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Friends from College: il nostalgico perpetuarsi dell'adolescenza

Friends from College con la sua vena nostalgica ha sollevato una domanda: quando smettiamo di essere adolescenti?

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Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoi. Può sembrare strano, ma Al Bano e Romina Power avevano proprio ragione. Gli anni passano, i capelli si ingrigiano se non addirittura cadono, ci sentiamo più stanchi, meno gioiosi, e incominciamo a ricordare. Ricordiamo di quanto era tutto più bello quando eravamo giovani, di come si era così baldanzosi con il sole in faccia camminando verso un futuro lontano, verso quell'agognata maturità, verso quell'indipendenza che poi vista da vicino non è che poi piaccia troppo. Funziona sempre così, l'adolescenza era e rimane quel periodo considerato aureo, dove riversare i momenti più belli della vita, quelli della spensieratezza, della, apparente, libertà incondizionata, della trasgressione.
Da giovani ci si divertiva, adesso si è succubi della vita; prima la si cavalcava, adesso ci si annoia, ci si sente in gabbia. È un tema che è sempre aleggiato nell'aria, sempre trattato con una vena fin troppo eccessiva di malinconia, ma in questi giorni abbiamo visto qualcosa di totalmente inedito in questo senso. Su Netflix è uscito Friends from college, un'opera capace di ribaltare i canoni tradizionali e sfruttare a suo favore la nostalgia canaglia. L'operazione è interessante si perché si parla di nostalgia e tuffi nel passato, ma soprattutto è esaltante il come lo fa. Prende un format come quello della sit-com, e perché no la tanto in voga dramedy, abitualmente destinato ad ospitare adolescenti e post-adolescenti (pensiamo ai vari Friends, How i met your mother ecc.), e lo riempie di quarantenni ex compagni di college riuniti a distanza di vent'anni.

Gli anni passano, i tempi cambiano, e noi ce ne accorgiamo

Vent'anni sono tanti, le priorità, i sogni, i desideri, le necessità, tutto è cambiato. Eppure come erano belli quei tempi lontani, dove tutto sembrava più felice. La serie di Nicholas Stoller e Francesca Delbanco ci mette, con leggerezza e un pizzico di amarezza, di fronte ad un fatto compiuto, che è possibile ignorare. Per quanto noi possiamo cambiare, dentro di noi rimarrà sempre una traccia dell'adolescenza, difficilissima da sopprimere, e che molto probabilmente avrà sviluppato una certa dose di esasperata venerazione. In altre parole, tutto quello che segna l'adolescenza di una persona diventa pietra miliare inscalfibile, superiore a qualsiasi altra cosa possa essere venuta dopo. Riguarda le esperienze, ma soprattutto i gusti. Tutti quanti, almeno una volta, anche per sbaglio, inconsapevolmente, abbiamo pronunciato la frase "eh ma le serie di una volta erano meglio". Sostituite serie, con film, musica, videogiochi, romanzi, fumetti, e il risultato non cambia; e se ci pensiamo un attimo quel "di una volta" corrisponde quasi sempre al periodo adolescenziale.

Per chi è cresciuto con Star Trek negli anni '60, nessun racconto fantascientifico è stato alla pari; per non parlare della conseguente rivalità con quelli nati una decina di anni dopo, cultori di Star Wars. Harry Potter è meglio di Hunger Games, così come i Pokemon meglio di Ben10; Crash Bandicoot più figo di Mario, e Ezio Auditore più iconico di Link. Non sono chiaramente giudizi di qualità, né considerazioni oggettive, la nostalgia non ammette oggettività, ma solamente moti dell'affezione, puramente irrazionali ed emotivi.
Sono i simboli della nostra giovinezza, e come tali sono incontestabili e migliori di tutto il resto, come la giovinezza stessa. È una cosa matematica. Le opere che hanno fatto parte della nostra formazione travalicano la loro esistenza materiale per trasformarsi in un qualcosa di etereo, quasi divino. Non sono più semplici oggetti o rappresentazioni, sono a tutti gli effetti parte di noi, compongono la nostra essenza, in qualche modo ci rappresentano, parlano di noi, ci identificano in qualcosa di altro, fuori dalla sola persona fisica. Inevitabilmente assumono aspetti di culto e sono difesi a spada tratta anche di fronte alle critiche più evidenti, perché ammetterne le debolezze equivarrebbe ad ammettere le proprie debolezze; insomma si trasforma in una questione personale.

La mercificazione della nostalgia

Quando una questione diventa personale, si apre contemporaneamente uno spiraglio incredibile di vendita.
Toccare le corde dell'adolescenza significa puntare su qualcosa di incrollabile, che difficilmente verrà criticato, e quindi anche dalla facile vendita. Friends from college in questo contesto potremmo inserirlo alla fine di un discorso più ampio sulla nostalgia, quasi leggendolo come un'analisi che mostri ciò che fino ad adesso veniva svolto in maniera più o meno implicita. Siamo chiaramente negli anni della mercificazione della nostalgia, del facile entusiasmo creato dall'ammiccamento al passato, dalla riesumazione di brand morti e felicemente sepolti, della lacrimuccia da bei tempi.
Pensiamo all'E3 2015 quando sul palco della conferenza Sony furono annunciati Shenmue 3 e il remake di Final Fantasy VII; al reboot, rilancio o come lo vogliamo chiamare, di Star Wars; all'euforia per il ritorno di Crash Bandicoot su PS4. Pensiamo a tutti quei nomi del passato che tanto ci avevano fatto sognare da giovani, che mai più avremo sentito il cuore battere così forte e l'adrenalina così alle stelle, e che improvvisamente sono di nuovo qui, a farci dimenticare tutto il resto.

Pensiamo al ritorno di Twin Peaks, non solo come magnifica opera di un maestro come David Lynch, ma anche come, per chi l'ha vissuto negli anni novanta, un tuffo nel passato che fa stringere il cuore. La mente in questo mare di parole non può che perdersi, fare un giro nelle immagini dei bei tempi andati e, dopo un bel giro, arrivare a una delle serie di culto dello scorso anno: Stranger Things. Di culto proprio e soprattutto perché omaggio ai vari culti della giovinezza, ai Goonies, agli Alien, agli E.T., ai D&D, a tutte quelle cose che chi le ha vissute ricorda come qualcosa di meraviglioso e irripetibile.
Allora, forse anche senza volerlo, Friends from college riesce a fare qualcosa di estremamente acuto. Non solo affronta magistralmente la nostalgia, ma riesce ad andare oltre, fa un salto verso l'attualità più nascosta e ci dice che i 40 veramente sono i nuovi 20, non solo perché si sta spostando l'asticella, non solo perché la tendenza è quella di voler continuare in una giovinezza eterna, ma anche perché la nostalgia sta prendendo il sopravvento, sta prepotentemente resuscitando i nostri miti e ci sta riportando indietro, a quando eravamo baldanzosamente con il sole in faccia sulla strada verso il futuro. Perché l'adolescenza non finisca e con essa ritorni e continui la nostra felicità.