Speciale Gomorra 2 - Pregi e difetti

Si è concluso su Sky Altlantic il secondo capitolo dell’acclamata serie televisiva sul mondo della criminalità organizzata di Napoli: il nostro commento al season finale e alcune considerazioni sull’intera stagione 2

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E con il drammatico faccia a faccia preannunciato fin dall'anno scorso, il confronto definitivo fra Ciro Di Marzio (Marco D'Amore) e don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino), è calato il sipario sulla seconda stagione di Gomorra - La serie. Un finale devastante, con due puntate conclusive, Nella gioia e nel dolore e La fine del giorno (entrambe per la regia di Claudio Cupellini), che hanno segnato la resa dei conti fra i due grandi antagonisti della serie, ma caratterizzate anche da tradimenti, colpi di scena e atti sanguinari, nonché dall'ascesa - ormai sempre più inesorabile - del giovane Genny Savastano (Salvatore Esposito), consacrato a nuovo "padrino" della criminalità organizzata e del mercato della droga a Secondigliano, con un matrimonio celebrato in pompa magna e un erede appena venuto al mondo. Ma andiamo con ordine e proviamo a tracciare un bilancio sia di questo finale, sia dell'intera stagione a cui abbiamo assistito fra maggio e giugno...
Attenzione, l'articolo contiene spoiler! Non proseguite con la lettura se non avete ancora concluso la visione della stagione.

L'ascesa di Genny

Che Gomorra fosse, da un certo punto di vista, il racconto di formazione di Gennaro, detto Genny, era evidente già dalle puntate dell'anno scorso. Inizialmente pavido, inetto ed insicuro, con più di un'esitazione al momento di dover premere il grilletto, con il tempo Genny, il figlio di don Pietro e il successore designato del suo "regno del crimine", ha attraversato una trasformazione sorprendente: via via più feroce e determinato, Genny ha assorbito sia dal padre, sia dal suo ex amico Ciro le qualità necessarie a reclamare il proprio posto nella struttura gerarchica della camorra, richiamando per certi aspetti la figura archetipica del Principe Hal, ovvero l'Enrico V dei drammi shakespeariani. Del resto, il cinismo e l'assenza di scrupoli dimostrati da Genny durante questa seconda stagione, dopo una sparatoria con Ciro che per poco non gli era costata la vita, non lasciano adito a dubbi: Genny è ormai a tutti gli effetti il tenebroso antieroe della serie. In Nella gioia e nel dolore abbiamo assistito al suo matrimonio a Roma con Azzurra (Ivana Lotito), figlia del boss don Giuseppe Avitabile (Gianfranco Gallo), ma è nella dodicesima puntata che emerge appieno la natura machiavellica di Genny: dalla soffiata che ha portato all'arresto - proprio durante il ricevimento di nozze - del novello suocero, allo scopo di neutralizzare un ingombrante alleato e di ribadire il proprio predominio sul narcotraffico fra Roma e Napoli, al tradimento nei confronti del padre, consegnato di fatto nelle mani di Ciro.

Il crepuscolo di don Pietro

Gli ultimi minuti de La fine del giorno sanciscono, non a caso, l'atto di obliterazione eseguito da Genny verso suo padre: un "omicidio per interposta persona" che corrisponde a un ideale parricidio. Il gioane consegna don Pietro al suo boia per poterne prendere il posto una volta per tutte, cancellando l'identità stessa del boss Savastano con la scelta di attribuire il suo nome, Pietro, al figlio che ha appena visto la luce; e il montaggio alternato, con le sequenze dell'esecuzione di don Pietro inframmezzate da quelle del parto di Azzurra, in tal senso appaiono emblematiche. Ma in fondo, il conflitto tra padre e figlio è stato uno dei principali leitmotiv di tutta la stagione: il braccio di ferro fra don Pietro e Genny, le pretese autoritarie del primo e la doppiezza del secondo, sono culminati nel pugno scagliato da Genny contro il ritratto di famigli" ricevuto dal padre come dono di nozze. Mentre il desiderio di rivalsa di don Pietro ha portato anche alla sequenza più scioccante del finale di stagione: l'agguato compiuto dai seguaci del boss Savastano contro la piccola Maria Rita (Claudia Veneziano), la figlia di Ciro, freddata a colpi di pistola all'interno dell'auto, dopo il massacro della sua scorta. Un omicidio osceno nel senso letterale del termine, e cioè la cui atrocità richiede che sia consumato fuori dalla scena, con la macchina da presa che riprende il veicolo dall'esterno, mostrando soltanto il killer mentre spara nell'abitacolo.

La vendetta dell'Immortale

Arriviamo così all'inevitabile duello su cui si chiudono la dodicesima puntata e tutta la stagione: il suddetto faccia a faccia fra Ciro e don Pietro. Ma la vendetta di Ciro l'Immortale, metaforicamente, è l'incontro fra due spettri, e forse non è un caso se l'uccisione di don Pietro avviene in un cimitero, sulla soglia del mausoleo in cui già era sepolta donna Imma (Maria Pia Calzone). Don Pietro, privato di una moglie che ha tentato invano di sostituire con la presenza di Patrizia Santoro (Cristiana Dell'Anna), rinnegato dal figlio Genny e testimone impotente di un impero che gli si sta sbriciolando fra le dita, accetta la condanna a morte senza tentare la benché minima reazione, consapevole di essere un dead man walking. Mentre Ciro, nella sia ansia divorante di raggiungere - e mantenere - la vetta, di conquistare un potere smisurato e incontrollabile, ha fatto terra bruciata attorno a sé: la seconda stagione si è aperta con l'assassinio della moglie Debora (Pina Turco), uccisa e poi bruciata dallo stesso Ciro per impedirle di rivolgersi alla polizia, e si è conclusa con la morte della figlia, estrema rappresaglia in una faida terrificante. Prima di sparare a don Pietro, un Ciro completamente svuotato lascia liberi i propri uomini e rinuncia ad ogni pretesa su Secondigliano: da villain invincibile a uomo solo e alla deriva. Una parabola che simboleggia con inquietante precisione gli effetti collaterali del potere sull'essere umano.

Una stagione che conferma la sua qualità

Approfittiamo ora della messa in onda del finale per tracciare un bilancio ad ampio raggio di una seconda stagione attesissima da critica e pubblico; una seconda stagione che ha confermato l'enorme popolarità della serie realizzata da Stefano Sollima sulla base del libro inchiesta di Roberto Saviano, nonché la sua posizione di assoluto primo piano nel panorama della serialità televisiva italiana (tanto da essere stata esportata con successo pure all'estero). Sempre formidabile nella sua capacità di rappresentazione dei meccanismi di brutalità, di corruzione morale e di violenza di un mondo che esiste e si rinnova proprio accanto a noi (e di cui la cronaca continua ad offrirci terribili esempi di giorno in giorno), Gomorra ha senz'altro vinto la scommessa di saper reggere le aspettative dopo il trionfale primo capitolo, sebbene non tutto, nei dodici episodi visti questa primavera, abbia convinto al cento percento: nella prima metà della stagione, in particolare, si è registrato più di un momento di stanca, mentre la decisione di incentrare alcune puntate attorno ad un singolo personaggio, sacrificando l'ampiezza di uno sguardo corale, talvolta non ha funzionato a dovere in ogni aspetto. Ma al di là di notazioni comunque minori, la serie di Sollima ha mantenuto una coerenza, una solidità e una tensione narrativa invidiabili, sfruttando al meglio - ancora una volta - un manipolo di protagonisti di sicuro impatto, a cui si è aggiunta la sinistra figura di Annalisa Magliocca, alias Scianel (Cristina Donadio), mostruosa madre-gorgone e importantissima pedina sullo scacchiere del traffico di droga.

Gomorra - La serie Cupo, impietoso e portatore di una visione talmente disperata da cancellare qualunque sospetto di adesione verso i suoi personaggi, il “romanzo criminale” di Gomorra procede nel solco di un’ardita mescolanza di dramma familiare e affresco del nostro presente, di archetipi tragici e cronaca nerissima. Le ottime interpretazioni, la regia di alto livello e un mimetismo agghiacciante rimangono i maggiori punti di forza della miglior serie italiana degli ultimi anni.