante. Una controprova? Basta attendere pochi secondi per ammirare il Detective Dani Reese (Sarah Shahi), spalla del nostro eroe, nel più tipico degli stereotipi polizieschi: occhiali Rayban e giacca di pelle.
D’altro canto Charlie non è un agente comune, ma fin qui ci eravamo arrivati tutti, no? E’ solo che la sua storia, ed è ciò che ci importa realmente, è un tantino diversa dal solito, potremmo dire più stimolante. Poche cose attirano l’interesse pubblico più di un uomo finito in galera per un reato che non ha commesso, e il nostro Charlie è stato persino accusato dell’omicidio del suo socio in affari e della sua bella famiglia. Condannato per aver assassinato un caro amico e i sui figli, rinchiuso per anni e costretto a subire ogni genere di soppruso perché a un poliziotto, in carcere, non si perdona nulla. In queste condizioni può esserci qualcosa cui aggrapparsi? Perso anche il supporto morale della moglie non resta che la fede ma non una comune religione, bensì qualcosa in grado di placare il suo animo carico di rabbia: la via dello Zen.
Ma dopo dodici lunghi anni per Charlie Crews torna la luce: l’avvocato Constance Griffiths (Brooke Langton) riesce finalmente a provarne l’innocenza. L’uomo che a vita fu condannato, a vita viene così restituito. Con un robusto indennizzo si capisce, da più parti si parla di 50 milioni di dollari, la cui amministrazione viene affidata a Ted Earley (Adam Arkin), l’unico amico che Charlie si fatto in prigione, curiosamente “al fresco” per insider trading. Pare giusto il caso di ricordare che i reati finanziari negli stati uniti sono severamente puniti in quanto a danno della collettività.
Non pago Charlie riesce a farsi reintegrare nella polizia; ora promosso a detective, tutto sembra tornare al suo posto, compreso quel desiderio di verità e vendetta a lungo sopito grazie agli insegnamenti di Buddha. Non ci sono dubbi, qualcuno lo ha incastrato, una losca faccenda che ha in qualche modo a che fare con una misteriosa rapina avvenuta molti anni prima alla banca di Los Angeles in cui sparirono 18 milioni di dollari. Ma ora Charlie ha tutto quello che gli occorre per farsi giustizia: denaro e libero accesso alle risorse della polizia. Inutile dirvi che qualcuno non la prenderà a genio, ma il nostro amico è fatto così, legato alle questioni di principio. E questa, dannazione, è una maledetta questione personale.

Lo Zen passo a passo

L’espediente narrativo usato è perfattamente coerenete e funzionale alla messa in scena di una delle pulsioni più tipicamente umane: la vendetta. Un uomo chiuso in cella per dodici anni non dimentica facilmente, figuriamoci se è pure innocente. La ricerca di indizi che portino alla risoluzione di questo intricato mosaico permea i singoli episodi, donando alla storia un piacevole filo conduttore che ha nel colpo di scena, nell’ illuminate intuizione il suo leitmotiv. Per interderci qualcosa sulla falsariga di “24”. Per quanto riguarda la caratterizzazione del detective Charlie Crews va sottolineata l’incredibile passione per la frutta fresca come si evidenzia da questo scambio di battute decisamente efficace:


Reese:”Ok, mi arrendo. Perché sei fissato con la frutta?”
Crews: “Sai cosa si mangia in prigione?
Reese:”Schifezze?”
Crews:”Schifezze. Frutta zero, ne soffrivo. Mi mancava.”
Reese:”No io non so se sarebbe la frutta a mancarmi”
Creews:”Oh, fidati...”

E i suoi bizzarri interessi non si limitano alla frutta in sé ma spaziano del possedere un intero aranceto, corredato da un bel trattore rosso fiammante, alle energie rinnovabili come una centrale fotovoltaica. E’ impossibile poi non menzionare i suoi momenti di “vuoto” e le battute sarcastiche che sottolineano come in fondo, il protagonista, sia un poliziotto solamente di “figura”.
Tuttavia per quanto il distretto nutra delle perplessità sul suo ritorno in servizio, Crews non è del tutto solo nella sua ricerca della verità. Il suo attuale partner, il detective Reese, e il vecchio compagno di volante, Bobby Stark (Brent Sexton), sebbene all’oscuro dei propositi del collega non faranno mai mancare il loro supporto. Infatti solamente l’amico Ted Earley è a conoscenza del piano di Charlie che prende forma tessera dopo tessera sulle pareti di una stanza perennemente chiusa a chiave. Una prigione dalla quale prima o poi emergerà la verità. I colpevoli sono avvisati.

Life - Stagione 1 Un poliziotto diverso, brillante, ironico. Un sentimento antico come il mondo, la vendetta. Una struttura narrativa ad incastri. Un’unica verità per far combaciare tutti i pezzi. Questi sono gli ingredienti di Life. Difficile mollarlo dopo aver visto il primo episodio, anche per merito di Damian Lewis, già visto in “Band of Brothers”, perfetto nella parte del detective “eccentrico”. SerialEye approva.