Speciale I Simpson - Speciale 500 episodi

500 puntate: uno special in onore della famiglia più pazza e famosa della tv!

Articolo a cura di
Nunzio Gaeta Nunzio Gaeta ama scrivere e parlare in maniera trasversale di cinema, serie tv e videogames, nonché di tutto ciò che ruota intorno alla cultura giapponese. Lo potete trovare su Facebook e su Google Plus.

“Grazie per le 500 puntate. Vi chiediamo solo di uscire a prendere una boccata d’aria fresca prima di scrivere su internet quanto questa puntata vi abbia fatto schifo.”

Con questa battuta a metà tra il sarcasmo e la consapevolezza si chiude in qualche modo un traguardo sicuramente importante per la tv americana, nonché per una delle emittenti televisive più famose del globo. Al di là della qualità nuda e cruda, raggiungere la soglia delle 500 puntate rappresenta senza alcun dubbio una sfida impensabile anni or sono, quando per la prima volta, nel 1987, la famiglia animata più famosa della tv ha fatto la sua prima apparizione su tubo catodico. Con animazioni e disegni che ad oggi possono sembrare goffi ed abbozzati (per non dire inquietanti), la creatura di Matt Groening e James L. Brooks si è fatta gradualmente strada all’interno del palinsesto televisivo, divenendo sempre più un enorme fenomeno mediatico che ad oggi rappresenta la punta dell’iceberg per la FOX. Vincitrice di numerosi premi (tra i quali figurano altisonanti i 23 Emmy), la produzione è entrata nell’immaginario collettivo dell’intero globo e, senza evitare episodi di censura o critiche, viene ormai da più di vent’anni trasmessa nella quasi totalità delle emittenti televisive principali di ogni nazione.
Tra l’altro, è difficile trovare anche solo una persona che non conosca almeno per sentito dire I Simpson.
Risultato forse ineguagliabile, ma a che prezzo? Prima di smuovere critiche, cerchiamo di analizzare meglio il fenomeno dagli albori fino ad oggi.

Once upon a time, in Springfield..

Inizialmente previsti come una serie di corti da inserire negli spazi pubblicitari, I Simpson si sono guadagnati man mano la loro fama fino a giungere, nel lontano 1989, ad una vera e propria serie trasmessa in prima serata. Un background, inizialmente scarno, composto dalla sola famigliola tutt’altro che felice alle prese con i problemi giornalieri e che procedeva via via in continua espansione, portando nuovi personaggi e allargando la propria ambientazione. Gli stessi dialoghi, inizialmente elementari che ben si sposavano con la pochezza di contenuti e con la “piccola” produzione, hanno progressivamente ottenuto un sensibile miglioramento e una costante crescita qualitativa mai visti prima. E’ difficile pensare ai Simpson come ad un semplice show composto da poche battute scambiate tra i soli Homer, Lisa, Bart, Maggie, Marge e Nonno Abraham.
I numerosi individui “secondari” che popolano la città, come Apu, Burns, Flanders o Boe, dovevano inizialmente comparire soltanto per qualche puntata, ma si sono successivamente trasformati in vere e proprie co-star, aventi ognuno di loro il proprio background e la propria storia alle spalle. Insomma, a decretare il successo di questo serial è stata l’intera cura riposta nel crescente numero di personaggi (indimenticabili) che popolano Springfield (che ricordiamo prende il nome dal suo fondatore, il puritano Jebediah Springfield) .
Parlando di Springfield bisogna innanzitutto fare una premessa: per svariati anni, nonostante le varie citazioni riferite a determinati stati americani, non si è mai riuscito a delineare una precisa locazione per la cittadina che fa da sfondo alla quasi totalità delle vicende. Tranne qualche sporadico episodio che l’ha vista catalogata come “città decadente del Missouri” o del “Kentucky”, non si è mai avuta la certezza di dove si trovasse esattamente la Springfield (nella realtà esistono ben 71 città con questo nome negli USA) immaginaria del buon Groening.
Il tutto fino a qualche anno fa, quando la Fox, in concomitanza con l’uscita del film dei Simpsons al cinema, decise di imbastire un sondaggio volto a delineare quale tra le tante Springfield potesse essere consona alle vicende raccontate nella serie: fu così che venne scelta la Springfield del Vermont (l’unica ad avere un insieme di caratteristiche idonee a quelle presenti nelle vicende di Homer e soci), prima città dove venne tra l’altro proiettato il film.

La strada per il successo

Come già detto in precedenza, l’enorme successo riscosso dalla serie ha permesso agli autori di poter creare un vero e proprio “micro universo” basato sulle vicende dei singoli personaggi, intrecciandole tra loro e creando un complesso sistema di rapporti volto a intensificare l’interesse sia dell’appassionato che del semplice spettatore.
Le stesse sceneggiature, che nel corso delle stagioni hanno avuto modo di esprimersi al meglio raggiungendo elevati picchi d’eccellenza (contribuendo anche a qualche scena per così dire, “strappalacrime”, assolutamente inaspettata in una produzione di questo tipo, come il “do it for her” nella puntata relativa alle foto di Maggie, foto che Homer utilizza per camuffare la placca demotivazionale inserita nel muro del suo ufficio dal malvagio Burns), così da creare episodi assolutamente divertenti ed irripetibili, che hanno dalla loro la capacità di saper intrattenere anche dopo innumerevoli visioni degli stessi. Cosa ampiamente dimostrata dai nostri palinsesti televisivi, i quali da anni trasmettono gli stessi episodi in orari cruciali, e nonostante questo l’interesse mostrato verso di essi risulta sempre costante come se si trattasse della prima volta. Uno dei aspetti fondamentali dei Simpson, catturato poi dai discendenti e cloni dello stesso genere, è il saper prendere il meglio della nostra cultura (che sia essa riferita alla nostra società, al mondo del cinema, della musica o altro) e ribaltarlo con satira, scimmiottando parodie assolutamente efficaci.
E’ il caso del tormentone “no tv & no beer” inaugurato da Homer nel miniepisodio appartenente alla serie dei “Treehouse of horror” ispirato al capolavoro di Kubrick, Shining, ma questo è solo uno delle decine (se non centinaia) di esempi fattibili.
Tolte le risate però lo show è riuscito ad offrire il più delle volte e in maniera spesso velata singolari interpretazioni e frecciatine verso tabù che molto spesso, ai giorni nostri, tendiamo a non citare, specialmente in televisione. Forse questo è il potere dei “cartoni animati”, capaci di poter arrivare anche laddove i comuni serial non possono addentrarsi.
Semplice ma singolare a dirsi è il fatto che tutte le cose riguardanti i Simpson irrimediabilmente finiscono per essere record: tra i tanti citiamo il numero di star che hanno contribuito anche solo a dare una voce ad un determinato personaggio presente in una singola puntata. D’altronde, sembra quasi che la Springfield di Groening sia un po’ il fulcro del mondo, ossia il luogo da dove irrimediabilmente passano innumerevoli personaggi famosi anche solo per il gusto di avere una singola avventura con Homer e soci. Ed è proprio di Homer che ci occuperemo nel prossimo paragrafo.

Homer Jay Simpson: storia di un mito

E’ difficile pensare ai Simpson senza anche solo proiettare nella propria mente il volto di questo buffo e singolare capofamiglia. Nato inizialmente come semplice stereotipo del papà americano, il nostro Homer si è via via evoluto, abbandonando per certi aspetti il suo “urlare a priori” delle primissime stagioni ed offrendo il suo lato senza dubbio migliore, pur non oscurandone gli altri: quello comico/demenziale.
Cosa pacifica e risaputa del resto: l‘Homer che piace al pubblico è quello dalle idee strampalate, dagli atteggiamenti imprevedibili, amante della buona cucina, di birra e di ciambelle, senza sminuire qualche “sfilatino andato a male” di tanto in tanto. I suoi motti vengono ancora oggi stampati su magliette e amenità di ogni tipo, rendendo il suo “Doh!” un chiaro marchio di fabbrica.
Un papàmarito a volte sconsiderato, avventato, anche pericoloso, altre semplicemente insostituibile. Durante gli anni abbiamo imparato a conoscere a menadito la sua storia, dalla nascita fino ai giorni nostri, nonché avuto modo di vedere i suoi genitori (con tanto di madre Hippie galeotta), suo fratello (miliardario caduto in rovina dopo l’aver conosciuto lo stesso Homer) e i suoi numerosissimi parenti (con i quali sembra abbia condiviso il gene debole dei Simpson, che ricordiamo colpisce soltanto il sesso maschile) e scoprire il perché della sua innata demenzialità (tutto a causa di un pennarello conficcato nel cervello fin dalla tenera età).
Vittima di varie ingiustizie ma anche complice di numerose catastrofi (nucleari e non), è riuscito durante le sue disavventure a stringere amicizie con innumerevoli persone e ad inimicarsi ex presidenti, colleghi e celebrità. Oltre a questo, resta forse l’unico uomo sulla faccia della terra a voler desiderare del “cioccolato a metà prezzo”nella vetrina all’interno di un mondo a sua volta interamente fatto di cioccolato. Eppure, con tutti i suoi difetti, Homer riesce sempre a catturare l’attenzione su di sé grazie alla sua tenera ingenuità e al suo modo di fare. Senza di lui Springfield sarebbe sicuramente un posto peggiore. Menzione d’onore va fatta anche per il doppiaggio italiano a cura di Tonino Accolla, capace di rendere il “nostro” Homer ulteriormente carismatico grazie al suo tono strampalato e divertente.

Dopo la vetta, la discesa..

Ma, come si è soliti dire, non tutto dura in eterno. Citando lo stesso Homer all’interno di una delle puntate dedicato al suo passato “canoro” ne “I Re Acuti”, “tutto ciò che va su deve per forza tornare giù”.
Il crollo qualitativo dei Simpson non è stato netto o ben distinto, ma il tutto si è svolto in maniera piuttosto graduale. La causa lampante alla quale si può attribuire la parabola discendente intrapresa dallo show è senza dubbio la mancanza, ormai cronica, di nuove idee. Problematica piuttosto ricorrente quando si parla di serializzazione, e ancora più scontata se si pensa ad un prodotto che ormai ha raggiunto la bellezza di 23 stagioni. Con il passare degli anni, gli sketch e le splendide vicende che hanno caratterizzato i personaggi del serial sono andati via via calando qualitativamente, fino a raggiungere, dalla diciassettesima stagione in poi (in concomitanza con il film al cinema), livelli piuttosto preoccupanti.
Lo stesso Groening ha più volte affermato, ai tempi, che con l’uscita del film al cinema si sarebbe conclusa l’epopea Simpsons anche in tv. Scelta più che saggia nonché coraggiosa, ma evidentemente sono stati vari i fattori che hanno portato ad un ulteriore prolungamento della produzione, attualmente in corso.
Lo stesso film si è rivelato essere, a detta di molti, un semplice “episodio allungato”, ben lungi da ciò che forse avrebbe potuto rappresentare. La diminuzione della qualità ha comportato anche battute piuttosto grezze (per non dire squallide), che un tempo si sarebbero tranquillamente evitate, e gli stessi doppiatori originali hanno più volte minacciato di abbandonare lo show, segno che il degrado che ormai pervade la produzione resta sotto l’occhio di tutti. Molti sono arrivati alla semplice conclusione secondo la quale non basta adattarsi alle differenti epoche/generazioni tentando di carpire il meglio da esse per creare un buon prodotto.
Detto in parole povere, probabilmente i Simpson per la loro precisa struttura non sono adatti per una generazione come questa, visto che ogni serial e ogni prodotto possiede, nel bene e nel male, la propria epoca. Cosa forse ancora più triste ma certamente ovvia nel mondo degli show tv è che dove i Simpsons calano vi sono altri show pronti a risalire. Assistiamo quindi ad un rapido miglioramento di serial animati fino a pochi anni fa ritenuti “di serie b”, come le produzioni di MacFarlane ad esempio, le quali ad oggi hanno ben poco da invidiare all’attuale situazione della famiglia gialla (nonostante esse siano imparagonabili ai Simpsons d’altri tempi).
Il consiglio da dare è quello di salvare, per modo di dire, il salvabile, e di porre una fine dignitosa ad uno show che in tanti modi ha contribuito a fare la storia della tv. Cosa nota anche gli autori, visto che ormai, notizia quasi certa, lo show terminerà con la ventiquattresima stagione.

I Simpson e i videogames

Per un vero e proprio marchio come quello creato da Groening è lecito aspettarsi, com’è difatti accaduto, un immenso merchandising basato su ogni tipo di gadget o utensile raffigurante i vari personaggi che popolano l’universo dei Simpsons. Potevano quindi i videogames restare esclusi da un fenomeno di tale portata? Certo che no, e a dimostrazione della tesi abbiamo tanti titoli sviluppati da altrettante software house che partono dai primi anni del 90 fino ad arrivare ai giorni nostri. Tra i tanti figurano sicuramente l’ottimo The Simpsons Arcade Game (da poco disponibile anche su Ps3 e Xbox 360) della Konami e il “recente” seppur discreto The Simpsons Game della Electronic Arts (disponibile per Ps3, Wii, Xbox 360, Nintendo ds , Ps2 e Psp).

Una soglia ragguardevole

Si è parlato spesso, in rete, della puntata n. 500 dedicata ai Simpsons. Non per le aspettative che i fan potessero nutrire verso di essa, quanto più per la presenza di un personaggio sicuramente “scottante”, ancora oggi a distanza di mesi dall’accaduto che lo ha visto coinvolto: Julian Assange, uno dei creatori di WikiLeaks.
Apparizione che, a conti fatti, si limita ad una manciata di minuti. Per il resto, questa puntata possiede, per la sua struttura, vari punti in comune anche con lo stesso film dei nostri beniamini, fattore che la rende in parte un continuo deja-vu ad episodi passati.
I nostri, a causa di un annunciato cataclisma, si rifugiano all’interno di un bunker per poi uscire e notare che di cataclismi effettivi non ve ne sono, e il tutto era stato fatto a loro danno, così da poter imbastire una riunione cittadina dove si potesse decidere se esiliare o meno la famiglia che, irrimediabilmente, ha provocato la maggioranza dei danni nel corso degli anni in quel di Springfield. Accade che i nostri sono costretti ad espatriare, rifugiandosi in una sorta di “terra di nessuno”, ossia un luogo dimenticato dove non vige nessun tipo di regolamentazione di sorta. Ma ben presto i concittadini sentiranno la mancanza della famiglia più pazza d’America..
La puntata scorre via serena, procurando qualche lieve risata a denti stretti e divertendo in alcuni momenti, pur senza avere nulla di così trascendentale. Insomma, la sensazione di assistere ad una “puntata speciale” è pressoché assente, se si esclude la bellissima sigla iniziale, omaggio a tutte le famose “scene del divano” raccolte in tutti questi anni.
Tolta la lieve amarezza però, ci troviamo di fronte ad un episodio complessivamente discreto, sicuramente uno dei migliori della stagione corrente. L’autocritica finale degli autori, citata all’inizio dell’articolo, è sicuramente lecita, sebbene a questo punto verrebbe da dire che l’esame di coscienza dovrebbero farselo loro, non noi.

I Simpson - Stagione 23 Al di fuori della panoramica rivolta ad uno degli show televisivi più famosi al mondo, resta notevole il traguardo raggiunto dai Simpson. Seppur stremati e ormai senza forze, essi ci regalano una puntata con qualche deja-vu di troppo ma nel complesso semplice e godibile, dove permane la tristezza del “ciò che fu” ma dove non si nasconde un sonoro “grazie” per i fan e per tutti coloro che hanno contribuito nel corso degli anni ad accrescere l’intero fenomeno. Lunga vita ai Simpson (non nel senso letterale del termine ci auguriamo).