Sherlock, The Final Problem: Il palazzo del cuore

The Final Problem aggiunge l'emotività al gioco di Sherlock, grazie ad un gioco che lo rende finalmente completo ma ancora inaccessibile.

recensione Sherlock, The Final Problem: Il palazzo del cuore
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Fin dal suo inizio, quattro stagioni fa, Sherlock si è sempre dimostrata molto più di una semplice serie televisiva. Lontana da ogni tipo di regola, esattamente come il suo protagonista ha sempre fatto un po' di testa sua: poco ortodossa, sempre più veloce del suo pubblico, a volte quasi supponente nei confronti di chi stava a guardarla. Sherlock è stata un passo avanti e sempre lo sarà, un fatto dimostrato anche nel finale di questa quarta stagione - che mette forse la parola fine all'intera serie. Una volta ancora lo sberleffo è dietro l'angolo, il gioco è in piccoli messaggi registrati, l'anima è nascosta sotto una razionalità apparentemente perfetta eppure superficiale. Perché se c'è una cosa che è sempre mancata allo Sherlock di Benedict Cumberbatch è il contesto emotivo, che in ogni momento viene soppresso in favore dell'analisi - che solo in quel modo può essere lucida.

I miss you

Abbiamo avuto molti momenti emotivi in Sherlock, ma ognuno di essi è distaccato, fuori dal contesto generale, quasi allontanato per stesso volere dei protagonisti. Ogni avvicinamento è messo a tacere, ogni pattern sentimentale viene distrutto, ogni rapporto deteriorato in un modo o in un altro. The Final Problem è esattamente questo: un ricongiungimento con la propria emotività castrata, dimenticata e infine perduta, lontana anni luce tanto da essere impossibile da immaginare perfino per lo spettatore. È la linearità analitica a tirarla fuori, una linearità che dal punto di vista formale non è mai stata propria di Sherlock: eppure anche questa volta il terzetto delle puntate di questa quarta stagione trova armonia, abbassando il tono di una folle seconda puntata che non era altro che un preludio al movimento finale, quell'ultima nota malinconica che chiude (forse definitivamente) un cerchio perfetto. Sherlock combatte così i demoni del suo passato e tra le loro macerie trova il futuro, regalandosi attraverso un percorso di profonda sofferenza l'unica cosa che mancava alla sua vita: l'emotività.

My two boys from Baker Street

Steven Moffat prende così definitivamente il largo rispetto alle opere di Sir Arthur Conan Doyle, salpando verso una sua isola che ha poco a che vedere con l'originale detective letterario ma ha molto da raccontare alla serialità moderna. Un viaggio burrascoso per mare e per cieli, che ha come destinazione il raggiungimento di uno status, quello di miglior serie drammatica britannica. Il problema finale tocca la terra di questa nuova isola un passo dopo l‘altro, iniziando la sua conquista con una ouverture a tinte horror - che riesce a prendere in giro i cliché di genere con la stessa puntualità con cui si muove tra angusti corridoi e stanze chiuse a chiave, metafora perfetta della mente del suo protagonista. Ed è con quella stessa mente che Sherlock arriva a confrontarsi, davanti all'illusione di un vetro che crede di toccare ma che in realtà non è mai esistito, esattamente come quelli che ha costruito nel suo palazzo mentale per tenere al sicuro tutti i suoi demoni emotivi. A Eurus il compito di lasciarli liberi, di regalare a Sherlock delle vere e proprie emozioni creando illusioni, sensazioni, nuovi corridoi da attraversare e nuove stanze in cui risolvere misteri. Un puzzle spaventosamente logico per lo spettatore eppure impossibile da decifrare per Sherlock, che nonostante l'aiuto di Mycroft (Mark Gatiss) e Watson (Martin Freeman) ha bisogno solo di se stesso per terminare l'indovinello. Che manca spesso di logica consequenziale, che si prende delle spaventose licenze in fase di sceneggiatura, che a volte appare pieno di incinsistenza. Ma va bene così, perché quello della BBC è lo Sherlock sempre un pizzico avanti, che fa un po' di testa sua: è lo Sherlock del ventiduesimo secolo.

Sherlock - Stagione 4 La quarta stagione di Sherlock prende definitivamente il largo rispetto ad ogni vecchia struttura, riuscendo a plasmare un nuovo personaggio che in The Final Problem compie un'andata e ritorno sia dall'inferno che dal paradiso. Ne esce uno Sherlock completo eppure irraggiungibile, demone e santo, in tutti i difetti che lo hanno reso finalmente uomo. Eppure, nonostante la puntata sia lineare, Sherlock Holmes riesce allo stesso tempo ad avvicinarsi e ad allontanarsi dallo spettatore, dimostrando ancora una volta come il suo sviluppo sia sempre un passo avanti a noi. Un personaggio del ventiduesimo secolo, che riusciamo a toccare ma mai ad afferrare del tutto, e da cui non si può non essere meravigliati.

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