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Suburra: la serialità Made in Italy arriva su Netflix

Suburra è la prima serie TV italiana distribuita su Netflix. Cosa implica questo passo in avanti per la filiera televisiva del Bel Paese?

speciale Suburra: la serialità Made in Italy arriva su Netflix
Articolo a cura di
Carlo Lanna Carlo Lanna Giornalista Pubblicista, laureato in Giurisprudenza con un'insana passione per le serie tv ed il cinema.

Sta accadendo qualcosa di molto particolare all'interno dell'universo dei media italiani. Sia la TV che il grande cinema finalmente stanno esplorando nuovi orizzonti, sta per cadere quell'alone di mediocrità che per molto tempo ha reso, la cultura e il nostro patrimonio artistico, un prodotto senza identità. In quest'ultimo periodo pare ci sia una vera e propria riscoperta dell'identità italiana, dato che molti registi e produttori, investono sul nostro stesso patrimonio, portando al cinema, ma anche in TV, storie sui generis, di denuncia sociale, di grande impatto visivo, racconti di una profondità straordinaria che, fino a qualche anno fa, erano relegati solo nel circuito dei festival.
C'è quindi una vera inversione di tendenza. Il cinema pare essere rinato e il settore televisivo? Il discorso è ben diverso dato che, le serie TV italiane, anzi le fiction, non hanno mai avuto un grande impatto né sulla stampa di settore né tantomeno da quel tipo di pubblico acculturato che è nato e cresciuto con le serie d'importazione. Eppure l'inversione di tendenza è palese, e lo si nota soprattutto dall'arrivo su Netflix di Suburra, la prima produzione interamente italiana distribuita sulla piattaforma streaming più famosa al mondo. Ovviamente questo passo in avanti nella catena alimentare dei consumi mediali porta con sé molte conseguenze, sia negative che positive, ma una cosa è certa: d'ora in poi la filiera televisiva italiana non sarà più la stessa.

Suburra: l'anello di congiunzione fra Romanzo Criminale e Gomorra

Il ritratto di una Roma dissipata dove la politica e la chiesa camminano al fianco della malavita organizzata, è il leitmotiv della serie TV che, dal 6 Ottobre, è presente su Netflix. Rappresenta un altro ritratto di un'Italia corrotta, di un paese allo sbando, che non persevera nei suoi obbiettivi, rincorrendo solo ed esclusivamente il vil denaro, senza occuparsi di salvaguardare una società che ha perso tutti i valori più essenziali.

Il film del 2015 aveva già scosso come un vibrante colpo di pistola, la serie TV, fra colpi di genio e trovate non del tutto esaltanti, aggiunge comunque un altro tassello al puzzle che la serialità italiana sta cercando di costruire. Mentre le reti generaliste continuano a trasmettere prodotti di dubbia qualità, dedicati ad uno spettatore lobotomizzato e poco incline all'interazine, è dai network a pagamento che si sente un canto di rivolta, che si investe su un prodotto fuori dagli schemi, un prodotto che possa scuotere le coscienze e che finalmente possa sedurre l'audience più esigente. SKY è stata la prima ad investire su un nuovo tipo di serie TV, realizzando Romanzo Criminale e la saga dei Savastano, ora è Netflix che investe sulla nostra cultura. E benché a trasparire è sempre il lato corrotto e malavitoso del nostro paese, questa è la serialità che piace, una serialità che emula il cinema, che ‘scomoda' registi, attori e sceneggiatori famosi, per realizzare un prodotto che si discosti dalla massa, un prodotto che rispecchi i nuovi gusti del pubblico digitalizzato. C'è più intrattenimento, c'è più forza nella narrazione e c'è la voglia di sperimentare.

Una narrazione diversa, una fiction che guarda con compassione alle Grande Serialità americana ma che impara dai suoi errori

L'Italia fin dagli anni '80, da quando le grandi serie TV americane hanno invaso i network nostrani, ha sempre guardato con un pizzico d'invidia a tutto quello che veniva prodotto nel mercato televisivo oltreoceano. I budget ridotti, le storie di poco spessore e la scarsa qualità attoriale, sono state le principali cause che hanno impedito alla ‘fiction di produzione' di emergere, di poter fare il salto di qualità. Si continua a guardare con compassione alla grande filiera americana, ma ora c'è la consapevolezza che i consumi mediali sono cambiati, la stessa fruizione di un prodotto televisivo è cambiata rispetto al passato, quindi c'è la necessità di costruire un qualcosa di diverso dal solito, un prodotto che possa trovare spazio nella nuova cultura della TV moderna. Sotto questo punto di vista Netflix è stata alquanto lungimirante, credere nel marchio di Suburra è stato solo un investimento per consolidare i suoi domini. Anche perché la serie ispirata al film di Stefano Sollima non è stata la prima produzione che valica i nostri confini. È successo con The Young Pope, co-produzione italiana con la HBO, in passato è successo con Roma, è accaduto con I medici e presto accadrà di nuovo con la serie TV ispirata i libri di Elena Ferrante.

Un futuro roseo?

C'è comunque la reale possibilità che l'arrivo di Suburra di Netflix sia il punto di rottura definitivo, l'attimo in cui, in un certo qual modo, la nostra stessa cultura viene riconosciuta a livello mondiale. Ed anche se a trasparire è un'immagine sbagliata del nostro Paese (la realtà dei fatti è ben più dissacrante di quella raffigurata in TV), il futuro sembra essere roseo per la fiction di produzione. La TV a pagamento si sgancia definitivamente dalle logiche di una TV generalista, decidendo di dare spazio ad un prodotto diverso, adatto ad un pubblico diverso, indirizzato ad un target diverso e, di convesso, inducendo a realizzare prodotti che emulano la potenza del cinema italiano, che mettono in scena un racconto di una violenza inaudita ma che scava profondo nella psiche dei personaggi, arrivando a fotografare la realtà contemporanea e seguendo i ritmi di una narrazione in verticale che anella a sé tutti o quasi gli episodi. Suburra, in questo caso, segue alla lettera tutte queste innovazioni sopra elencate: è una serie costruita secondo le regole del web e secondo i dettami del binge watching. Questa scommessa crea sicuramente un precedente, crea un qualcosa di nuovo all'interno del nostro sistema: si rompono definitivamente i legami con il passato. Vivendo in una sorta di Villaggio Globale (forse non più idealista come lo era un tempo), la TV italiana investe su sé stessa, guarda ad un nuovo tipo di audience (soprattutto quello del web), e sperimenta nuove narrazioni, più transmediali e transculturali. Suburra sicuramente è il primo capitolo di una rivoluzione da tempo voluta e sperata. Ed anche se su Netflix si trovano prodotti come Don Matteo e co., è pur sempre una manovra per invogliare il pubblico a spengere la TV (definitivamente) e perdersi tra i fili del web.