Speciale Alla riscoperta di Entourage

Andiamo alla riscoperta della serie della HBO, andata in onda per otto stagioni,che racconta il mondo di Hollywood, la cui storia continuerà con un film-sequel in arrivo il 15 luglio nelle sale italiane

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Dal 2004 al 2011, Entourage ha fatto ridere milioni di fan con le sue storie divertenti ed orrifiche su ciò che accade a Hollywood. Per otto stagioni, 96 episodi in totale, la commedia creata da Doug Ellin e basata liberamente sulle vere esperienze del produttore esecutivo Mark Wahlberg, è stato un appuntamento fisso a base di satira, amicizia virile e uno squarcio di quello che, a detta di alcuni, sarebbe il meglio della vita da star: fama, successo ed eccessi. Per certi versi, un Sex and the City per il pubblico maschile, anche a livello di longevità: ad oggi, Entourage rimane una delle poche serie leggere di HBO a superare il traguardo delle due-tre stagioni (nel 2013, quasi tutte le novità del gigante via cavo in campo comico furono cancellate dopo il primo ciclo di episodi). Ragion per cui, a quattro anni dalla messa in onda della puntata conclusiva, la tv via cavo e la Warner Bros. hanno deciso di puntare su Vincent Chase e i suoi amici con una nuova avventura, questa volta al cinema. Un lungometraggio che, in quanto concepito soprattutto per i fan (nonostante la clip riassuntiva all'inizio, le concessioni per i neofiti sono poche), è un distillato ideale - per quanto imperfetto - di ciò che funzionava meglio sul piccolo schermo (la nostra recensione al film ).

Vi presento Vincent Chase

All'inizio della serie, Vincent (Adrian Grenier), giovane attore trasferitosi a Los Angeles dopo aver vissuto tutta la vita nel Queens, è reduce dal successo di Head On, il suo primo grande progetto hollywoodiano. Insieme a lui ci sono i tre compari inseparabili: Eric Murphy (Kevin Connolly), il suo migliore amico e manager; Salvatore Assante detto Turtle (Jerry Ferrara), autista/assistente; e Johnny Chase detto Drama, fratello maggiore di Vince nonché ancora alla ricerca del ruolo che gli permetterà di sfondare al cinema (lo interpreta Kevin Dillon, fratello minore del più noto Matt). Tra alti e bassi, i quattro vivono sostanzialmente tutte le esperienze essenziali di Hollywood: liti sul set, dispute contrattuali, talk show, festival (Sundance e Cannes, quest'ultimo con esiti a dir poco disastrosi), flop, droga, problemi con le donne.
Sebbene Vincent sia la star, gli archi narrativi più interessanti sono spesso affidati agli altri tre protagonisti, in particolare Eric, la cui travagliata relazione con Sloan McQuewick (Emmanuelle Chriqui), figlia di un pezzo grosso della Mecca del cinema (interpretato da Malcolm McDowell), diventa presto la sottotrama più importante della serie, ma anche uno dei suoi difetti principali: nelle ultime stagioni si fa sentire una certa ripetitività, ciò è dovuto in parte anche alle opzioni alquanto limitate degli sceneggiatori quando si ha a che fare con storie legate ad Hollywood (in una recente intervista al mensile inglese Empire, Doug Ellin ha affermato che tutto ciò che accade nella serie ha un riscontro nella realtà). E in ogni caso, anche nei suoi momenti più deboli, Entourage continua a strappare risate grazie ai suoi due assi nella manica: Ari Gold e un esercito di comparsate.

Hollywood, baby!

Interpretato da uno strepitoso Jeremy Piven, che per la sua interpretazione ha vinto tre volte di seguito l'Emmy come miglior attore non protagonista, Ari Gold è l'archetipo dell'agente cinematografico: leale, determinato, quando serve anche brutale, e spesso molto volgare. Una delle principali fonti di piacere legate alla visione di Entourage è l'energia di Piven nelle svariate scene in cui Ari - basato sul vero agente di Mark Wahlberg - se la prende con tutto e tutti: Eric, il suo assistente Lloyd (Rex Lee), i suoi superiori, varie star più o meno giustamente arrabbiate e anche colei che, fino agli ultimi episodi, era nota ufficialmente solo come "la signora Ari" (Perrey Reeves). Tra le sue sfuriate più memorabili, una delle sue prime minacce contro Lloyd (il quale, oltre ad essere gay, è anche di origine asiatica): "Parla, o ti farò deportare come se fossimo nel 1942!"
Accanto a lui, l'altro motivo imprescindibile per apprezzare la serie, ossia le guest star. In particolare, sulla falsariga de I protagonisti di Robert Altman, le celebrità che interpretano "se stessi", spesso accettando di apparire molto diversi dalla loro immagine pubblica (una tradizione che continua nel film con Armie Hammer in versione "ex fidanzato geloso") o esagerando certi tratti ben noti della loro personalità, come ad esempio il perfezionismo di James Cameron (ingaggiato nella seconda stagione per dirigere Aquaman, tredici anni prima dell'uscita della versione con protagonista Jason Momoa).

Entourage Sorretto da un cast impeccabile e da dialoghi brillantemente cattivi, Entourage è un prodotto che, anche nei suoi momenti meno riusciti, non smette mai di far ridere. Mettendo alla berlina i sogni e le ipocrisie di Hollywood, la serie non può non evitare di scivolare negli stessi cliché che vorrebbe prendere in giro, ma nel complesso rimane un buon rappresentante del lato più leggero della HBO. Consigliato soprattutto a chi si interessa agli aneddoti sulla componente oscura dell’industria cinematografica americana.