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Narcos 3: Recensione della terza stagione Recensione

Pochi avrebbero scommesso sulla riuscita della terza stagione di Narcos senza Pablo Escobar, la serie Netflix però stupisce e convince.

recensione Narcos 3: Recensione della terza stagione
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Una guerra non finisce mai, ma si riaccende a ogni successione. È un po' come quando tagli la coda ad una lucertola: pensi di aver estinto il problema, di aver sconfitto il nemico, quella invece ricrescerà. Non c'è scampo. Di queste frasi e altre similitudini sono pieni i dieci episodi che vanno a comporre la terza stagione di Narcos, distribuita da Netflix lo scorso 1 settembre, e che in tutto e per tutto vanno a disattendere i cattivi presagi scaturiti dall'uscita di scena di Wagner Moura, alias Pablo Escobar; vera icona della cronaca criminale contemporanea, l'uomo di Medellin aveva abbandonato - da morto - gli spettatori, lasciandoli orfani del loro divo narcotrafficante al termine della seconda stagione, culminando alla fine di quello che potremmo definire il primo capitolo di una serie antologica. Ognuna dedicata ad un grande colosso della droga, e alla relativa caccia delle forze armate americane e colombiane.
Ma al netto di quanto visto, che stagione è stata?Andiamo ad analizzare di seguito gli elementi di un successo (per nulla annunciato, specie quest'anno) e ciò che rende Narcos, ancora una volta, un prodotto meravigliosamente pensato per il pubblico, tecnicamente ineccepibile e splendidamente interpretato.

Una scommessa vinta, contro ogni previsione

L'idea è quella adottata in casa nostra da Romanzo Criminale e Gomorra: un'interpretazione in chiave "spettacolare" e drammatica dei fatti relativi ad un conflitto, quello eterno con il crimine e la malavita, e il modo in cui i vari poteri sociali (politica, religione, economia) si intrecciano alle vicende private dei singoli personaggi, noti e non. A questo va aggiunto il contributo di Netflix che produttivamente assicura alla serie un comparto registico, fotografico e attoriale di livello superiore alla media, mirato a confezionare un pacchetto pressoché inattaccabile. L'ha già dimostrato nelle precedenti due stagioni, come già scritto sopra elevate e rese accattivanti dalla figura di Escobar, eppure in questa terza, che è stata una scommessa vinta, Narcos sembra aver superato certi limiti di debito ad un personaggio chiave mettendo insieme un tipo di racconto collettivo, slegato dal peso del passato, sempre più divertente, violento e ricco di zone d'ombra. Sempre attento a conservare quell'anima sentimentale che è la ragione del nostro interesse e che ci rende partecipi di un mondo alternativo (e in verità pericolosamente vicino al reale).

Potere e corruzione nella narco-democrazia

Non mancano nemmeno in questa ottima stagione memorabili sequenze, come il ballo passionale di Pacho Herrera nel primo episodio (e subito dopo la tortura con le moto ai danni dei nemici), o la sparatoria di New York dentro un salone di parrucchieri, dove l'impostazione drammatica della lingua e la recitazione degli attori risultano determinanti all'effetto di stupore; senza dimenticare il blitz durante la festa della salsa a Cali, o il massacro elegante di Pacho che poi si consegna alla polizia in una chiesa. Parallelamente alla scrittura (precisi e sopraffini Carlo Bernard e Doug Miro, che hanno curato il maggior numero di puntate) si muovono i personaggi: lo Javier Pena di Pedro Pascal, promosso agente della DEA, diventa una sorta di Virgilio tormentato da un conflitto interiore irrisolto ed è la nuova voce narrante; i narcos del titolo sono i boss del cartello di Cali Miguel e Gilberto Rodriguez Orejuela, Pacho Herrera e Chepe Santacruz (non uno come Escobar, ma quattro alfieri da seguire sulla scacchiera), raddoppiano il divertimento ed espongono la storia del narcotraffico a inediti e interessanti scenari politici di corruzione (in una Colombia chiamata narco-democrazia); ultima, ma non meno importante, è la figura di Jorge Salcedo (capo della sicurezza dei Rodriguez), le cui speranze di fuga dal sistema e l'umanità soffocata ne fanno quasi un martire da compatire.
Percorrendo una struttura circolare e autoconclusiva (di fatto la terza stagione funziona come blocco narrativo indipendente più delle altre due), Narcos apre ad un possibile, ormai certo, sviluppo all'alba della prossima grande guerra. Il futuro è Juarez, terra di confine tra Messico e Stati Uniti. Ecco allora che quel dialogo di chiusura tra l'agente Pena e suo padre (scena meravigliosa), mentre osservano alcune imbarcazioni cariche di cocaina sulle rive di un fiume, è in tal senso rivelatorio. "Ripari la staccionata ogni volta che passa la tempesta?". Si, perché la droga passa, semina e distrugge, ma si può ricostruire, combattere, ostacolare. O almeno, ci si prova. Narcos racconta tutto questo (e anche di più) in maniera eccezionale.

Narcos - Stagione 3 Contro ogni previsione e nonostante l'assenza di un'icona come Pablo Escobar, Narcos si conferma ancora una volta un prodotto meravigliosamente pensato per il pubblico, tecnicamente ineccepibile e splendidamente interpretato. Superando certi limiti di debito ad un personaggio chiave mettendo insieme un tipo di racconto collettivo, slegato dal peso del passato, sempre più divertente, violento e ricco di zone d’ombra. Sempre attento a conservare quell’anima sentimentale che è la ragione del nostro interesse e che ci rende partecipi di un mondo alternativo (e in verità pericolosamente vicino al reale).

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