evoluzione serie tv italiane

In origine furono Boris e Romanzo criminale, ma da allora la serialità italiana sta vivendo una fase di evoluzione che non accenna a fermarsi

speciale I nuovi gioielli della serialità italiana
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«Ma tu ti rendi conto cosa succederebbe se veramente qualcuno facesse una fiction più moderna? Ben scritta, ben recitata, ben girata... ma tutto un intero sistema industriale, ma fondamentale per il nostro paese, di colpo, così da un giorno all'altro, dovrebbe chiudere! Caput! Ma la domanda è un'altra: perché rivoluzionare un sistema che funziona già?». A porsi (e a porci) questi interrogativi, con retorico e sprezzante cinismo, era Diego Lopez, il delegato di rete responsabile di supervisionare Gli occhi del cuore, la fittizia fiction che i fan di Boris conosceranno ormai fin troppo bene. Non sono passati molti anni, tutt'altro, da quel monologo che dipingeva con lucida cattiveria la natura della fiction italiana del nuovo millennio; eppure il breve periodo trascorso da allora ci ha dimostrato, e in maniera inequivocabile, che perfino in Italia "un'altra televisione è possibile" (sempre per citare Boris). Mai come oggi, del resto, la serialità italiana sembra attraversare una fase di sperimentazione e di costante evoluzione, sebbene quasi esclusivamente grazie alle sfide produttive di Sky, anni luce più avanti rispetto ai vari canali generalisti. Proviamo dunque a tracciare lo "stato dell'arte" del nostro panorama televisivo, fra passato prossimo, presente e immediato futuro...

Le origini del cambiamento: Boris e Romanzo criminale

Era l'aprile 2007 quando sul canale satellitare Fox debuttava Boris, una serie comica che si proponeva fin da subito come un autentico unicum nel campo della serialità italiana. Attraverso le disavventure di Alessandro (Alessandro Tiberi), un ragazzo volenteroso ma ingenuo ingaggiato come stagista sul set della fiction Gli occhi del cuore, a partire dal suo primo, complicato giorno di lavoro, Boris si proponeva come una ferocissima satira della TV italiana e, più in generale, della cultura di massa dominante nel nostro paese, modellata su un generale appiattimento della forma e dei contenuti. Dalle sfuriate e dai motti proverbiali del regista René Ferretti (un formidabile Francesco Pannofino) alle ‘cagnesche' performance dei vanesi attori Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti) e Corinna Negri (Carolina Crescentini), dalle esilaranti interazioni fra i membri del cast e della troupe agli innumerevoli riferimenti all'attualità e alla politica, Boris si è imposto come un instant cult: un godibilissimo racconto metatelevisivo capace di riflettere con acume impietoso sulle condizioni di arretratezza della TV in un paese anestetizzato da anni e anni di pessimi prodotti (di cui Gli occhi del cuore è giustappunto un emblema).

Trascorre appena un anno dalla prima stagione di Boris ed ecco che la TV italiana sembra avere una prima reazione a quella ‘scossa': una reazione che, non a caso, proviene dalla fucina di Sky, ben più libera rispetto alle logiche e alle tradizioni della TV generalista. Forte dei consensi per il libro di Giancarlo De Cataldo e per il film omonimo di Michele Placido, dal 10 novembre 2008 Sky Cinema 1 trasmette Romanzo criminale - La serie, straordinaria epopea in due stagioni e ventidue episodi ispirata alle reali vicende della famigerata Banda della Magliana a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta. Una rilettura cupa, iperrealistica e decisamente violenta di alcune fra le pagine più oscure della recente storia italiana, affidata alla sapiente scrittura e messa in scena del regista Stefano Sollima, il quale fa propri alcuni stilemi registici e drammaturgici praticamente inediti per la nostra TV, e al talento di un manipolo di validissimi interpreti, fra cui il terzetto di criminali senza scrupoli impersonati da Francesco Montanari, Vinicio Marchioni e Alessandro Roja, firmando così un capolavoro all'altezza delle migliori serie americane.

Il presente: Gomorra e 1992

Ed è sempre Stefano Sollima, reduce nel frattempo dall'ottima esperienza cinematografica di ACAB - All Cops Are Bastards, a confezionare per Sky, nel 2014, un progetto ambizioso almeno quanto Romanzo criminale: Gomorra - La serie. La matrice letteraria, in questo caso, è il libro inchiesta di Roberto Saviano (incluso fra gli sceneggiatori), adoperato però solo come fonte d'ispirazione per il ritratto a tinte quanto mai fosche del clan dei Savastano, una famiglia camorrista di Scampia, dominata dal pugno di ferro del boss don Pietro (Fortunato Cerlino), il quale in seguito libererà il campo al conflitto sanguinario tra suo figlio Genny (Salvatore Esposito) e il suo luogotenente Ciro Di Marzio (Marco D'Amore). Perfino più ‘duro' di Romanzo criminale e contrassegnato da una mimesi evidente fin dal piano linguistico (tutti i personaggi parlano un dialetto stretto), Gomorra, di cui si è appena conclusa la seconda stagione, rimane l'attuale punto di riferimento in termini di eccellenza per la televisione italiana.

Un anno dopo la messa in onda della prima stagione di Gomorra, è sempre Sky a mettere in cantiere, "da un'idea di Stefano Accorsi" (un assioma ormai di uso comune), 1992, ovvero l'annus horribilis per la cronaca e la politica italiane ripercorso tra realtà e finzione mediante una serie dalla struttura corale, ambientata in una Milano sottoposta al terremoto di Tangentopoli e agli scandali dell'inchiesta Mani Pulite. Stefano Accorsi è il capofila di un cast che comprende Miriam Leone, Guido Caprino, Domenico Diele, Tea Falco e Alessandro Roja; il responso alla serie è complessivamente positivo, tanto da indurre Sky a commissionare i successivi capitoli (1993 e 1994, attualmente in lavorazione), ma il consenso di critica e pubblico rimane comunque ben inferiore a quello di Gomorra.

Fra remake e nuovi esperimenti: In Treatment e Dov'è Mario?

Sebbene inferiori ai livelli di popolarità e attenzione mediatica registrati da Gomorra e 1992, ci sono tuttavia altri due titoli targati Sky che meritano quantomeno un riferimento, anche perché sintetizzano due approcci del tutto opposti alla narrazione seriale. In Treatment, trasmesso per la prima volta nel 2013 e con una seconda stagione andata in onda dopo due anni e mezzo, è l'adattamento di una serie israeliana che ancora prima dell'Italia era già approdata sull'americana HBO. Sergio Castellitto veste i panni di Giovanni Mari, psicoterapista le cui sedute con i vari pazienti, mostrate in "tempo reale", costituiscono la materia narrativa di un racconto tutto affidato al potere della scrittura, dell'analisi psicologica e dei duetti recitativi di un cast di alto livello (fra i nomi coinvolti, Licia Maglietta, Barbora Bobulova, Adriano Giannini, Maya Sansa e Michele Placido).

Sono stati trasmessi nell'arco dell'ultimo mese, invece, i quattro episodi di Dov'è Mario?, nuova incursione nei territori della satira con uno show ideato, scritto e interpretato da Corrado Guzzanti. È lo stesso Guzzanti, fra i maggiori talenti comici degli ultimi decenni, a calarsi nei panni del filosofo Mario Bambea, tipico esponente della sinistra intellettuale da salotto televisivo, e del suo alter ego Bizio Capoccetti, figura complementare a quella di Mario e simbolo di una scissione nella coscienza politica dell'Italia odierna e delle sue contraddizioni. Prodotto sperimentale sia nel formato narrativo che nel linguaggio, Dov'è Mario? si attesta fra le novità televisive più interessanti dell'anno.

Il futuro: I Medici, The Young Pope e Suburra

Per parlare invece dell'imminente futuro partiamo da una ‘deviazione' in casa Rai, azienda la cui offerta, in termini di serialità, finora non ha certo brillato per coraggio o innovazione (e anzi, è spesso stata presa implicitamente di mira dagli strali di Boris). Titolo di punta della stagione autunnale della Rai sarà una co-produzione internazionale girata per gran parte in Toscana e in lingua inglese: I Medici, epopea della potentissima dinastia che dominò le sorti di Firenze nel pieno del Rinascimento. L'ex star de Il trono di spade Richard Madden nel ruolo di Cosimo de' Medici e il mitico Dustin Hoffman in quello di suo padre Giovanni sono i grandi nomi della serie: un racconto capace di competere con altri blasonati drammi storici in costume (l'esempio più immediato sono le due serie sulla famiglia Borgia) o l'ennesimo esempio di feilleuton illustrativo senza pretese artistiche di alcun tipo? Staremo a vedere...
Non corre senz'altro questo rischio, al contrario, Paolo Sorrentino, che nello stesso periodo presenterà al pubblico di Sky Atlantic il suo primo lavoro in ambito seriale: The Young Pope, co-prodotto con la HBO e girato a Roma in lingua inglese. Il divo Jude Law presta il volto al Cardinale Lenny Belardo, appena eletto al soglio pontificio con il nome di Pio XIII e primo Papa di origine statunitense; al suo fianco la suor Mary di Diane Keaton e attori quali James Cromwell, Cécile de France, Silvio Orlando e Ludivine Sagnier. Le primissime sequenze appena diffuse dal teaser trailer lasciano intuire che Sorrentino abbia mantenuto il suo peculiare stile registico, e che The Young Pope saprà pertanto distinguersi innanzitutto per il fascino di una messa in scena tutt'altro che scontata; per tutto il resto, le buone premesse non mancano di certo.

Concludiamo infine con quello che sarà invece il fiore all'occhiello per la programmazione di Netflix, ovvero la prima serie originale prodotta dalla divisione italiana del servizio di streaming (ma con la partecipazione della Rai): Suburra - La serie. Dopo Romanzo criminale e Gomorra, il regista e produttore Stefano Sollima porterà infatti sul piccolo schermo anche Suburra, trasposizione dell'omonimo libro di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo sugli intrecci mafiosi nella Roma dei nostri giorni, fra corridoi del potere e quartieri in mano alla malavita. Sollima, che ha già diretto con esiti encomiabili l'adattamento cinematografico di Suburra, pare dunque in procinto di regalarci un nuovo "romanzo criminale", ancora più tenebroso e violento e con scottanti richiami alla cronaca più recente: e pure in questo caso, come per il Papa di Sorrentino, le aspettative sono davvero altissime...