Il cyberpunk ai tempi di Mr. Robot

In attesa del debutto della terza stagione, cerchiamo di capire come il cyberpunk si sia evoluto negli anni, da Blade Runner fino a Mr. Robot.

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Articolo a cura di
Natale Ciappina Traumatizzato dallo studio di Kierkegaard, è solito nascondere il suo nome fra miriadi di pseudonimi, sommerso com'è fra le sue infinite liste di cose da fare, vedere, ascoltare, leggere e magari anche giocare.

Probabilmente non è un caso che la terza stagione di Mr. Robot debutti proprio questo ottobre, a pochi giorni dall'arrivo nelle sale, in contemporanea mondiale, dell'attesissimo Blade Runner 2049, sequel di quel film che, oltre trent'anni fa, ridefinì i confini della fantascienza, sdoganando definitivamente il proprio sottogenere d'appartenenza, quel cyberpunk da cui l'opera seriale firmata da Sam Esmail non se n'è mai discostata. Eppure, paragonare Mr. Robot col capolavoro di Ridley Scott potrebbe suonare stridente, facendo storcere il naso ai più puristi. Non è però questa l'intenzione dell'articolo che segue, pur mettendo subito in chiaro che, a prescindere da tutto, ci troviamo di fronte a due pesi massimi del cyberpunk, seppur gareggino in due categorie ben distinte, con codici e linguaggi altrettanto diversi; non sono infatti poche le affinità che legano l'epopea di Elliot Alderson e quella di Rick Deckard, uniti da un genere di appartenenza che negli ultimi anni si è evoluto, cambiando pelle seppur non discostandosi di troppo dai propri originari assi portanti.

Da Blade Runner a Matrix

Negli ultimi trent'anni, il cyberpunk ha vissuto di alti e bassi. Dopo la sua esplosione nei primi anni '80, in concomitanza proprio della pellicola di Ridley Scott, il genere ha assistito anche ad una florida stagione in cui a proliferare è stata soprattutto la letteratura, grazie ad autori quali William Gibson o Bruce Sterling, che hanno fatto propria quell'estetica futuristica dal gusto retrò che coniugava, nell'immaginario di riferimento, sporcizia a luminosi colori al neon, multinazionali senza scrupoli a scenari dominati quasi interamente da una tecnologia per certi versi soverchiante oltre che, soprattutto, protagonisti confinati ai margini della società, ben lontani dall'essere degli eroi senza macchia.

Dagli anni '90 ad oggi, con qualche alto e basso, il cyberpunk ha invece vissuto una stagione di stanca, con in particolare Matrix a portarne avanti la bandiera, seppur in modo decisamente differente rispetto al passato. Uno degli aspetti fondanti del genere ai suoi albori era infatti il timore per l'Asia, e soprattutto per quel Giappone arrembante che stava praticamente monopolizzando gran parte dell'industry elettronica americana; componente, questa, che sparisce o quasi nel lavoro delle sorelle Wachowski, venendo però riabilitato proprio da Mr. Robot. Sia chiaro, però, che la serie TV di Esmail non è un mero rifacimento, magari attualizzato, dei tratti pertinenti del genere d'appartenenza.

William Gibson più di Ridley Scott

Del resto, le opere che hanno influenzato Mr. Robot sono davvero molte. La più palese è riconducibile alla prima stagione, con il Fight Club di David Fincher richiamato a più riprese soprattutto negli ultimi episodi. Ma non sono in pochi ad aver avvertito anche delle influenze lynchiane nella seconda stagione, con quel gusto per il surreale dal piglio orrorifico che è ormai consolidata cifra stilistica del regista statunitense.

Esmail, insomma, è riuscito a creare un universo personale, denso di citazionismo che però non scolla mai le proprie fondamenta cyberpunk. Emblematici, in tal caso, sono i paralleli fra Elliot, protagonista di Mr. Robot, e Case, il protagonista del Neuromante di Gibson, capolavoro della letteratura di genere pubblicato nel 1984. Entrambi dei sociopatici, dei ‘punk' ai confini della società, legati dal proprio ruolo di hacker sregolati, devastati mentalmente dalle droghe e dai propri mentori evanescenti.

Gli occhi puntati sempre sul mondo

Eppure Mr. Robot tiene i propri aderenti attaccati non solo al genere di appartenenza, ma anche alla realtà. Lo abbiamo visto con il Russiagate che ha visto, e vede tuttora, coinvolto Donald Trump: ormai la figura degli hacker, anche e soprattutto quando si parla di relazioni internazionali, è ampiamente nota anche in ambienti che esulano dal ripostiglio del nerd di turno. Un aspetto che, soprattutto nella seconda stagione di della serie di Esmail, si palesa con forza, senza però rincorrere continuamente la realtà, come invece fa una serie, che comunque si discosta per modalità d'approccio, come House of Cards. In Mr. Robot c'è altresì un racconto di quel quotidiano che vive appena fuori dalla portata dei media. Gli occhi del lavoro di Esmail non possono infatti non guardare ad est. Oggi come ieri, con la differenza che è questa volta la Cina ad avere il ruolo di partner/antagonista degli Stati Uniti. A cambiare rispetto al passato, però, è la concezione divina, come testimonia il doppio Tyrell: quello di Blade Runner ieri, che si faceva dio, e quello di Mr. Robot oggi, Prometeo incatenato in una società che non crede più in nulla.