30 anni di Simpson: come uno show TV ha cambiato l'America

Dai primi cortometraggi de I Simpson sono passati 30 anni e 28 stagioni: così lo show di Matt Groening ha cambiato l'America e viceversa.

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Gli anni '80 sono stati a dir poco cruciali per gli Stati Uniti d'America, sono iniziati con l'elezione del presidente Ronald Reagan nel 1980, sono finiti insieme alla Guerra Fredda e al Muro di Berlino, abbattuto nel 1989. Dieci anni intensi in cui l'intrattenimento casalingo è diventato definitivamente di massa, anche grazie all'arrivo di grandi network commerciali come la Fox Broadcasting Company del gruppo Murdoch. Un'epoca d'oro per la televisione, che non aveva ancora concorrenti invasivi come i videogiochi e internet, e poteva divorare indisturbata la mente e il tempo libero degli americani. La società stava infatti cambiando profondamente senza neppure accorgersene, soltanto una persona ha avuto il coraggio e l'intelligenza di ironizzare su ciò che stava accadendo, Matt Groening, aiutato da James L. Brooks e Sam Simon. Grazie a Groening è nata la famiglia Simpson, arrivata nelle case degli americani sotto forma di piccoli cortometraggi dal 1987 al 1989, poi con il debutto ufficiale della prima stagione de I Simpson nel dicembre del 1989. Una rivoluzione silenziosa, che raccontava fra le pieghe della commedia una società allo sbando, plagiata dai media dell'epoca e lobotomizzata dall'intrattenimento facile.

L'inizio di una nuova era

Matt Groening ha scardinato ogni regola conosciuta, ha rinnegato i tratti più classici della sit-com, ha trasformato le persone reali in cartoni animati dalle forme irregolari, inverosimili, ha dipinto la pelle di giallo per convincere il pubblico a casa che la loro televisione avesse dei problemi, ha creato una famiglia ‘tipo' prendendo cinque caratteri sociali chiave. Parliamo di un padre ai limiti dell'obesità che lavora e ingurgita birra, di una casalinga amorevole, di un primogenito scapestrato e ribelle, di una secondogenita intelligente, arguta e studiosa, destinata a fare grandi cose, di una bimba appena nata che osserva tutto dalla sua innocenza. Così come J.K. Rowling, un decennio dopo, ha isolato i caratteri principali dell'umanità in quattro casate ben distinte in Harry Potter, Matt Groening ha creato terreno fertile per parlare della gente normale in modo assoluto e universale. Gli intenti del resto sono apparsi chiari sin dalla sigla iniziale dello show, destinata poi a diventare cult e sempre diversa: tutti i membri della famiglia escono dal lavoro, da scuola e dal supermercato per correre a casa e mettersi davanti alla TV, a guardare il loro programma preferito. In poche parole eravamo noi negli anni '80, meta-televisione in piena regola, realtà tradotta in disegni, battute e situazioni comuni.

Il normale diventa spettacolare

Fra uno sketch e l'altro, Groening e soci parlavano dell'essenza del Natale oltre il consumismo, dell'importanza della scuola e dell'istruzione, delle difficoltà che si incontrano nel mondo del lavoro, persino di bullismo, anticipando clamorosamente i tempi. Nella prima stagione hanno trovato spazio anche temi come la fedeltà coniugale e la giustizia, tutti elementi questi che poi son tornati in maniera amplificata nelle stagioni successive - e adattati anche ai diversi personaggi secondari.

Ciò che andava in scena non era affatto la famiglia perfetta, che all'epoca si poteva vedere negli spot dei biscotti e delle merendine, al contrario era una famiglia che con fatica cercava ogni giorno di sbarcare il lunario, di far quadrare i conti, di costruire un futuro che potesse essere decente, il più normale possibile. Questa quotidianità, unita a personaggi divertenti e iconici, a un linguaggio diretto e a sceneggiature colme di sensibilità in grado di far ridere ed emozionare, hanno determinato il miracoloso successo de I Simpson, che continua ancora oggi dopo 30 anni. Dall'esordio stagionale del 1989 alla fine della decima stagione nel 1999, lo show di Matt Groening scrive alcune delle pagine della televisione americana più belle di sempre, diventando per il Time la serie TV migliore del secolo. Come se tutto questo non fosse abbastanza, a casa di Matt Groening arrivano negli anni ben 32 Emmy Awards, mentre sulla Hollywood Walk of Fame cade una stella dedicata proprio alla famiglia di Springfield. Ad essere coinvolta però non è soltanto l'America, subito dopo il debutto in patria I Simpson sbarcano oltreoceano, in Italia ad esempio la prima stagione viene trasmessa nel 1991 dalle reti Mediaset. Un successo planetario, che pur essendo sotto forma di cartone animato parlava soprattutto agli adulti, sia per il sotto testo critico presente in ogni episodio, sia per il linguaggio. Nel nostro Paese le prime serie sono state addirittura mandate in onda a tarda notte, per evitare che i più piccoli scambiassero lo show per un normale cartone animato.

La società plasma lo show e viceversa

Il tempo però cambia ogni cosa, com'è facile immaginare alla fine degli anni '90 si aveva a che fare con un'America completamente diversa rispetto a dieci anni prima, così anche I Simpson hanno modificato man mano la loro forma iniziale. Al di là dell'animazione, che guadagnava sempre più qualità con il passare degli anni, storie e linguaggio diventavano sempre più di massa. Si era arrivati a prendere in giro anche la chiesa, le religioni in generale, si parlava di sessualità, della qualità della televisione stessa (sono celebri gli sfottò di Groening & Co. alla stessa Fox che mandava in onda gli episodi), con l'aumentare del successo però il target di riferimento diminuiva di conseguenza, finché i Simpson non sono diventati uno show per famiglie prima, un programma per bimbi e ragazzi poi.

La struttura classica che aveva reso la famiglia di Springfield la più famosa del mondo è rimasta quasi invariata fino al 2004-2005, fino alla sedicesima stagione. Lo show che aveva sino a quel momento preso in giro la società americana anni '80 e ‘90, mettendo allo scoperto nervi e nefandezze, viene divorato dalla società stessa degli anni 2000, ora soggetta alle regole di internet e dei social network. Nonostante i produttori non abbiano mai avuto l'intenzione di chiudere bottega, gli ultimi dieci anni sono stati i più complessi per la serie. Parlare ad un pubblico sempre più piccolo d'età ha trasformato definitivamente I Simpson in qualcosa di nuovo, senza più critica politica e sociale, profondità di temi e sensibilità. Le azioni raccontate negli episodi sono diventate esagerate e inverosimili, perfette per scatenare risate facili e poco altro, è anche aumentato il numero di personaggi famosi reali ricreati nel cartone animato, un espediente per creare scompiglio mediatico e pubblicità implicita.

Specchio riflesso

Dal punto di vista tecnico, le sceneggiature degli ultimi tempi hanno perso qualsivoglia slancio, non hanno più carattere, l'animazione è sì diventata ad alta risoluzione ed estremamente più fluida rispetto al passato, ma l'anima pura dello show è del tutto sparita. Quello che addolora i fan della prima ora, è in realtà l'ennesimo segno di come la serie di Matt Groening interpreti ancora alla perfezione la società attuale. La televisione ha smesso di essere l'ape regina dell'intrattenimento, ma soprattutto la famiglia che gli stessi Simpson raccontavano con intelligenza si è del tutto sgretolata, diventando un pallido ricordo. I bambini di oggi, nati dopo il 2000, non l'hanno mai vissuta la società anni '80 e '90 e né la ritrovano negli episodi attuali dello show di Matt Groening. Persino il celebre televisore a tubo catodico della sigla originale adesso è stato sostituito da uno più moderno a schermo piatto, perché ancora una volta I Simpson si sono adattati al loro contesto, con tutta l'aridità e i difetti del caso. Che piaccia o meno, siamo ancora davanti ad uno specchio riflesso.