Sense8: perché è una serie fondamentale in questo periodo storico

Parliamo dell'importanza di Sense8, che invita alla condivisione e al superamento delle differenze mentre i potenti parlano di costruire muri.

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Otto persone. Otto lingue, otto culture, otto modi diversi di guardare alla vita e di vivere l'amore. Semplicemente otto identità per certi versi lontanissime che invece si ritrovano di colpo connesse mentalmente ed empaticamente, e tutto d'un tratto condividono pensieri, emozioni e conoscenze. È da questo spunto sci-fi che prende l'avvio Sense8, la serie Netflix delle sorelle Wachowski, la cui seconda stagione approderà sul servizio streaming venerdì 5 maggio. Tra pochi giorni ritroveremo gli otto sensate: la transessuale americana Nomi (Jamie Clayton), il poliziotto di Chicago Will (Brian J. Smith), la dj islandese Riley (Tuppence Middleton), l'attore messicano Lito (Miguel Ángel Silvestre), che ha da poco fatto coming out, l'autista di bus di Nairobi, Capheus (Toby Onwumere), la coreana Sun (Doona Bae), ancora in carcere, l'indiana Kala (Tina Desai), intrappolata in un matrimonio da favola con un uomo che non ama, il tedesco Wolfgang (Max Riemelt), ancora alle prese con la criminalità organizzata di Berlino. C'è una scena, nel secondo episodio della prima stagione, in cui Nomi sta per andare a marciare al gay pride e lascia un videomessaggio sul suo blog. In quel breve messaggio spiega l'importanza che ha per lei partecipare a un evento del genere, e nel farlo dice che "I'm not just a me, but I'm also a we". Non sono solo un io, sono anche un noi. Questo concetto - di condivisione e unione - è ciò su cui si basa l'intera serie. Ed è un messaggio importante oggi più che mai.

Sense8, un inno alla condivisione e all'empatia

La prima stagione di di Sense8 - girata nella seconda metà del 2014 - arriva su Netflix a giugno 2015. Prima dell'attentato di Parigi, prima di Bruxelles, Nizza, Berlino, Londra. Prima della Brexit, prima di sentire il futuro presidente degli Stati Uniti parlare di costruire muri e di impedire l'accesso in America ai musulmani. In meno di due anni, il mondo occidentale è cambiato profondamente, e oggi più che mai viviamo in un periodo in cui i potenti insistono sulla separazione, sulla paura del diverso, sulla netta divisione - non solo etnica o religiosa, ma anche culturale e di classe sociale - tra un non meglio identificato "noi" e un ancor meno identificato "loro". Oggi più che mai quindi abbiamo bisogno di una serie televisiva come Sense8, che di fatto è un inno alla condivisione, all'empatia, al superamento delle differenze, e parte dalla finzione e dal surreale per lanciare un messaggio reale di condivisione e unione tra persone diverse, con culture e tradizioni differenti, di genere e orientamento sessuale diverso. Perché è l'unione di culture e identità differenti il segreto per migliorare se stessi e superare gli ostacoli.

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"Il tempismo di questa stagione è particolarmente toccante", ha spiegato Tina Desai, che sullo schermo interpreta Kala, in un'intervista all'Hollywood Reporter. "È qualcosa che abbiamo sperimentato come persone, non solo come personaggi. Quando provi davvero a conoscere qualcuno, scopri che siamo tutti uguali". Ha aggiunto che "potremo essere culturalmente diversi, ma pensiamo e proviamo emozioni tutti allo stesso modo. Se solo potessimo rispettare quella differenza, passarci sopra ed essere più aperti all'accoglienza, non ci sarebbero problemi. Ed è proprio questo - spiega ancora Desai - ciò che lo show sta facendo: andiamo tutti oltre le nostre differenze e creiamo qualcosa di fantastico". E infatti nel secondo episodio della nuova stagione c'è una scena molto emblematica che ben rappresenta lo spirito della serie. Lito e Capheus vengono interrogati sulla propria identità da una giornalista. La risposta è corale, coinvolge tutti i sensate che lanciano un messaggio di comunione con gli altri al di là delle differenze. Qui gli otto protagonisti spiegano quanto sia importante lasciarsi alle spalle le etichette ("il contrario della comprensione") e ribadiscono che siamo tutti uguali. Unici nella nostra individualità, sì, ma uguali agli altri perché tutti noi amiamo, proviamo emozioni, abbiamo paura e sogniamo esattamente come chiunque altro. Anche se l'uomo più potente del mondo si ostina a sostenere il contrario. Perché non abbiamo bisogno di muri, ma di ponti.