Recensione Marco Polo - Stagione 1

La serie di punta della stagione Netflix si rivela un buon prodotto ma lontano da essere l'epica avventura promessa.

recensione Marco Polo - Stagione 1
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Novanta milioni di dollari di budget, riprese effettuate in svariate parti del mondo e una produzione sulle spalle enorme come la Weinstein Company: è indubbio che Marco Polo sia stata la grande scommessa di Netflix di quest’anno, tanto da decidere di presentare proprio con questo prodotto la sua stagione seriale. Dieci episodi da 60 minuti ciascuno che ci trascinano nel mondo di uno dei più grandi esploratori della storia, l’italiano che con i suoi viaggi - e soprattutto i suoi racconti presentati ne Il Milione - ha unito occidente ed oriente, due mondi agli antipodi per tradizioni e culture sviluppatisi in maniera del tutto autonoma e quasi impossibili da comparare. Eppure la voglia di esplorare è nel cuore del giovane Marco fin dalle prime immagini, che lo vedono volare tra i tetti di Venezia alla ricerca di qualcosa di più della sua città - un’avventura, una nuova conoscenza, la presa di coscienza di un ragazzo che nel farsi uomo chiede e pretende di più dalla sua vita e finisce a nascondersi tra i rifornimenti di una nave pur di ottenerla.

Un nuovo Game of Thrones?

I viaggi, i racconti e le avventure di Marco Polo scivolano all’interno di uno stile epico/mitico che rappresenta, per i più attenti, una chiara risposta alla serie culto della HBO Game of Thrones. Si respira quasi lo stesso odore in alcune sequenze, tra la sala del trono di Kublai Khan ed il fango delle battaglie, eppure il grande intento di Netflix si perde completamente in un dettaglio centrale impossibile da raggiungere con la tecnica, ovvero la narrazione. L’intricatissimo mondo messo in piedi da George R.R. Martin e trasposto poi in immagini dalla HBO non è infatti minimamente paragonabile a quello di Marco Polo, che al contrario trova nella scrittura il suo punto più debole risultando a tratti eccessivamente allungato, perso all’interno di una narrazione lenta e spesso priva di mordente che non appassiona lo spettatore e non lo coinvolge, se non dopo i primi episodi. Non aiutano affatto i numerosi cliché che riempiono questi buchi narrativi, primo fra tutti il cieco maestro di kung-fu assegnato dal Khan a Marco Polo, che oltre all’arte del combattimento dispensa perle di saggezza e di vita dall’aria scontata ed ormai stantia - seguito a ruota dall’abbandonata principessa che ovviamente cattura nell’immediato l’attenzione del nostro eroe. Dettagli che, assieme ad una generale penuria nei dialoghi, fanno perdere credibilità allo svolgimento della trama e non catturano l’attenzione - arrivando a far concludere che l’unica cosa davvero in comune con il ben più riuscito Trono di Spade sia l’alta presenza di donne nude e scene a pseudo contenuto erotico.

Un’epica di stretto respiro

Tra le poche note davvero positive del prodotto si annoverano le locations: Marco Polo sfrutta infatti paesaggi dell’Italia, Kazakistan e Malesia per regalarci un’atmosfera che funziona sia in interno che in esterno e rimane in molti punti una vera e propria gioia per gli occhi, ben accompagnata dal reparto costumi. Si soffre però, soprattutto nella prima parte, di una scelta stilistica che privilegia gli spazi chiusi rispetto a quelli aperti e lascia gli spettatori con uno stretto respiro - oltre a non sfruttare davvero la grande forza della storia del protagonista, che non sta nelle vicende personali ma proprio nei suoi occhi, ovvero in ciò che vede e nelle esperienze che tocca con mano. Tuttavia, questa scelta rende più facile concentrare l’attenzione sui personaggi, che all’interno delle loro costrizioni si lasciano conoscere dallo spettatore ed in alcuni casi anche amare, grazie ad interpretazioni sempre misurate ed interessanti: la prima fra tutte è quella degli italiani, soprattutto Pierfrancesco Favino che offre una performance equilibrata ed attenta, con un’ottima dialettica e perfettamente calato nella parte, molto credibile. Lo stesso, anche se con toni più mitigati, si può dire di Lorenzo Richelmy, la cui interpretazione tuttavia risulta in ascesa durante la stagione e sempre più convincente, in linea con tutta la struttura. Interessanti anche le parti di supporto a Marco Polo anche se i nomi di grandi star faticano a riconoscersi: l'unico che potrebbe far suonare qualche campanello ai fan di Twin Peaks è quello di Joan Chen, qui nei panni della bellissima imperatrice Chabi.

Marco Polo - Stagione 1 Non si può considerare Marco Polo un fiasco su tutta la linea, sebbene fermandosi ai primi episodi si sia portati a pensarlo. Ci sono molti elementi positivi (interpretazioni, luoghi, atmosfere) ma la, decisamente, poca sostanza non cattura lo spettatore se non dopo la prima metà e lo fa comunque in maniera troppo timida per essere considerata di grande qualità. In conclusione, considerando anche il budget e le grandi aspettative di Netflix, il prodotto finale non soddisfa le premesse e odora di occasione sprecata, un grande peccato considerate anche le buone interpretazioni generali.