Sherlock, seconda puntata: caccia al fantasma

Sherlock arriva alla seconda puntata, e con The Lying Detective ci lascia immergere in un meraviglioso universo di straordinaria qualità.

recensione Sherlock, seconda puntata: caccia al fantasma
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Si ricomincia da lì, dove l'avevamo lasciato: focale stretta, una mano che trema appena, il calco di una pistola - e poi bam. Tutto finisce e tutto inizia con un colpo, che la scorsa settimana ha chiuso definitivamente una vita e ne ha aperta un'altra, per i protagonisti, che non è altro che un profondo buco nero pronto a risucchiare ogni felicità. Secondo gli esperti il lutto si elabora in cinque fasi, ma nel caso di Sherlock non si ha a che fare con persone normali, reazioni naturali: abbiamo castelli mentali, traumi stratificati, difficoltà emotive da affrontare che si chiudono in strazianti silenzi, il vero e proprio motore di questa straparlata puntata. Watson (Martin Freeman) si confessa costantemente con la sua analista, Sherlock (Benedict Cumberbatch) delira con se stesso in complete allucinazioni dovute alla droga, perfino l'antagonista della puntata trova nella confessione verbale il suo modo di esprimersi, e nella parola il senso di esistere. Tutti parlano, eppure stratificato sotto frasi, parole e discorsi c'è un assordante silenzio che fischia nelle orecchie di ognuno di loro, quello della perdita. Che, prima o poi, andrà affrontato e messo alle strette.

Big brother is watching you

A favore di questa assordante cacofonia espressiva abbiamo tutta la messa in scena, che mai come in questo episodio è consapevole della materia trattata: Sherlock e Watson hanno affrontato la perdita molte volte, eppure in ognuna evolvono ed elaborano una nuova strategia con loro stessi. Così fa anche la struttura visiva di Sherlock, che stavolta mette al tappeto lo spettatore infilandolo in prima persona in un delirio fatto di montaggio sincopato, riprese distorte, angolature folli e altrettanto folli distorsioni visive e uditive. Insieme a Sherlock si viaggia in una dimensione stupefacente che crea un'intimità con il protagonista mai così profonda, e che dimostra quanto la tecnica eccellente di Sherlock, seppur chiaramente manierista, riesca a tenere un contatto con la materia raccontata incredibile, lasciando lo spettatore tutt'altro che vuoto ma con in mano un prodotto qualitativamente eccelso in forma e sostanza.

It is what it is

Seguire i passi di Sherlock non è mai facile, soprattutto al suo ritmo: se la prima parte quindi vira su tecnica spinta e su un visivo oltre ogni limite, nella seconda le carte iniziano a mettersi a posto, la logica lascia il posto alla droga e lentamente gli effetti svaniscono. Insieme al nostro detective preferito ci calmiamo anche noi, entrando in una dimensione più drammatica che avvolge di malinconia tutta la seconda parte e lascia perfino sfuggire qualche lacrima in un confronto tra i fantasmi del passato e del futuro che è tutto di Martin Freeman e Amanda Abbington, ancora protagonista tra le pieghe di un senso di colpa che esplode in modo tenero e naturale, tra le uniche braccia che possono accoglierlo. Non sarebbe da Sherlock però lasciarci ad un finale lineare senza farci di nuovo partire per l'ennesimo giro di giostra: e così, proprio come una montagna russa, arriva la ripida discesa negli ultimi cinque minuti, dove ancora una volta giriamo punto di vista, scopriamo le maschere e ripartiamo lì dove ci eravamo lasciati. Il calco di una pistola, e poi bam. Miss me?