Recensione The Wire - Stagione 1

La lotta alla criminalità organizzata di Baltimora è al centro dell'ottima serie The Wire, dalla qualità sopra la media e molto sofisticata

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Outsider di classe

Siamo di fronte all’ennesimo serial di qualità bellamente ignorato dalla programmazione italiana. The Wire nasce nel 2002, in quella fertile culla di talenti televisivi che risponde al nome di HBO, per terminare dopo cinque stagioni nel marzo del 2008. La struttura è quella canonica: pochi episodi per stagione (in questo caso tra i dieci e i tredici) che arrivano a sfiorare i sessanta minuti di durata. Nonostante il plauso pressoché unanime della critica, il palinsesto nostrano sembra essersi completamente dimenticato del valore di questa serie, tanto è vero che fino ad oggi sono state trasmesse solo le prime due stagioni (peraltro nemmeno in chiaro, ma sul canale satellitare Fox Crime).

Droga a Baltimora

Nei quartieri popolari di Baltimora il traffico di droga è all’ordine del giorno. Lo spaccio gioca un ruolo di prim’ordine nella quotidianità delle classi meno abbienti. Un abbondante campionario di emarginati, principalmente afroamericani, (soprav)vive ai margini della società in condizioni estremamente disagiate. A seguito dell’ennesimo assassinio prende avvio un’inchiesta volta a demolire l’impero del narcotraffico. Il detective James McNulty (Dominic West), autentica spina dorsale dell’intera operazione, sfidando con tenacia l’avversione dei propri superiori e appoggiandosi ad alcune amicizie influenti, riesce a mettere in piedi una task force col proposito di arginare il commercio di stupefacenti e il corollario di crimini che ne consegue. Tuttavia l’organizzazione criminale capitanata da Avon Barksdale (Wood Harris) si rivelerà più complessa del previsto. L’unico modo per incastrare i vertici della piramide sarà ricorrere ad un’articolata rete di intercettazioni telefoniche (da cui il titolo: Wire è infatti il termine inglese che definisce la cimice, il microfono spia). Per la squadra di McNulty ha inizio un lungo e faticoso percorso investigativo.

Realismo distaccato

I creatori della serie, David Simons ed Ed Burns, entrambi originari di Baltimora, imprimono alla narrazione un’impronta fortemente realistica che è conseguenza diretta delle rispettive esperienze professionali (giornalista di cronaca giudiziaria il primo, poliziotto della sezione omicidi il secondo). L’approccio estremamente concreto è appunto l’elemento principe del serial, il fattore che da più parti si sente elogiare. Occorre comunque specificare che il realismo di The Wire si manifesta secondo modalità alquanto diverse rispetto alla norma dell’intrattenimento televisivo. Nonostante le indiscutibili differenze, sorge spontaneo un paragone con The Shield: anche il serial ideato da Shawn Ryan si distingue per una visione strettamente legata alla realtà effettuale, The Shield insiste nel mostrare la cruda realtà della strada pedinando freneticamente i propri personaggi nelle vicende in cui sono coinvolti. The Wire sceglie una strada simile negli intenti ma del tutto diversa a livello di messa in scena e progressione narrativa. L’opera di Simons e Burns non irrompe con violenza nella vita di quartiere, predilige piuttosto un approccio analitico e distaccato, meno movimentato ma che guadagna quanto a precisione. Il realismo di The Wire consiste nella minuziosa descrizione di tutte le dinamiche che influenzano le azioni dei personaggi, operando con attenzione su entrambi i fronti presi in esame: la serie è tanto dettagliata nel descrivere la costruzione e lo svolgimento dell’indagine, quanto lo è nella rappresentazione di un organico criminale fondato sul sistema di spaccio. Se le forze dell’ordine devono far fronte a tutta una serie di inconvenienti burocratici (le ristrettezze economiche, l’ostracismo delle alte sfere, i cavilli legali), parallelamente l’organizzazione di Barksdale deve riuscire a mantenere una gerarchia di distribuzione che sia funzionante e il più possibile discreta. Il serial decide di mettere in primo piano questioni puramente pratiche, argomenti solitamente evitati dalla fiction televisiva che preferisce privilegiare gli aspetti più spettacolari dello scontro polizia-criminalità.

Festina lente

La scelta di un punto di vista tanto inusuale ha come conseguenza un ritmo narrativo estremamente misurato. Basti pensare che le intercettazioni telefoniche, fulcro drammatico della prima stagione, iniziano solo dopo la quinta puntata. Nell’arco di tredici episodi viene sviluppato il lento e macchinoso lavoro d’indagine per incastrare i signori della droga. L’azione certo non manca, ma è subordinata ad una fase preparatoria che funge allo stesso tempo da climax emotivo. Lo stesso discorso vale per la raffigurazione del mondo criminale: siamo lontani dal gangster sbruffone e stereotipato, Barksdale è a capo di un’associazione estremamente organizzata e prudente, in grado di pianificare le proprio mosse con un’accortezza direttamente proporzionale all’efficienza delle forze dell’ordine. Non mancano comunque discrete dosi di ironia, affidate ad una serie di dialoghi brillanti, quasi tarantiniani, capaci di stemperare un’atmosfera generale fondamentalmente drammatica. La relativa scarsità d’azione consente inoltre un’analisi approfondita e completa dei personaggi e delle relazioni che li legano.

Umanità sincera

Come detto produce l’HBO, inutile dire dunque che la motivazione psicologia dei personaggi è il punto focale da cui trae origine la totalità dell’intreccio. Svetta su tutte l’ottima caratterizzazione di colui che può essere considerato il vero protagonista della serie: James McNulty, caparbio detective che rappresenta l’anima stessa dell’operazione antidroga. Si dimostra tanto ferreo e determinato sul lavoro quanto debole a livello umano, un divorzio sofferto e un difficile rapporto con la bottiglia aiutano a delineare un personaggio solo e malinconico. La questione è meno banale di quanto può sembrare: la solitudine di McNulty pare infatti giustificata di fronte alla cieca ostinazione con cui affronta la propria professione. Il detective rivela in più occasioni un codice etico quantomeno discutibile, arrivando a manipolare il prossimo per realizzare i propri intenti. La medesima cura viene riservata alla definizione di buona parte dei comprimari (Bubbles e Omar in primis), personaggi dinamici che nell’arco della stagione evolvono seguendo il proprio percorso (esemplare in questo senso l’energia di McNulty che finisce per contagiare l’intera squadra, trasformando un male assortito manipolo di outsider in una macchina di giustizia perfettamente funzionante). A completare l’opera giunge il parco attori (molti sono passati per Oz), pienamente all’altezza delle ottime sceneggiature.

The Wire - Stagione 1 The Wire è una delle serie televisive più complete e riuscite nella recente ondata di produzioni americane. Scritta con estrema intelligenza, rappresenta una raffinata evoluzione del classico serial poliziesco. Molto lontana rispetto alla brutalità di The Shield, egualmente distante dall’estetica patinata alla CSI e anni luce in confronto al ritmo infuocato di 24. Onesta nella rappresentazione del degrado urbano quanto della corruzione politica, senza necessità di ricorrere a facili sensazionalismi o edulcoranti di sorta. Forse troppo sofisticata per un pubblico di massa, The Wire si eleva di parecchie spanne sopra la media, rivelandosi una delle produzioni più innovative nella recente storia del piccolo schermo. Davvero imperdonabile che su suolo italico sia stata quasi completamente ignorata.

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