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Netflix: perché i grandi registi ne hanno bisogno (e viceversa)

Il rapporto tra Netflix e grandi registi provenienti dal mondo del cinema è sempre più stretto. Vediamo perchè succede e quali sono le conseguenze.

speciale Netflix: perché i grandi registi ne hanno bisogno (e viceversa)
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"Impiego due anni per fare un film, a questo episodio ho dedicato circa quattro mesi. Magari non sono riuscito ad essere così dettagliato come al cinema, il sound design poi, in televisione, è completamente diverso. Black Mirror, però, mi è servito per schiarirmi le idee, per ricordarmi l'importanza e la bellezza di lavorare su un progetto più piccolo, questo è stato molto positivo, sia per me che per il mio cinema". A parlare è Joe Wright, intervistato nel corso di un Q&A dedicato alla nuova stagione della serie. Il regista di Espiazione, Il Solista e Orgoglio e Pregiudizio, ha raccontato cosa ha significato per lui lavorare ad un progetto del genere, sia dal punto di vista produttivo che dei contenuti. L'offerta di Netflix, per il regista, era un'occasione per riprendersi dal fallimento del suo ultimo film e per rinfrescare la sua poetica e immaginazione. Abbiamo quindi provato a pensare se davvero le nuove forme di produzione e fruizione televisiva possono far bene agli autori come Joe Wright e al cinema in generale. Un dirigente di Netflix ha recentemente dichiarato che il servizio di tv on demand trasformerà completamente il catalogo della piattaforma, con l'obiettivo di arrivare al 50% di Originals nei prossimi 2 anni. Che sia l'occasione per colmare definitivamente le distanze tra cinema e televisione? Netflix funziona meglio o peggio lavorando con autori del mondo del cinema? Per scoprirlo analizzeremo tre episodi di tre serie completamente diverse tra di loro, con come unico punto di contatto la presenza di un regista proveniente dal mondo del cinema.

Nosedive

"Sono una persona profondamente insicura e cerco costantemente conferme da altre persone per sentirmi meglio. Probabilmente è per questo che faccio il regista. Avevo appena sofferto una umiliazione fortissima a causa di un gigantesco film che avevo fatto per Warner Bros. La critica mi ha fatto a pezzi e l'ho presa molto sul personale. Mi davano una stella dappertutto. Quindi si, questa storia mi ha colpito molto". Queste sono le parole che Joe Wright ha scelto per descrivere il suo coinvolgimento nel progetto Black Mirror. L'obiettivo di Charlie Brooker, la mente dietro tutti gli episodi della serie, era quello di allargare lo spettro emotivo, visuale e narrativo dei suoi racconti. Utilizzando le sue stesse parole: "Non vogliamo gettarvi sempre in un pozzo di disperazione". Guardando i film di Joe Wright, inoltre, può spesso capitare di pensare: bello, bellissimo, ma riuscirebbe a raccontare una storia meno delicata, meno dolce? Insomma, questo è un regista esteticamente impeccabile, il suo lavoro di composizione dell'inquadratura è incredibile ed è spesso esaltato dalla fotografia di Seamus McGarvey, per fortuna presente anche in questo progetto insieme a parte del team storico di Wright. Ma questo regista sa raccontare storie dalle gradazioni emotive meno accessibili?

La risposta è sì. Nosedive è il migliore episodio di questa nuova stagione di Black Mirror e ne esalta le potenzialità narrative ed estetiche: lo stile visivo ricorda alcuni quadri di Hopper e alcune tendenze della fotografia americana contemporanea: l'ordine, la bellezza, il perbenismo a tutti i costi della società mostrata nell'episodio sono la causa di una profonda perdita di senso, di un annullamento della personalità che le immagini, la colonna sonora e la regia sottolineano splendidamente. Insomma, Joe Wright aveva bisogno di questo progetto e Black Mirror aveva bisogno di Joe Wright per esplorare territori sconosciuti. Il risultato? Nosedive è l'episodio della terza stagione più apprezzato da critica e pubblico. Ed è bellissimo.

House of Cards - Capitolo 1 e 2

L'arrivo di House of Cards sul mercato televisivo occidentale è stato dirompente: solo la prima stagione è stata nominata a nove Primetime Emmy Awards, tra cui il premio alla miglior regia in una serie drammatica per David Fincher. Il regista di The Social Network e Gone Girl ha firmato i primi due episodi, determinando lo stile estetico e narrativo dello show. Anche nel suo caso la proposta di Netflix è arrivata in un momento difficile: il regista veniva dal film tratto dal romanzo di Stieg Larsson "Uomini che odiano le donne", un buon adattamento ma decisamente sottotono rispetto alla sua controparte svedese. Qual è stato il contributo del regista in House of Cards? La serie aveva bisogno di lui? In una intervista Fincher ha riassunto la sua poetica così: "Per me, fondamentalmente, tutti gli esseri umani sono pervertiti". La sua gioiosa visione del mondo era perfetta per aprire il sipario sui personaggi della serie. La totale mancanza di scrupoli, l'ambizione, la dipendenza quasi erotica dal potere, tutti questi concetti vengono mostrati senza pudore nei primi due episodi che ha firmato.

Dal punto di vista della regia, invece, sono due gli elementi che sono poi rimasti in tutta la serie: la riduzione al minimo indispensabile dei movimenti di macchina e il particolare stile di ripresa dei dialoghi. Il regista di Fight Club non ama muovere la macchina da presa a meno che non sia assolutamente necessario, sviluppando una regia molto fredda e asettica, quasi da laboratorio. Per i dialoghi, invece, non è difficile capire l'importanza della scelta di far parlare Frank Underwood direttamente al pubblico, guardando dentro la macchina da presa. La rottura della quarta parete, nel caso di House of Cards, trasforma il personaggio di Kevin Spacey in qualcosa di simile ad un politico vero, ti fa continuamente pensare: "il vero potere è così, questo potrebbe benissimo essere vero". La forza della serie è tutta in questi primi due episodi: gli esseri umani sono dei pervertiti e la loro perversione è il potere.

Wolferton Splash, Hyde Park Corner


Per Stephen Daldry, regista di Billy Elliot e The Reader, la questione era per certi versi più semplice e per altri molto più complessa. The Crown, infatti, è la produzione più grande e costosa mai messa in piedi da Netflix. Gestire una produzione così magnificente non è assolutamente un compito facile. Daldry, inoltre, non ha mai firmato opere particolarmente complesse dal punto di vista produttivo, ma la scelta di affidargli il progetto non è casuale. Il suo The Reader è uno splendido esempio di come si possa raccontare una storia personale all'interno di un contesto storicamente determinato come la Germania Ovest di fine anni '50. The Crown, per funzionare davvero, doveva riuscire a far convivere questi due aspetti: si tratta sì di una serie storica, ma è anche un racconto di formazione. La serie funziona se ti fa pensare di aver visto momenti decisivi della storia occidentale attraverso gli occhi di una ragazzina. Non doveva essere un documentario storico e soprattutto non poteva essere un "Downton Abbey con i Reali d'Inghilterra". Il lavoro di Stephen Daldry, quindi, è stato di doppia natura: organizzare e gestire una produzione enorme e trasformare la serie in una specie di romanzo di formazione. The Crown è la storia della trasformazione di una giovane ragazza nella Regina d'Inghilterra, della sua presa di coscienza, dei suoi sacrifici e delle sue scelte.

Daldry è esperto di storie di formazione, e si vede. Il regista firma i primi due episodi, che sostanzialmente raccontano della morte del Re e dei primissimi momenti di Elisabetta nel ruolo di regina. Il suo approccio è delicato, gentile, lontano dall'esaltazione dello sfarzo. Le grandi stanze di Buckingham Palace sono ingrigite dalla fotografia, la malattia del Re è osservata con uno sguardo pieno di pietà. Il grande merito del regista è quello di essere riuscito a far dimenticare allo spettatore la ricchezza e la nobiltà per farlo concentrare sugli aspetti umani e storici della vicenda. Il suo lavoro è magari meno evidente di quello di Fincher e Wright ma altrettanto affascinante da scoprire. Guardando e riguardando questi cinque episodi la nostra idea iniziale è stata confermata. La struttura produttiva di Netflix è perfetta per il lavoro di registi come Wright, Fincher e Daldry, sempre sospesi tra il mainstream ed il cinema d'autore. Il formato distributivo della piattaforma, inoltre, favorisce un approccio sì cinematografico ma più dilatato, pieno di spazi e occasioni per sperimentare, osare e mettersi alla prova. Tutte cose di cui i grandi autori hanno bisogno e che nel cinema contemporaneo, purtroppo, mancano sempre di più.