American Crime Story - The People v O.J. Simpson

La prima stagione della serie antologica American Crime Story si è confermata come uno dei migliori prodotti dell’annata televisiva: un legal drama capace di offrire un inquietante spaccato della società americana.

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Il dramma giudiziario: un genere codificato in maniera rigorosa, basato su topoi ben precisi e in cui la tensione è costruita essenzialmente sulle svolte improvvise, i colpi di scena e l'attesa per il verdetto. Ma il verdetto, climax naturale e ineluttabile di ogni racconto ambientato fra le pareti di un tribunale, in questo caso era già scritto e risaputo. Chiunque, fra il 1994 e il 1995, abbia vissuto il processo per duplice omicidio contro O.J. Simpson, ma chiunque abbia anche soltanto sentito nominare l'ex campione di football, attore nella saga de La pallottola spuntata, sa perfettamente che il verdetto emesso il 3 ottobre 1995, al termine di quello che può essere definito senz'altro come il processo più discusso dell'intero decennio, dichiarò l'imputato non colpevole, a dispetto della massiccia quantità di prove a suo carico (poco più di un anno dopo la giuria di un tribunale civile avrebbe rovesciato la sentenza, condannando Simpson a un risarcimento multimilionario per le famiglie delle vittime).

La verità, vi prego, su O.J. Simpson

A fronte di una vicenda di cronaca talmente conosciuta - e famigerata - come materiale di partenza, l'impresa del produttore Ryan Murphy (già artefice di American Horror Story) e degli autori Scott Alexander e Larry Karaszewski si profilava tutt'altro che semplice: si trattava, infatti, di mettere in piedi un racconto in grado di irretire e far appassionare il pubblico senza poter contare sull'effetto sorpresa, né tantomeno sulla suspense legata all'incertezza per l'epilogo. Ma The People v. O.J. Simpson, prima stagione della nuova serie antologica della FX dal titolo emblematico American Crime Story, ha aggirato brillantemente tale handicap, piegando i canoni della cosiddetta docu-fiction alle esigenze di una narrazione densissima, complessa, ricca di sfumature e caratterizzata da un ritmo impeccabile. A partire dalla natura polifonica dell'opera, poiché fin dall'episodio pilota American Crime Story sceglie di proporre una pluralità di punti di vista sul caso di O.J. Simpson: quello dell'imputato, che sullo schermo ha il volto di un ritrovato Cuba Gooding Jr, ma anche le prospettive dell'uno e dell'altro fronte, l'accusa e la difesa, così come dei conoscenti e dei familiari delle persone coinvolte nel processo. Un approccio problematico, dunque, che evita semplificazioni e manicheismi per restituire un quadro ben più variegato e, in molti casi, contraddittorio.

Il circo mediatico

Del resto, il vero nucleo dell'interesse dei co-creatori Alexander e Karaszewski, anche sceneggiatori di cinque delle dieci puntate della serie, non sono tanto le indagini sull'assassinio di Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J., e del giovane cameriere Ronald Goldman, quanto piuttosto i personaggi al centro - o ai margini - del processo: avvocati, testimoni, e nell'ottavo episodio (A Jury in Jail, con un nuovo, strabiliante cambiamento di prospettiva) perfino i giurati. Individui comuni e privati cittadini trascinati, volenti o nolenti, in un processo le cui dimensioni avrebbero oltrepassato di gran lunga l'aula di un tribunale di Los Angeles, catalizzando l'interesse di un'intera nazione. E questa morbosa curiosità, stimolata da un circo mediatico senza precedenti e, all'occorrenza, dall'opportunismo del fronte della difesa, diventa pertanto il reale fulcro di American Crime Story: non solo la ricostruzione, scrupolosa e accurata, della parabola giudiziaria di un "idolo delle folle" caduto in disgrazia, ma un affresco ben più ampio sulla ‘cultura' dell'infotainment, sulla scomparsa di un confine tra sfera pubblica e sfera familiare (le terribili ripercussioni del caso sulle vite degli avvocati di entrambe le fazioni) e sulla capacità di manipolare l'opinione collettiva ispirandone - ed esasperandone - lo sdegno e i sentimenti di rivalsa, fino a scatenare fenomeni di isteria di massa.

La crociata contro il razzismo

A tale proposito è proprio il razzismo, nervo tuttora scoperto della società USA, a svolgere la funzione di elemento cardine per buona parte del processo, con O.J. Simpson eletto a paladino della comunità afroamericana e dipinto come la vittima sacrificale di un sistema corrotto e discriminatorio, incarnato dal poliziotto filonazista Mark Fuhrman (Steven Pasquale). E le sequenze più incandescenti del confronto giudiziario riguardano non a caso gli scontri verbali fra Christopher Darden (Sterlin K. Brown, vera e propria rivelazione del cast), braccio destro dell'accusa, e il più scafato Johnnie Cochran (Courtney B. Vance), leader della difesa, per il quale il processo Simpson rappresenta al contempo una crociata contro gli abusi di potere della polizia. Ma alle lacrime di soddisfazione di Cochran, nel giorno della vittoria, con il Presidente Bill Clinton pronto ad aprire un dibattito sul razzismo all'interno della nazione, si contrapporrà la verità ben più amara esposta con lucida fermezza dal suo rivale Darden: «Questa non è una pietra miliare per i diritti civili. La polizia in questo paese continuerà ad arrestarci, a picchiarci, a ucciderci. Non hai cambiato nulla per i neri... a meno che, ovviamente, tu non sia un tizio ricco e famoso di Brentwood». Tematiche e spunti, dal razzismo all'informazione-spettacolo, dagli influssi della celebrità ai dilemmi morali della professione legale, presi di petto e sviscerati dagli autori nel corso dei dieci episodi della serie, riuscendo a far scaturire dalle interazioni fra i personaggi livelli di tensione e di coinvolgimento davvero ammirevoli.

La solitudine di un idolo

The People v. O.J. Simpson si trasforma così, in più di un'occasione, in una sorta di psicodramma collettivo da cui nessuno è tanto abile da rimanere immune: neppure il giudice Lance Ito (Kenneth Choi), sottoposto egli stesso ad una pressione - mediatica, psicologica, ma soprattutto etica - spesso insostenibile. Mentre la puntata conclusiva, The Verdict, lascia il necessario spazio alle conseguenze del verdetto: l'esultanza del team difensivo capitanato dal mellifluo Robert Shapiro (John Travolta), il dolore dei parenti delle vittime, la cocente delusione del procuratore Gil Garcetti (Bruce Greenwood) e del magistrato a capo dell'accusa, Marcia Clark, fragile ma determinata eroina della serie, alla quale presta il volto una superba Sarah Paulson, perfetta nell'intensità con cui dispiega il ventaglio di emozioni della donna (e se i giurati degli Emmy non si faranno distrarre, siamo pronti a scommettere che il premio come miglior attrice sarà suo di diritto). E infine, l'effimero trionfo di O.J. Simpson: innocente (a detta dei giurati), libero, acclamato da una moltitudine di sconosciuti, ma inghiottito di colpo da una divorante solitudine. Il gelido e per nulla convinto applauso al suo discorso sulla volontà di far catturare il ‘vero' assassino della ex moglie è un pugno allo stomaco, così come lo sguardo disilluso rivoltogli dall'amico Robert Kardashian (David Schwimmer) un istante prima di abbandonarlo. E poi, nell'ultima immagine prima dei titoli di coda, il desolante faccia a faccia fra O.J. e la statua del campione: il monumento kitsch a una fama beffarda tramutatasi in un'infamia che non sarà più possibile lavar via.

American Crime Story - Stagione 1 Thriller giudiziario e affresco storico, dramma psicologico e riflessione sulla società americana di ieri e di oggi: The People v. O.J. Simpson, primo ‘volume’ della nuova serie American Crime Story, fonde tutti questi elementi per dar vita a una narrazione in cui convivono pathos e lucidità, tragedia e ironia, tenuti insieme da un formidabile equilibrio di scrittura e arricchiti dall’apporto di un cast in stato di grazia, in cui a brillare maggiormente sono gli attori Sarah Paulson e Sterling K. Brown. Da annoverare fra le punte più alte della serialità televisiva degli ultimi anni.