Weekend Nostalgia: 10 momenti fondamentali di Doctor Who

Aspettando il ritorno sugli schermi di Peter Capaldi, ricordiamo i suoi predecessori attraverso alcuni momenti che hanno segnato lo show dal 2005 al 2013.

rubrica Weekend Nostalgia: 10 momenti fondamentali di Doctor Who
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Con questo articolo contravveniamo un po' allo scopo di questa rubrica, che è quello di ricordare serie TV ormai defunte. Nel caso di Doctor Who, anche usando la scusa della serie originale che fu effettivamente cancellata nel 1989, lasciando un vuoto nei palinsesti televisivi durato sedici anni, ci troviamo di fronte ad un fenomeno insolito, che rifiuta di morire (e non ci riferiamo solo alla serie vera e propria, ma anche agli spin-off, di cui uno nuovo in arrivo a fine mese). Detto ciò, si potrebbe dire che l'era di ogni singolo Dottore è un'unità drammatica a sé (questo soprattutto nel caso di Tom Baker, rimasto in carica per sette anni), cosa che Netflix ha parzialmente confermato rimuovendo dal catalogo le prime quattro stagioni della nuova serie, iniziata nel 2005. Alla luce di questa considerazione, e con l'era di Peter Capaldi che sembrerebbe volgere al termine (non sappiamo ancora se il suo congedo coinciderà con quello dello showrunner Steven Moffat, che lascerà il programma l'anno prossimo), vogliamo dedicare questa settimana ai suoi tre predecessori nell'era moderna: Christopher Eccleston, David Tennant e Matt Smith. Andando a ritroso nelle loro rispettive ere, abbiamo scelto dieci momenti che hanno reso grande Doctor Who tra il 2005 e il 2013.

Introducing N. 9

Oggi è praticamente scontato che la serie sia un fenomeno, ma nel 2003, quando fu annunciato il ritorno di Doctor Who, era tutt'altro che ovvio che la BBC avesse tra le mani un successo garantito. Per partire col piede giusto serviva un interprete capace di portare sullo schermo le varie idiosincrasie del Dottore senza sacrificarne le qualità eroiche o l'aura mitica. Sfruttando la sua amicizia con l'allora showrunner Russell T. Davies, l'attore Christopher Eccleston chiese di essere provinato e diede allo show la dose di vitalità bislacca necessaria per ridare credibilità ad un franchise quasi caduto in disgrazia. Per rendersene conto basta vedere la sua prima apparizione nella serie: nel giro di pochi minuti, quando incontra Rose Tyler che successivamente lo accompagnerà nei suoi viaggi, vediamo in azione il suo senso dell'umorismo, il suo coraggio dinanzi a minacce aliene e soprattutto quel pizzico di follia che caratterizza il Dottore. Se ancora oggi aspettiamo che Eccleston torni come ospite occasionale, il merito è soprattutto di quei primi minuti.

Il ritorno dei Dalek

A un certo punto sembrava che la BBC non potesse utilizzare i Dalek, storici avversari del Dottore, in seguito a complicazioni legali con gli eredi di Terry Nation, il creatore dei perfidi alieni votati al genocidio. Per questo il sesto episodio della prima stagione aveva almeno una versione della sceneggiatura con un antagonista alternativo, parzialmente riciclato per una storyline nella terza annata. Per fortuna la disputa fu risolta, ed Eccleston poté confrontarsi con l'ultimo superstite della razza più temibile dell'universo. La sequenza è carica di tensione, sin dal momento in cui l'inconfondibile timbro vocale del Dalek - finora rimasto nell'ombra - pronuncia un'unica, fatidica parola: "Doc-tor?" Col senno di poi l'impatto emotivo dell'episodio è in parte diluito alla luce del ritorno in scena dell'intera razza Dalek, ma questo primo scontro, che mette in evidenza il lato più spietato del Dottore in modo inatteso, rimane un grande momento di suspense e approfondimento psicologico.

Arrivederci, Christopher!

Un principio fondamentale di Doctor Who è l'idea della rigenerazione, che ha permesso alla serie di rinnovarsi continuamente dal 1963 ad oggi. In sostanza, quando il Dottore viene ferito a morte (o, in alcuni casi, "muore" di vecchiaia) il suo corpo ha la capacità di rigenerarsi, salvandogli la vita. L'unica conseguenza "negativa" - soprattutto per i suoi compagni di viaggio - è che tale processo lo trasforma a tutti gli effetti in una persona nuova, con un volto e una personalità differenti dall'incarnazione precedente. Uno stratagemma che la nuova serie ha dovuto impiegare già al termine della prima stagione, poiché Eccleston decise di non prolungare il contratto oltre i primi tredici episodi pattuiti. La vittoria del Dottore contro i Dalek lascia quindi un po' l'amaro in bocca, dal momento che egli è costretto a salutarci. Certo, David Tennant è stato un successore più che discreto, ma ancora oggi è difficile vedere l'addio di Eccleston senza magone. Soprattutto quando, ammiccando leggermente verso lo spettatore, dice che Rose era "fantastica" (la parola preferita del nono Dottore). "E sai cosa? Lo ero anch'io." Qualcuno ha un fazzoletto?

Goodbye, England's Rose...

Con il ritorno della serie è stata data un'importanza maggiore ai compagni di viaggio del Dottore, talvolta anche promossi a veri protagonisti mentre lui si prende una pausa. A inaugurare questa tendenza è stata Billie Piper nei panni di Rose Tyler, al fianco prima di Eccleston e poi di Tennant, fino all'addio straziante alla fine della seconda stagione. L'idea di Russell T. Davies è stata, infatti, quella di rendere la separazione tra i due protagonisti permanente, (quasi) senza possibilità di nuove avventure insieme: mentre i compagni precedenti tendevano semplicemente a tornare alla vita di tutti i giorni, Rose rimane intrappolata in un universo parallelo, e la sua ultima conversazione con il Dottore avviene in realtà con una proiezione olografica di lui, che scompare mentre nel momento in cui sta per dire "Rose Tyler, ti amo." E poi dicono che è Moffat che si diverte a far piangere il pubblico...

La struttura del tempo

Prima ancora che venisse confermato il suo ruolo di successore di Davies, Moffat aveva già introdotto la sua filosofia di base per Doctor Who nella terza stagione, in quello che molti considerano l'episodio migliore in assoluto. Incentrato quasi interamente su Sally Sparrow (Carey Mulligan), una ragazza che aiuterà il Dottore - bloccato negli anni Sessanta e poco presente nella puntata - a tornare a casa, questo racconto è sostanzialmente un piccolo trattato sui paradossi temporali, con il nostro eroe costretto a spiegare a Sally come è possibile che loro abbiano una "conversazione" (lui si trova nell'Easter Egg di un DVD) di cui il Dottore possiede la trascrizione sebbene lei non lo abbia mai incontrato prima. E la spiegazione è l'essenza di Doctor Who: buffa, memorabile e scientificamente discutibile. Da riascoltare rigorosamente in lingua originale: "It's a big ball of wibbly wobbly, timey wimey... stuff."

"I don't want to go"

Avevamo già visto il decimo Dottore rigenerarsi, in una sequenza architettata da Davies solo per avere un cliffhanger coi fiocchi (la situazione fu risolta senza cambiare attore). Quasi due anni dopo la cosa si è ripetuta, ma questa volta per davvero, in una sequenza altamente simbolica poiché segna anche la transizione dalla gestione di Davies a quella di Moffat (le ultimissime righe della sceneggiatura, dedicate al debutto di Matt Smith, furono scritte dal nuovo showrunner). Un addio a dir poco spettacolare, con il TARDIS - la macchina del tempo - che quasi esplode quando il Dottore, che ha rimandato la trasformazione mentre salutava tutti i compagni d'avventura, sprigiona finalmente l'energia necessaria per salvargli la vita. Con una frase di commiato inevitabilmente strappalacrime, seguita però dall'esilarante monologo iniziale di Smith, pronto a tuffarsi nell'avventura con lo spirito giusto, riassumibile con una parola sola: "Geronimo!!!"

"Salve, sono il Dottore!"

Mentre Tennant ha avuto un compito relativamente semplice, sostituendo un attore che aveva partecipato solo a tredici episodi, Smith ha dovuto fare i conti con la popolarità davvero smisurata del suo predecessore, ritenuto da molti il Dottore. Per fortuna Moffat gli ha regalato un primo episodio ideale per presentarsi al mondo, cosa che il giovane attore fa con brio e carisma, convincendo tutti gli spettatori scettici con un momento in particolare: l'inevitabile confronto tra il Dottore e l'alieno di turno. Dopo un breve montaggio di immagini d'archivio dei Dottori precedenti, l'undicesima incarnazione spiega come stanno le cose in modo semplice e diretto: "Salve, io sono il Dottore. In sostanza... Fuggite!" Un monito che, accompagnato dalla musica di Murray Gold, cattura perfettamente lo spirito del personaggio.

L'eredità di Van Gogh

Non mancano gli episodi in cui il Dottore interagisce con personaggi storici, da Winston Churchill ad Agatha Christie. Ma nessuno di questi incontri può competere, sul piano puramente emotivo, con quello avvenuto nella quinta stagione, in un episodio scritto da Richard Curtis: contravvenendo alle regole dei viaggi nel tempo, il Dottore porta Vincent Van Gogh (Tony Curran) nel presente, per fargli capire quanto abbia influenzato la cultura odierna. Il pittore olandese scoppia in lacrime quando il curatore del Musée d'Orsay lo definisce "il più grande di tutti i tempi", e può quindi tornare a casa e morire felice. La tragedia è inevitabilmente dietro l'angolo, ma almeno parte degli elementi negativi della vita di Van Gogh è stata rimossa, come dice il Dottore. Lo dimostra uno dei quadri del maestro, che adesso contiene una dedica a Amy Pond, la compagna del protagonista in quel periodo.

"Tu mi chiami... sexy!"

Escluso il Dottore stesso, la vera costante del programma è il TARDIS, rimasto invariato - all'esterno - dal primo episodio in poi (la spiegazione nella serie è che il meccanismo mimetico è guasto, e quindi la macchina del tempo sembra una cabina telefonica usata dalla polizia inglese a prescindere dal luogo/tempo visitato). Questo fino al 2011, quando il celebre scrittore Neil Gaiman ha potuto mettere mano ad un episodio e raccontare una storia davvero unica: l'essenza del TARDIS viene trasferita nel corpo di una donna, permettendo al Dottore di dialogare con la sua compagna più fedele. È evidente soprattutto il grande amore di Gaiman nei confronti della serie, il cui spirito è perfettamente racchiuso in poche battute sul rapporto di coppia più bello nella storia dello show.

"No, signore. Tutti e tredici!"

Per l'episodio speciale del cinquantenario ci voleva un momento davvero epocale e sorprendente, e Moffat non ha deluso, regalandocene diversi. Il più memorabile rimane forse il cameo di gruppo, quando tutte le incarnazioni del Dottore, da William Hartnell fino a Matt Smith (con l'aggiunta di John Hurt nei panni di un Dottore precedentemente ignoto), uniscono le forze per salvare il pianeta natale Gallifrey dai Dalek. Certo, solo Hurt, Smith e Tennant hanno partecipato fisicamente a quella scena, ma rimane una bella emozione vedere sullo schermo tutti e dodici i Dottori. Anzi, tutti e tredici: avendo già annunciato l'identità del successore di Smith, Moffat ha approfittato di questo momento senza precedenti per mostrarci un primo squarcio del nuovo Dottore, riconoscibile tramite le sopracciglia. Happy birthday, Doctor!