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House of Cards UK: il fenomeno che ha originato la serie con Kevin Spacey

È disponibile su Netflix anche in Italia il ciclo britannico basato sui romanzi di Michael Dobbs, prototipo del serial con protagonista Kevin Spacey.

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Prima di Frank Underwood c'era Francis Urquhart. Una figura più anziana ed elegante, ma dotata delle stesse ambizioni e della stessa mancanza di scrupoli, oltre che delle deliziose iniziali "F. U.". E mentre i complotti di Underwood sono arrivati sui nostri schermi grazie a Netflix, quelli di Urquhart andavano in onda sulla BBC, con un impatto non dissimile da quello del rifacimento americano nonostante l'assenza di un linguaggio particolarmente colorito o di scene esplicite di sesso e violenza. Prima del 2013, House of Cards non era un prodotto rivoluzionario in quanto prima serie originale realizzata appositamente per il gigante dello streaming, bensì una trilogia inglese basata su un trittico letterario di Michael Dobbs, trasmessa dal 1990 al 1995. Un prodotto che rimane tuttora estremamente attuale, grazie all'arguzia politica di Dobbs, attivo nel Partito Conservatore prima di scrivere i romanzi, e all'assimilazione, nel gergo specialistico britannico, delle massime di Urquhart.

Yes, Prime Minister

La versione inglese di House of Cards, come quella americana, è caratterizzata dagli sguardi in macchina del protagonista, che si rivolge direttamente al pubblico per commentare o talvolta giustificare le proprie azioni. Un espediente che sulla carta poteva risultare poco efficace, dato che gli scenari politici immaginati da Dobbs sono molto più verosimili rispetto agli eccessi dell'adattamento di Beau Willimon, grazie all'asciuttezza della scrittura di Andrew Davies e della regia di Paul Seed (sostituito da Mike Vardy per la terza miniserie). Eppure funziona, grazie all'autorità glaciale con cui il compianto Ian Richardson, interprete di Urquhart, dialoga con lo spettatore, ricorrendo persino alla sua celeberrima frase "You might very well think that; I couldn't possibly comment". Proprio questa trovata linguistica eccelsa, farina del sacco di Dobbs, è stata successivamente adottata dai veri politici inglesi, suggerendo che il governo britannico sia più simile all'universo cupo e spietato di House of Cards di quanto non si voglia ammettere, e lontano dai toni più scanzonati, per quanto ancorati in un minimo di realtà, della storica sitcom Yes, Minister, andata in onda nel decennio precedente.

Profezia ed eredità

La storia di Urquhart, come abbiamo già detto, è divisa in tre atti, ciascuno con un proprio titolo: House of Cards, To Play the King e The Final Cut. Tutti basati sugli omonimi libri, anche se Dobbs per i sequel letterari ha dovuto effettuare qualche retcon in seguito al successo della prima trasposizione televisiva (nella prima edizione del House of Cards cartaceo Urquhart muore). Lo stesso autore ha anche preteso di essere omesso dai credits di The Final Cut, che inizia con il funerale di Margaret Thatcher, una sequenza controversa che anticipò la realtà di quasi vent'anni ed è forse l'unico vero punto debole di una trilogia eccelsa il cui impatto è ancora evidente nel panorama televisivo odierno: non solo c'è la versione americana, meno raffinata ma altrettanto coinvolgente, ma è indubbio che il cinismo di fondo che accompagna il percorso professionale di Francis Urquhart abbia influenzato la cattiveria satirica di Armando Iannucci, prima in The Thick of It e poi in Veep. Due serie dove si ride ma quasi controvoglia, atterriti dallo squallore di un universo politico non tanto lontano dal mondo reale. E il buon F.U., pur non potendo commentare, sarebbe senz'altro d'accordo.