Recensione The Walking Dead - Stagione 5

Dopo morti e disperazione, i nostri giungono presso la safe house di Alexandria... ma saranno davvero al sicuro? O l'orrore si nasconde anche all'interno delle mura? Scopriamolo insieme

recensione The Walking Dead - Stagione 5
Articolo a cura di
Nunzio Gaeta Nunzio Gaeta ama scrivere e parlare in maniera trasversale di cinema, serie tv e videogames, nonché di tutto ciò che ruota intorno alla cultura giapponese. Lo potete trovare su Facebook e su Google Plus.

Potremmo iniziare parlando di come The Walking Dead avesse le carte in regola per distruggere determinate barriere che attanagliano la serialità televisiva, o di come dalla prima stagione ad oggi - grazie anche alla dipartita del mai troppo compianto Frank Darabont, creatore della serie tv - il tiro del serial sia incommensurabilmente cambiato, diventando qualcosa di diverso. E parlare dei suoi stalli o dei suoi difetti? Di come, nonostante i lodevoli picchi di share, il serial alterni episodi tutto sommato discreti ad altri assolutamente nefasti e noiosi? Non faremo niente di tutto questo perché è inutile ribadire più e più volte l’atipicità di The Walking Dead, il suo sapersi distinguere dalle altre serie, ed essere a volte forse lontano dalle aspettative che gli spettatori stessi nutrono nei suoi confronti. La differenza tra lo show e il fumetto, laddove il primo sembra ormai stantìo e fermo all’interno di un determinato circolo di personaggi e situazioni che apparentemente non si evolvono mai, sta lì a dimostrarlo. Gli sceneggiatori, al di là di una qualche mancanza d’inventiva di fondo, hanno posto bene in vista i loro obiettivi e le tematiche desiderate: vogliono parlare delle persone, dei rapporti che s’instaurano tra di loro all’interno di un mondo disastrato e putrefatto, tenendo ben alla larga le spiegazioni sul come, il dove o il perché.

Tutti nella safe zone

Ancora una volta, The Walking Dead è stato capace di dividere il pubblico, spezzandolo letteralmente in due parti: da una parte chi apprezza l’eccessiva calma, l’analizzare i personaggi e le loro sfumature all’ interno di un mondo squallido e distorto, e dall'altra chi amerebbe soltanto una degna conclusione o anche un avanzamento di scena, nonché di situazioni, per la serie. Questi ultimi non sono stati del tutto accontentati, sebbene nella seconda parte della stagione vi sia stato uno sviluppo senza dubbio più veloce delle vicende, che hanno portato i nostri presso la safe-zone di Alexandria. Questo non senza sacrifici e problematiche di vario genere (ultime, per importanza, le scomparse di due dei membri “storici” del gruppo), sebbene, proprio come accadde con Terminus, i primi episodi del dopo pausa invernale siano serviti ad introdurre i personaggi verso quella che sarà una location basilare per lo sviluppo delle prossime vicende. E l’intenzione degli autori di marcare sull’introspezione e sulla psicologia si nota anche durante alcune scene a tratti oniriche e surreali, realizzate francamente piuttosto in maniera goffa (basta pensare allo pseudo ritorno del Governatore); sequenze che difficilmente possono risultare apprezzabili, ma che denotano la strada intrapresa dagli addetti ai lavori. Lo stesso arrivo ad Alexandria, con tutte le “interviste” del caso e il cambiamento dovuto per adattarsi a questo ritorno nella società, aumenta l’empatia dello spettatore verso i protagonisti, ponendoli in prima persona rispetto agli avvenimenti. Il tutto, in questo caso, viene ricreato magistralmente con un risultato complessivamente riuscito, e fa sì che chi guarda sia invogliato a riflettere sulle diversità dei due gruppi e sulle difficoltà di adattamento per chi, fino a quel momento, ha sempre vissuto “fuori dalle mura”, tentando di sopravvivere ora dopo ora.
Vari dubbi, tuttavia, assillano chi tende a individuare facilmente le falle della trama, ponendosi domande per certi versi un attimino più concrete: la forte incapacità dei membri di Alexandria di sopravvivere all'esterno dell'area protetta, come abbiano fatto a resistere alle incursioni nemiche o alla scomparsa improvvisa dalla scena di una o più figure chiave nella vicenda, poi miracolosamente ritornate alla ribalta nel momento opportuno (pensiama a Padre Gabriel...). E' comunque meglio ribadire che probabilmente gli autori hanno preferito mostrare i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo e quanto sia necessario un certo tipo di approccio verso la nuova realtà, pena la morte. La civiltà così come la si conosceva prima è ormai scomparsa, e nessuno può più ritenersi innocente.

Mai più come prima

A niente quindi sono serviti i tentativi di Rick e compagnia volti a mischiarsi tra coloro che sotto molti aspetti erano lì intenti a condurre una vita a tratti ancora normale, se non a mostrare la nuda e cruda verità di fronte agli occhi di tutti. E lo stesso Rick si presenta anche questa volta come il one man show della situazione: un uomo che ora, nonostante gli sforzi (lodevole tra l’altro la scena del taglio della barba e plauso all’ interpretazione sempre valida di Andrew Lincoln) non è più in grado e nemmeno accetta di vivere in una società civile ma, anzi, si sente parte di questo nuovo sistema e diventa consapevole del suo ruolo di giudice e boia. Non esistono mezze misure, non c’è più tempo per il perdono, bisogna essere pronti a sporcarsi le mani. Le ultime puntate segnano in qualche modo proprio la completa trasformazione dell’indiscusso protagonista, nonostante, incredibilmente, il resto del gruppo sembra non sia pronto ad accettarlo.
Al pari di Rick, come importanza, ritroviamo Carol che, senza troppe difficoltà, mostra una facciata da donna debole e con poca personalità (quello che era un tempo), quando in realtà la sua vera indole risulta essere fredda e spietata. Il resto dei personaggi, inclusi Michonne e Daryl, tendono a risentire un po’ troppo della vicenda, e vengono in qualche modo messi da parte, ottenendo screen time soltanto nelle situazioni cruciali, o mostrandosi caratterialmente meno incisivi.
Chi si aspettava un season finale con fuochi e fiamme, sarà forzato a ricredersi, visto che i novanta minuti di durata sono serviti più che altro a creare una nuova realtà governativa all’ interno di Alexandria, oltre a mostrare quali saranno i futuri nemici che i nostri si troveranno a contrastare. Nonostante ciò, le scene d’azione restano presenti, e gli zombi non sempre si riducono ad essere una mera e semplice presenza di abbellimento, ricordiamo l’ episodio diretto dalla figlia d’arte Jennifer Lynch, che resterà nella vetta degli episodi più cruenti dell’intero serial. Tirando le somme, potremmo dire che i difetti storici della saga persistono e non si fatica a trovarli, ma che d’innanzi ad un’atmosfera di questo tipo e alla volontà evidente degli autori di voler offrire un prodotto non prettamente incentrato su determinati fattori, ma che parla soprattutto dei personaggi e delle situazioni di disagio che si ritrovano costretti a vivere, questa seconda parte di stagione di The Walking Dead può dirsi coerente a se stessa.

The Walking Dead - Stagione 5 Ormai, giunti alla fine di questa quinta stagione con una sesta già alle porte, è inutile continuare a ribadire ciò che dovrebbe essere The Walking Dead e quello che invece realmente è. L’intenzione degli autori è palesemente diversa da quella che vorrebbero gli amanti del fumetto o anche parte degli spettatori, e si rivela coerente nella sua linea di pensiero: una storia che parla soprattutto di persone coinvolte in un mondo corrotto e irrecuperabile, che lottano per la sopravvivenza. Detto ciò, anche con questa premessa, il serial mantiene comunque numerose pecche nella sceneggiatura e nella resa complessiva, bilanciate però dalle performance di più di un interprete e dalla qualità di produzione che resta comunque al di sopra della media.