The Get Down Parte 2 Recensione: di nuovo in pista

I Get Down Brothers ritornano per la seconda parte della prima stagione, ma stavolta senza il loro padre creativo e la cosa purtroppo si fa sentire.

recensione The Get Down Parte 2 Recensione: di nuovo in pista
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Sulle note di "Set me free", vera hit della serie, si chiudeva la prima parte della Genesi del rap secondo Buz Luhrmann, e proprio il singolo d'esordio di Mylene Cruz (la sempre brava Herizen F. Guardiola) si impone come tema portante di The Get Down Part II: la ricerca della libertà. Un anno è passato dalla fine dei primi sei episodi, un anno che ha portato alla contemporanea affermazione dei nostri paladini della black music; i Get Down Brothers, capeggiati dal DJ Shaolin Fantastic (Shameik Moore) e l'MC Books, alias Ezekiel "Zeke" Figuero (Justice Smith), sono ormai
affermati come una delle maggiori realtà della primordiale scena hip-hop, Mylene è in piena ascesa come nuova star della musica pop.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Perseguire i propri obiettivi, realizzare i propri sogni ha sempre un costo, e ben presto i nostri protagonisti dovranno fare i conti con una realtà fatta di compromessi e privazioni; il successo tanto inseguito, quello che viene dipinto come l'unico mezzo per fuggire dal Bronx, idealisticamente sovrapposto al concetto stesso di libertà, si rivela un'arma a doppio taglio, un motivo ulteriore di prigionia.

Pride comes before a fall

Non una vera e propria seconda stagione, The Get Down part II riprende il filo del discorso soffermandosi maggiormente sui destini personali, tralasciando la storiografica epica del rap per mettere in risalto le scelte e i turbamenti degli uomini e le donne nella loro consistenza più intima, giù dal palcoscenico: Zeke è di fronte ad un bivio, seguire il suo cuore per donarsi completamente alla musica, o intraprendere il percorso che altri hanno tracciato per lui, mettendosi la giacca buona, entrando a Yale tramite il progetto politico di integrazione da prima pagina, diventando così un "black man in a white world" visto come un abbandono della propria storia; Mylene è stretta tra la sua voglia di cantare, di diventare la nuova Tina Turner, e l'ostracismo del padre, il pastore Ramon Cruz (il sempre ottimo Giancarlo Esposito), fanatico sacerdote nemico della modernità, portatore di una visione peccaminosa e satanica della disco music e del pop tutto, ma sempre pronto a spremere il successo di sua figlia per esaltare e rendere grande la sua chiesa, in nome di un Dio trasformato in vanagloria; lo stesso Shaolin, ancora una volta il più carismatico e iconico tra i personaggi, si divide tra due famiglie, quella di Fat Annie (Lillias White), sua "madre" adottiva, regina della criminalità che sin da bambino ha introdotto Shao allo spaccio di droga, e la sua crew, quei Get Down Brothers sempre più fratelli nella musica. La musica rimane però, ovviamente, la protagonista principale; ci si esibisce di più in questa seconda parte, si canta di più, ma non ci sono dei veri e propri tormentoni come la già citata "Set me free". Diventa più metafisica, la musica, un potere unificante che Ronald "Ra-Ra" Kipling (Skylan Brooks) paragona alla "Forza" di Star Wars. Anche ad essa si applica la metafora della libertà che sembra pervadere tutti e cinque gli episodi; il rap come ribellione, come ricerca di una libertà artistica che rompa con gli schemi commerciali, con i contratti e le limitazioni discografiche. La musica come moto dell'animo, "divertente e bella perché gratis" dirà Zeke. Una metafora racchiusa nella guerra tra i tre storici "regni" dell'hip-hop e l'idea di Fat Annie di rinchiudere questo grido di libertà in un vinile, sostituendo l'irresistibile creatività del DJ con una band, e la sua poca versatilità. Una storia dolceamara, che vede una graduale disillusione, un ritorno alla realtà dopo il momento di gloria, chiusa sulle note di "Rapper's Delight", la prima canzone rap ad uscire dalle strade, capace di rendere famoso il rap in tutto il globo; era registrata con una band.

Uno spettacolo meno spettacolare

The Get Down part II è un prodotto concepito da Baz Luhrmann, e si vede; è anche un prodotto che non ha visto Baz Luhrmann presente in prima persona, e si vede anche questo. Rispetto alla prima parte è un'opera più lineare, meno pirotecnica, se vogliamo dai toni più cupi e dalle atmosfere più "urban", che prendono il posto della magnificenza visionaria del musical alla Luhrmann. Non mancano scene dal grande impatto visivo, una su tutte nel quarto episodio quella al "Ruby Con" in un'esplosione di luci, colori e movimenti forsennati, che con la sua apertura da cabaret molto ricorda Moulin Rouge!. Tecnicamente rimane su picchi ottimi, con performance musicali girate magistralmente, effetti visivi e auditivi comunque buoni, e un cast che si conferma composto da giovani promettentissimi e pilastri della serialità statunitense, che giustificano l'investimento totale da 120 milioni di dollari di Netflix.

Proprio la grossa cifra ha in qualche modo gravato sulla realizzazione di questa seconda parte, dove vediamo l'inserimento di inserti animati che alleggeriscono il carico di girato. Per quanto sia un escamotage dettato dal budget risulta comunque un'introduzione divertente, lasciata nelle mani di Marcus "Dizzee" Kipling (Jaden Smith), il personaggio forse con la storyline più interessante e complessa, che trasforma le avventure dei paladini del rap in un fumetto supereroistico che sa dei cartoon dei Jackson 5. Proprio con quello che Dizzee chiama "final chapter" si chiude il blocco di cinque episodi, e chissà se vedremo una nuova stagione, viste anche le dichiarazioni dello stesso Lurmann che vede la sua epopea rap giunta dall'altra parte, oltre il narrabile che ormai è storia.

The Get Down - Stagione 1 I Get Down Brothers ritornano senza il loro padre creativo e la cosa si fa sentire. Perde un po’ della sua esuberanza virando verso una maggiore linearità, riuscendo però a rimanere un prodotto divertente e a tratti esaltante. Una storia che nella sua vivacità superficiale si dimostra malinconica e disillusa, seppur frettolosa in alcuni suoi scioglimenti. Incerti sul suo futuro possiamo dire che rimarrà un piccolo gioiello nel suo genere e un grande omaggio alla musica.

7.5