Recensione Outcast - Stagione 1

E’ terminata la prima stagione di Outcast, la seconda serie horror di AMC tratta da un fumetto dell’autore di The Walking Dead: ecco cosa ne pensiamo

recensione Outcast - Stagione 1
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Con questa nuova serie esordiente, Robert Kirkman si lancia in prima linea nello sviluppo di un nuovo adattamento di un'altra sua opera illustrata. Con il supporto del network statunitense Cinemax e la compagnia di produzione Fox International Studios, il fumettista ci immerge nella nera melma di un nuovo mondo angosciante, di cui aveva già concepito la trasposizione televisiva ancor prima di rappresentare la storia tramite il medium del fumetto a cui ha dato vita al fianco dell'illustratore Paul Azaceta. Questi primi dieci episodi dal finale aperto che rimanda alla già ordinata seconda stagione, anche grazie alla modalità fuori dal comune con cui è stata pensata l'intera serie hanno presentato una forte fedeltà al materiale originale e, nel contempo, hanno sperimentato un nuovo modo di rappresentare l'horror: in particolare, ha avuto grande spazio la branca delle possessioni demoniache, facendo leva su una peculiare organizzazione dell'intreccio e un'inusuale caratterizzazione dei personaggi che potrebbe tuttavia lasciare insoddisfatti gli spettatori più esigenti.


Un horror privo di adrenalina

Nella prima stagione di Outcast, la regia ha seguito un filo conduttore dall'andamento lineare, con un ritmo che ha i suoi pregi e i suoi difetti. Da una parte, infatti, sembra vincente la scelta di non ridurre la narrazione ad un susseguirsi ripetitivo di troppo simili esorcismi che renderebbero la serie eccessivamente vicina al genere dei procedural. Le puntate, infatti, evitano di seguire uno schema troppo rigido e prevedibile in modo da poter continuare a conservare l'indole necessaria per un horror. Dall'altra parte, però, fatta eccezione per sporadici colpi di scena e per il cliffangher del season finale, la narrazione sembra essere eccessivamente dilatata e lenta. Molte sequenze, pur aiutando a immedesimarsi nell'inquietudine dei personaggi, sembrano quasi essere state introdotte come riempitivo rischiando, addirittura, di risultare noiose agli spettatori meno pazienti. Se, quindi, si vuole guardare una serie violentemente terrorizzante, ricca di colpi di scena inaspettati che fanno sussultare sulla sedia, Outcast non è la scelta più adatta. Più che optare per quel genere di horror al cardiopalma che fa venire i nervi a fior di pelle, infatti, gli autori hanno scelto di puntare su una storia che fa leva sulla profondità psicologica, sul buio viscerale e inquietante del nostro io più nascosto. Niente spaventi improvvisi per farci uscire il cuore dal petto ma, piuttosto, una continua instillazione di angoscianti dubbi, domande e misteri della trama che ci mantengono in un incessante stato di ansia suscitata anche dalla fotografia dai toni, nel contempo, scuri e sbiaditi che, però, non sembra essere particolarmente originale e che, comunque, non è supportata da un'adeguata base narrativa.

Personaggi che non convincono

Se la storia presentata in Outcast appartiene ad un genere diverso dai soliti horror adrenalinici, anche i suoi personaggi seguono la medesima linea un po' fuori dal comune. In generale, purtroppo, la caratterizzazione dei personaggi non sembra essere sufficientemente elaborata, fresca o approfondita, facendo risultare il tutto un po' troppo piatto e stantio. Il personaggio principale di Kyle, interpretato dal giovane Patrick Fugit, appare eccessivamente stereotipato quando lo si guarda dal punto di vista della sua personale lotta (interiore ed esteriore) tra il Bene e il Male. L'unico elemento che risolleva il giudizio sul personaggio, infatti, è il suo rapporto conflittuale con la moglie e la figlia che, comunque, non presenta sorprendenti slanci narrativi. Migliore anche se di poco sembra essere invece la costruzione del personaggio del Reverendo Anderson di Philip Glenister che, anche se incarna molti degli stereotipi propri del prete esorcista che sono andati costruendosi negli anni, presenta qualche elemento interessante. Un esempio è il doppio conflitto da cui è attanagliato il personaggio.

Da una parte, abbiamo la solita lotta tra bene e male che, pur essendo un tema logorato dal troppo uso, è declinato nella forma un po' più fresca del contrasto tra la fede e la disillusione causata da un mondo alla deriva; d'altra parte, però, appare vincente l'idea del rapporto controverso e contradditorio con Kyle, per cui il Reverendo prova sincero affetto quasi paterno, comprensione e compassione per la sua storia ma, nel contempo, non può fare a meno di guardare il ragazzo con gli occhi dell'invidia per il potere e l'unicità di cui il giovane sembra essere investito e che Kyle vede più che altro come una maledizione. Questo sentimento poco lusinghiero per un reverendo, che contrasta profondamente con l'immagine pura dell'esorcista senza macchia, contribuisce a rendere più complesso e interessante il personaggio. Purtroppo però, gli slanci creativi nella caratterizzazione dei personaggi - compresi i secondari della nostra storia sembrano fermarsi qui, senza decollare. Anche se sono presenti accenni al loro passato e alla loro storia, questi rimangono comunque piuttosto sterili e faticano a fornirci un'immagine a tutto tondo dei vari caratteri. Per una serie horror che come punto di forza e fondamentale elemento inquietante ha il malessere dei propri personaggi, risulta strana, disorientante e insolita una così poco approfondita esplorazione del backround, della personalità e, in generale, dell'interiorità dei suoi protagonisti.

Outcast - Stagione 1 La prima stagione di Outcast non convince a pieno e si presenta al suo pubblico come un esperimento non andato pienamente a buon fine. Nonostante sia riuscita bene la costruzione dell’atmosfera cupa, inquietante e straboccante d’ansia, gli episodi non riescono a sfruttare a pieno questo buon trampolino di lancio mettendo in scena una storia dal ritmo eccessivamente lento quando, forse, lo spettatore si sarebbe aspettato una maggior dose di adrenalina. I personaggi di cui abbiamo fatto la conoscenza, inoltre, non riescono a risollevare di molto lo spirito della narrazione poiché, pur presentando qualche risvolto interessante, risultano essere ancora poco sviluppati.