Recensione Marseille - Stagione 1

Netflix si dà alla produzione europea con il suo primo serial girato in lingua francese, giocato quasi interamente sulla presenza scenica di un mostro sacro come l'attore Gérard Depardieu

recensione Marseille - Stagione 1
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Già lo scorso anno avevamo potuto notare l'espansione linguistica di Netflix a livello di produzioni originali, con l'uscita della serie calcistica Club de Cuervos, girata interamente in spagnolo, e di Narcos, programma bilingue per via della sua ambientazione colombiana. Questo senza dimenticare Sense8, le cui ambizioni globali richiedono alcune scene dotate di sottotitoli in ogni episodio, o programmi di cui sono stati acquistati i diritti internazionali come Lilyhammer (dove i dialoghi sono parzialmente in norvegese). Ora, in attesa delle prime serie originali in tedesco (Dark) e italiano (Suburra), l'avventura europea della piattaforma di streaming è iniziata in territorio francese con la realizzazione di Marseille, descritto come una specie di risposta transalpina a House of Cards e dotato di una non indifferente dose di star power, grazie alla presenza di Gérard Depardieu nei panni di Robert Taro, sindaco uscente di Marsiglia che si ritrova coinvolto in una guerra elettorale con il suo ex-pupillo Lucas Barrès (Benoît Magimel). In altre parole, le carte in tavola per un successo ci sono, e il pubblico sembra aver confermato questa impressione dato che la serie è stata rinnovata. Ma sul piano dell'esito artistico il discorso si fa un po' diverso...

Terra francese, terminologia americana

La cosa che salta all'occhio vedendo i suggestivi titoli di testa di Marseille, musicati da Alexandre Desplat, è la posizione di rilievo data al regista Florent Siri, menzionato in quanto "creatore visivo" della serie e showrunner, a discapito dello sceneggiatore Dan Franck (romanziere e, per la televisione francese, autore della miniserie Résistance). Da un lato, questa distinzione ha un sapore decisamente gallico, fedele alla politique des auteurs nata dalle penne di François Truffaut, Jean-Luc-Godard e gli altri "giovani turchi" sulle pagine dei Cahiers du Cinéma e in netta contrapposizione al modello americano dove, salvo rare eccezioni (vedi Luck), il regista occupa un posto minore dopo la realizzazione del primo episodio; dall'altro, il ruolo attribuito a Siri serve anche, involontariamente, a mettere in evidenza la debolezza maggiore della serie, penalizzata proprio sul piano della scrittura, piatta e dominata da tutti i luoghi comuni immaginabili nel contesto del genere, senza l'approccio ironico che avrebbe potuto giustificare, mettendola alla berlina, la struttura schematica dell'intreccio narrativo. Detto questo, anche la regia è molto elementare, a tratti anche irritante (l'uso dello stesso tema musicale ogni volta che la città viene inquadrata dall'alto è a dir poco risibile).

Scontro fra titani

In mezzo a questo oceano di banalità, che rendono quasi impossibile identificare una vera differenza fra Marseille e una qualsiasi fiction transalpina in onda su un canale generalista (l'unico vero elemento estraneo è il sesso esplicito, mentre per le parolacce i francesi sono quasi più liberali degli italiani), si muovono i due protagonisti, Depardieu e Magimel, incaricati di dare un minimo di sostanza a personaggi quasi inesistenti a livello puramente drammatico. E in tale contesto ad uscirne vincitore è il veterano Gérard, che gigioneggia simpaticamente per compensare la vacuità generale di un prodotto che doveva segnare una svolta nella "rivoluzione" di Netflix e invece rischia, salvo miracoli creativi nelle stagioni a venire, di rimanere una delle note a piè di pagina nella storia del colosso dello streaming. Per ora, se si vuole vedere una serie capace di unire il meglio dell'ambizione francese e della sensibilità internazionale, è preferibile ripiegare sulle due produzioni in lingua inglese di Canal+, The Last Panthers e Versailles. Per quanto concerne invece il versante europeo di Netflix, aspettiamo, fiduciosi, l'arrivo di Suburra.

Marseille - Stagione 1 Marseille vorrebbe essere un passo avanti nella programmazione originale di Netflix, ma è in realtà l’esemplificazione del peggio della serialità francese, procedendo per luoghi comuni nel tentativo di raccontare il destino politico della città-simbolo degli ideali transalpini. Un viaggio stucchevole lungo otto episodi, “elevato” solo dal piacere quasi masochistico di vedere un mostro sacro come Gérard Depardieu mantenere intatta la propria dignità recitativa nonostante il materiale a dir poco insipido a sua disposizione. Difficilmente si potrà fare di peggio, ma al momento la voglia di aspettare la seconda stagione per accertarcene è prossima allo zero assoluto.