Speciale American Horror Story: Hotel

La serie antologica American Horror Story ritorna con una stagione intitolata Hotel, la cui première aveva il difficile compito di riconquistare l'attenzione dei suoi fan fedeli e attirare nuovi spettatori

speciale American Horror Story: Hotel
Articolo a cura di

Oscurità, violenza, perversione. La pulsione di morte e la frenesia orgiastica, fuse insieme in uno spaventoso connubio. L'incipit di Hotel, quinto capitolo della saga televisiva di American Horror Story, sembra voler scandire fin da subito i tratti distintivi di una quinta stagione chiamata a un difficile compito: riconquistare la fiducia degli spettatori, dopo gli esiti altalenanti e la progressiva disaffezione per Freak Show; variare ancora una volta la formula narrativa senza tuttavia snaturare l'anima della serie della FX; e riempire il vuoto lasciato dall'assenza di Jessica Lange, incontrastata primadonna delle quattro precedenti stagioni. Le premesse per vincere la sfida ci sono tutte, quantomeno a giudicare dall'episodio d'apertura: perché nel corso dei 60 minuti di Cheking In il creatore e showrunner Ryan Murphy conferma non solo di saper sfoderare il materiale più disturbante visto sul piccolo schermo in tempi recenti, superando di gran lunga le passate stagioni, ma soprattutto la capacità di gestire ingredienti così eterogenei in un amalgama finora coerentissimo, di inesorabile - e orripilante - fascino.

Benvenuti all'Hotel Cortez

L'ambientazione circoscritta ha costituito per tradizione uno degli elementi peculiari di American Horror Story. Dalla casa infestata in Murder House al manicomio criminale di Briarcliff in Asylum, dall'Accademia di Stregoneria di Miss Robichaux in Coven al Gabinetto di Curiosità di Fräulein Elsa in Freak Show, ciascun capitolo della serie TV di Ryan Murphy è stato caratterizzato da un'ambientazione predominante: non un mero sfondo, ma un vero e proprio cronotopo in cui riversare un immaginario orrorifico di volta in volta diverso. E in Hotel, il teatro dell'incubo in procinto di andare in scena è l'Hotel Cortez, a Los Angeles: un edificio maestoso quanto lugubre, affidato alla brutale manager Iris (Kathy Bates) e al suo braccio destro, un travestito soprannominato Liz Taylor (Denis O'Hare). Ma i corridoi e le camere dell'Hotel Cortez ospitano altri bizzarri personaggi: una coppia di bambini che ricordano le gemelline di Shining (il cult di Stanley Kubrick, ovviamente, è un immancabile modello di riferimento), la misteriosa Sally (Sarah Paulson), l'aitante Donovan (Matt Bomer) e infine l'eccentrica direttrice dell'albergo, la vamp(iresca) Elizabeth, denominata la Contessa e interpretata dalla popstar Lady Gaga (chi altri, per un ruolo del genere?). Senza contare varie figure che si materializzano come fantasmi per poi scomparire nel nulla...

Ultraviolence

Una delle principali varianti di American Horror Story: Hotel, per quanto riguarda il primo episodio, va identificata nell'inedito tasso di violenza. Se nelle season première degli scorsi quattro anni si notava la tendenza ad impostare il setting della narrazione e ad introdurre in maniera più precisa possibile i personaggi principali, Checking In, invece, preme da subito il pedale sul grand guignol - l'orgia architettata da Elizabeth e Donavan, destinata a tramutarsi in un autentico bagno di sangue - ma anche su una ferocia dai picchi inauditi, perfino per l'universo di American Horror Story: dall'agghiacciante comparsa di un "prigioniero" in stato di decomposizione, intrappolato nel materasso di un letto (quasi una citazione di Seven di David Fincher), ai risvolti da torture porn di un rapporto anale trasformato in un agghiacciante atto di sadismo e di un omicidio allestito come un tableau vivant, fra atroci mutilazioni e rapporti sessuali deviati in sessioni di tortura. Mai, prima d'ora, il binomio fra sesso e morte si era rivelato tanto crudo e sconvolgente nell'ambito della fiction televisiva: il concetto stesso di desiderio erotico, in American Horror Story: Hotel, sembra inscindibile dall'elemento mortifero, e ciascuna delle sequenze clou di Checking In non risulta altro che una variante di tale assioma.

L'ombra dei vampiri

E parlando di Eros e Thanatos, quale archetipo dell'immaginario horror incarna la combinazione di questi due aspetti meglio del vampiro? Finora, la tenebrosa saga di Ryan Murphy aveva visto sfilare serial killer a profusione, fantasmi, demoni, streghe e clown assassini; e nella quinta stagione, sono i vampiri a popolare il microcosmo infernale dell'Hotel Cortez. Vampiri sensuali e glamour, come nel caso di Donovan ed Elizabeth (e la solenne entrata in scena di Lady Gaga è tutto un programma), e vampiri dal fascino decadente come la Sally cocainomane di Sarah Paulson, con un look che ricorda in parte la Daryl Hannah di Blade Runner, in parte Catherine Deneuve in Miriam si sveglia a mezzanotte. Il vampirismo, tuttavia, non è l'unico fil rouge introdotto in Checking In, un episodio che al contrario sa destreggiarsi con disinvoltura in una pluralità di storyline: perché oltre ai personaggi già citati c'è anche un selvaggio assassino dall'identità ignota, ci sono le sinistre presenze della famigerata camera 64, c'è il nuovo proprietario dell'edificio, il ricco Will Drake (Cheyenne Jackson), e c'è John Lowe (Wes Bentley), un detective della polizia di Los Angeles in rotta con la moglie Alex (Chloë Sevigny) e con un gravoso senso di colpa legato a un drammatico episodio avvenuto cinque anni prima (il rapimento del figlio Holden). Senza contare che ancora mancano all'appello i personaggi interpretati dai "fedelissimi" Evan Peters, Angela Bassett, Lily Rabe e Finn Wittrock, nonché le new entry Darren Criss e Naomi Campbell.

Bela Lugosi's Dead: un tuffo nella Dark Wave

La Sally di Sarah Paulson non rappresenta l'unico richiamo dal gusto marcatamente vintage; un certo immaginario del passato, nello specifico gli Anni '80, è rievocato costantemente durante l'episodio, tanto sul piano visivo (il look di Sally, appunto) quanto sul piano musicale. Dalla primissima scena, in cui l'ingresso di due giovani turiste svedesi nella hall dell'Hotel Cortez è scandito dalle angosciose note di The Eternal dei Joy Division (dal loro album capolavoro del 1980, Closer), passando per Never Land dei Sisters of Mercy e per la celeberrima Bela Lugosi's Dead, il cavallo di battaglia dei Bauhaus, la soundtrack di Checking In è l'apoteosi della dark wave e del gothic rock, generi tipicamente Eighties che fungono ora da pavimento sonoro per l'albergo degli orrori della Contessa Elizabeth. E Murphy, che delle soundtrack ha sempre fatto un assoluto punto di forza dei propri prodotti televisivi, torna ad adoperare la musica come formidabile veicolo narrativo: si veda ad esempio la superba macrosequenza della "caccia" di Elizabeth e Donovan, dell'adescamento di un'altra coppia durante una proiezione del classico Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau e dell'orgia a quattro che culminerà in un massacro, laddove non viene pronunciata una sola parola, ma le immagini sono accompagnate da un brano del moderno revival dark wave, Tear You Apart degli She Wants Revenge.

Fra horror e postmodernismo

Proprio la colonna sonora, e più in generale uno sguardo in perenne sospensione fra passato e presente, ci offre una possibile chiave di lettura dell'intera operazione American Horror Story, già valida del resto per le altre stagioni della serie: l'intento di rivisitare le convenzioni del genere horror nell'ottica di un postmodernismo in grado di mescolare la suspense e il camp, la tensione più estrema e il divertissement più smaccato. Ed è esattamente ciò che fanno Ryan Murphy, anche regista di Checking In, e i suoi autori già dal primo episodio: giocare con i codici del racconto e con i registri stilistici, divertendosi - come novelli dottor Frankenstein - a far prendere forma ad una "creatura" mostruosa e indefinibile. Una creatura di cui abbiamo avuto solo una fugace visione, e che ancora aspetta a rivelarsi pienamente di fronte al suo pubblico. E parlando di commistioni postmoderne, non a caso, prima del termine della puntata, la soundtrack si allontana dagli Anni '80 per spaziare pure verso altre epoche e altri generi, proponendo la più solare Downtown di Petula Clark e, in chiusura, il trascinante inno rock di Hotel California degli Eagles, con quei mitici versi che suonano davvero come un nefasto monito: «You can check-out any time you like / But you can never leave».