Recensione The Walking Dead - Pilot di Stagione

Abbiamo dato uno sguardo all'episodio pilota di The Walking Dead. Frank Darabont avrà fatto centro?

recensione The Walking Dead - Pilot di Stagione
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"Loneliness is a cloak you wear
A deep shade of blue is always there

The sun ain't gonna shine anymore
The moon ain't gonna rise in the sky
The tears are always clouding your eyes
When you're without love (Baby)

Emptiness is a place you're in
and nothing to lose but no more to win

The sun ain't gonna shine anymore
The moon ain't gonna rise in the sky
The tears are always clouding your eyes
When you're without love

Lonely without you baby
Girl I need you, I can't go on"


Walker Brothers

L'Apocalisse, un giorno.

The Walking Dead racconta la storia di un gruppo di sopravvissuti ad un'epidemia di zombie che si è abbattuta su tutto il pianeta. Guidati dallo sceriffo Rick Grimes (interpretato dall'attore inglese Andrew Lincoln, Love Actually), i supersiti vagano alla ricerca di un posto sicuro dove rifugiarsi. Ma l'assedio quotidiano a cui sono sottoposti e il costante pericolo di morte non tardano a far emergere i peggiori istinti dell'essere umano. Nella battaglia per difendere la vita dei suoi famigliari e dei suoi compagni, Rick sarà costretto a rendersi conto che la paura e la disperazione dei sopravvissuti possono essere molto più insidiose dei morti viventi.

Days gone bye

La fiction a base di zombi sta diventando piuttosto inflazionata. Quasi radical chic. Quello che prima era un sottogenere dell'horror apprezzato fondamentalmente da un'agguerrita cerchia di appassionati, con la complicità di una congiuntura mediale a base di cinema e videogiochi sta quasi per mutare in una corrente mainstream. Questo non è certo da indendere con un'accezione prettamente negativa, finché continueremo a poter gustare prodotti come Shaun of the Dead o Zombieland. Il rischio tangibile però è che i non-morti possano a breve finire nelle sopresine degli ovetti kinder, magari in seguito a una serie tv sullo stile delle Winx (nota per eventuali ladri di idee: gli articoli di Everyeye.it sono soggetti a copyright e se mai dovessimo, un giorno, vedere un serial a cartoni con degli allegri zombetti ci faremo sentire. Scripta manent). Proprio a proposito della pellicola di Ruben Fleischer chi vi sta parlando ora scriveva quasi un anno orsono "I personaggi di Eisenberg, Woody Harrelson, Emma Stone e Abigail Breslin, non possiedono più un nome e un cognome. Si chiamano adoperando la denominazione del luogo da cui provengono, perché oramai in un mondo sinistrato dalla piaga zombi, restare attaccati alle piccole cose è l'unico carburante capace di mandare avanti le persone, come in una una sorta di spin-off dell'acclamata serie a fumetti di The Waking Dead". Questo avveniva solo pochi giorni prima che AMC, il canale televisivo americano dietro il successo di Breaking Bad e Mad Men, annunciasse in pompa magna che proprio The Walking Dead sarebbe diventata una serie tv, prodotta da due guru hollywoodiani come Frank Darabont (regista de Le Ali della Libertà, Il Miglio Verde e The Mist) e Gale Ann Hurd, una tizia che è passata dall'essere assistente esecutiva di Roger Corman alla produzione di blockbuster come Terminator, Aliens, Terminator 2, Armageddon. Uno show televisivo che Mediaset e Rai potrebbero solo immaginare di produrre nelle loro fantasie erotiche più spinte. Leggendo il comic di Robert Kirkman, edito in Italia da Saldapress e giunto al 6 volume (in America sono già al 13°), la considerazione più ovvia che si possa fare è proprio "cavolo, qua dentro c'è talmente tanta roba che potrebbero tirarci fuori una serie tv coi fiocchi!".
Ovvio dicevamo. Ma anche azzardato. Ipotizzare uno svilimento delle tematiche affrontate dall'enfant prodige Robert Kirkman, appena ventitreenne all'epoca dell'uscita del primo numero della serie nel 2003, in favore dell'entertainment "easy watching" per i tranquilli focolai domestici delle famigliole americane (e mondiali) era il minimo. Nonostante la "premiere league" dei nomi coinvolti in ambito produttivo. Come afferma lo stesso Kirkman nella prefazione del primo numero del comic "A mio parere, i migliori film di zombi non sono quelle feste splatter di violenza sanguinolenta, con personaggi ridicoli e battute idiote. Un buon film di zombi riesce a farci veder come siamo messi male, mette in discussione sia il nostro ruolo nella società sia quello della nostra società nel mondo. Certo, quei film ci mostrano sangue, violenza e anche un sacco di altre 'figate', ma, in fondo, al loro interno scorre sempre una corrente sotterranea di critica e riflessione sociale. (...) Con The Walking Dead intendo indagare i modi in cui le persone reagiscono di fronte alle situazioni estreme e come ne escono cambiate. E' questo il mio scopo sulla lunga distanza. Con il tempo, vedrete il personaggio di Rick mutare e maturare al punto che quando vi guarderete alle spalle, vi accorgerete di non riconoscerlo più. Spero che vi piacciano i racconti epici, perché è proprio ciò che ho in mente per questa storia". La dichiarazione programmatica è stata mantenuta da Kirkman, almeno nei numeri finora pubblicati in Italia. Dal canto suo, lo scorso anno, Darabont rivelava a fear.net "La graphic novel di Robert Kirkman per noi è un modello da seguire ed è una grandissima opportunità per conferire un tono serio alla serie, abbiamo tutto il tempo necessario per approfondire le pesicologie dei personaggi nel lungo periodo che è quello che la televisione fa meglio quando è ben fatta. Per cui Zombieland non lo vediamo assolutamente come un competitor. Con il lavoro fatto da Kirkman possiamo seguire un sentiero già egregiamente tracciato e, talvolta, potremo deviare dal percorso, sempre rispettando lo spirito di quanto indicato da Robert". In attesa della premiere televisiva prevista per il 31 ottobre negli Stati Uniti e per il prossimo 1 novembre in Italia, sul canale Fox, noi di Everyeye.it siamo già in grado di dare una risposta alla domanda "Frank Darabont è un uomo di parola?".

The Walkers

Il pilota di The Walking Dead va dritto al sodo. La sequenza pre-titoli di testa ci catapulta improvvisamente in un mondo in cui l'innocenza è perduta. Anche una piccola bambina con delle babbucce a coniglietto in cerca, per qualche meccanismo inconscio, del suo orsacchiotto di peluche, è solo un involucro di carne putrescente. La curiosità viene subito tenuta desta da un incipit che devia saggiamente da quello del fumetto, troppo sbrigativo da riproporre su schermo senza rimaneggiamenti. Considerato il corposo trailer mostrato questa estate dopo il Comic Con di San Diego, non spoileriamo nulla dicendo che la sparatoria che costerà il grave ferimento dello sceriffo Rick Grimes prima dell'apocalisse zombi e il risveglio in stile "28 Giorni Dopo" all'interno dell'ospedale risponderanno comunque all'appello, seppur con una differente posizione all'interno del plot narrativo. Ed è proprio dal momento in cui lo sceriffo interpretato da Andrew Lincoln, attore inglese che i più romantici ricorderanno di certo per Love Actually, si alza dal suo letto d'ospedale, dopo una sequenza di titoli di testa in cui i volti dei protagonisti sono racchiusi dalle cornici fotografiche ormai andate in frantumi, così come tutta la loro vita, l'estrema cupezza di The Walking Dead appare sempre più intensa, mano a mano che Grimes si spinge nei corridoi oscuri del nosocomio. Il senso di desolazione e devastazione supera ampliamente quello del fumetto e, forse, anche il livello cui normalmente ci ha abituati il prime time televisivo. Lo splatter non è invasivo, d'altronde Darabont, che ha diretto proprio questo pilota, non è un regista di serie b da eccesso gratuito di emoglobina, e gli effetti speciali, ad opera del maestro Greg Nicotero, già al lavoro coi non-morti ne Il Giorno dei Morti Viventi di George Romero portano sul tubo catodico alcuni degli zombi "più belli" che si siano mai visti in tv e al cinema. Ma più che disgusto, gli walker suscitano un inaspettato senso di empatia, specie in relazione ad alcuni passaggi con Andrew Lincoln. Se, di primo acchito, all'interprete britannico avremmo preferito uno Sharlto Copley o un Joe Anderson opportunamente invecchiato, dobbiamo arrenderci di fronte all'evidenza di una performance davvero notevole: la compassione con cui Grimes rivolge il suo sguardo alla zombie-donna privo di gambe nel parco è quasi spiazzante, struggente. Darabont aveva avvertito che avrebbe deviato dal percorso e così è stato. Ma le nuove direzioni intraprese col pilota di questo The Walking Dead sono tutte indirizzate alla costruzione di un rapporto emozionalmente saldo fra spettatore e personaggi, in maniera più rapida di quanto avviene nel fumetto. Ci sono anche alcune concessioni, tuttosommato giustificabili, a una spettacolarità forse un po'troppo yankee oriented: il Rick Grimes televisivo è più "tosto" e risoluto di quello cartaceo (o meglio, dell'ersordio su carta) e la scena dello zombi dall'altra parte della rete, che ha un finale differente da quello fumettistico, stride un po' con l'empatia di cui vi parlavamo prima. Ma ciò non c'impedisce certo di rispondere affermativamente alla domanda "Frank Darabont è un uomo di parola?".

The Walking Dead - Stagione 1 Il lungo pilota di The Walking Dead porta indelebilmente tracciata su di sé la matrice stilistica tanto del legittimo creatore del fumetto, Robert Kirkman, quanto del suo “padre” catodico Frank Darabont. Nonostante le platee televisive siano avvezze da tempo allo strano, all'insolito, all'inaspettato, dai tempi di The Twilight Zone passando per Twin Peaks fino ad arrivare a Lost e Flashforward, la produzione di AMC, oltre all'imponenza della macchina produttiva, mette in moto un motore in cui il vero carburante, piuttosto che l'horror fine a se stesso, è costituito da un propellente formato da un promettente ritratto psicologico dei personaggi e delle ambientazioni, desolate e cupe. E il cliffhanger della puntata colpisce pienamente il bersaglio, portando lo spettatore a chiedersi, dopo dei minuti pregni di tensione, “cosa succederà poi?”