Scream Queens: la recensione della seconda stagione

Con l'episodio "Drain the Swamp" si conclude la seconda stagione della serie di Ryan Murphy: ecco cosa ne pensiamo

recensione Scream Queens: la recensione della seconda stagione
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Cala il sipario anche sul secondo anno di Scream Queens, l'esperimento televisivo di Ryan Murphy e Brad Falchuk che mescola un genere, l'horror-splatter, a personaggi e situazioni comiche, dissacranti, da inserire nella miglior tradizione "trash" della storia del piccolo schermo. Marchio di fabbrica dei suoi artefici, questo prendersi poco sul serio ha avuto fin dalla prima stagione un effetto destabilizzante e al tempo stesso contagioso: le disavventure delle tre improbabili eroine in rosa, le spietate e alla moda Chanel #1, #3 e #5, raccontate attraverso il linguaggio giovanile tipico del periodo in cui viviamo e una leggerezza di fondo che aiuta a sopportare le gravi falle di sceneggiatura, hanno reso Scream Queens un prodotto complessivamente piacevole, perfetta combinazione di divertimento e disimpegno che oggi non trova paragoni simili in tv. O almeno, non con la stessa irriverenza e spiazzante sincerità. Ora che la seconda stagione è terminata, con la messa in onda del decimo e ultimo episodio intitolato "Drain the Swamp", è giunto il momento di tirare le somme su quella che è apparsa come la più debole tra le due, per niente agevolata dal parere degli ascolti (in calo vertiginoso fin dall'inizio) e da una mancanza di rinnovamento degli schemi già utilizzati nella precedente.


Un insuccesso annunciato, nonostante le premesse

I segnali di un annunciato fallimento c'erano stati nella season premiere "Scream Again", un grido al passato che ripeteva le sue stesse soluzioni narrative, oltre che estetiche: con un flashback veniva introdotto il nuovo villan, che si è rivelato essere (Attenzione Spoiler!) trino, il Green Meanie, un diavolo vestito di verde che negli anni Ottanta seminava terrore e melma lungo i corridoi di un ospedale, proprio quello acquistato e rimodernato da Cathy Munsch (Jamie Lee Curtis) dove oggi lavorano le tre Chanel (Emma Roberts, Abigail Breslin e Billie Lourd), Zayday Williams (Keke Palmer) e i medici Brock Holt (John Stamos) e Cassidy Cascade (Taylor Lautner). Cambia la location e la minaccia, ma il tono resta quasi invariato e la scrittura di Ryan Murphy, Brad Falchuk e Ian Brennan non sembra ispirata e convincente come quella della prima stagione; esaurita la sorpresa di trovarsi davanti ad un tentativo, per quanto assurdo, assolutamente riuscito e gradevole, nella seconda stagione è la mancanza di idee sulla crescita e lo sviluppo di una base già buona e intrigante ad affossare Scream Queens.

Cosa ne sarà di Scream Queens?

Non è stato sufficiente nemmeno il recupero del personaggio di Lea Michele, Hester Ulrich, scagionata dalla condanna dello scorso anno e riabilitata come supporto alle indagini sul Green Meanie, perché sebbene il suo contributo abbia riservato le cose forse migliori, da solo ha avuto la forza di una voce all'interno di un coro impazzito e rumoroso. Senza contare le new entry del cast, Stamos e Lautner, giusti nei ruoli ma non incisivi come avrebbero dovuto. L'unica nota positiva rimangono le Chanel e i loro torrenziali monologhi dell'inutile: alle tre reginette dell'urlo Murphy e co. consegnano il senso stesso dello show, la fine dell'intelligenza e la consacrazione dell'apparenza, in un finale dove Emma Roberts esclama fiera che "Per sopravvivere bisogna essere belle, magre, alla moda e spietate". Sarà anche così, ma le sorti di Scream Queens e il suo futuro sul piccolo schermo dipendono da ben altro, e non siamo così sicuri che la serie possa offrirlo.

Scream Queens - Stagione 2 Nonostante le premesse e il cambio antologico proposto da Ryan Murphy e Brad Falchuk, la seconda stagione di Scream Queens tradisce i buoni risultati ottenuti dalla precedente, che invece aveva tracciato una strada horror-trash convincente e inedita nel panorama televisivo americano. Tutti gli elementi che contribuivano alla riuscita complessiva del prodotto sono naufragati nella totale mancanza di idee e soluzioni di rinnovamento, e con una base come quella creata dagli autori e il tono autoironico, ci si poteva aspettare di più.

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