The Americans, motivi di un successo da Emmy

La migliore serie drammatica del momento, The Americans, cambia pelle sotto i nostri occhi come la più micidiale delle armi biologiche

speciale The Americans - Stagione 4
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Con Persona non grata, un finale tanto teso quanto amaro e glaciale, è calato il sipario sulla quarta stagione di The Americans. La storia di Philip ed Elizabeth Jennings, coppia di spie russe nella Washington dei primi anni ottanta, mantiene un livello di qualità altissimo per il network FX e si innesta nel solco di altri grandi capolavori di nicchia capaci di vivere di consenso critico se non proprio di un vasto apprezzamento a livello di pubblico.
Nata con l'ambizione di unire lo spionaggio da guerra fredda e il ritratto in metafora di un matrimonio - o meglio, di una famiglia, vista l'importanza dei figli Henry e Paige negli equilibri delle ultime stagioni - The Americans non è stata e mai sarà una serie troppo vistosa, né incline alle acrobazie di sceneggiatura. Sceglie invece di scavare nelle pieghe del quotidiano con ammirabile pazienza, la virtù delle migliori spie e dei migliori coniugi. Una cosa però è certa: nessun'altra serie drammatica nel panorama TV odierno può vantare un simile mix di profondità emotiva e rigore narrativo. Con la quarta stagione da poco alle spalle, facciamo il punto su dove sta andando questo stupendo thriller domestico e come i suoi autori si stanno preparando alla fase conclusiva della storia.

Un cambiamento che viene dall'interno

Grande continuità, ma in chiave leggermente differente. Si potrebbe riassumere così la quarta annata di The Americans, all'apparenza simile alle altre, ma più riflessiva nell'animo. Il concetto della "minaccia esterna", quel filo conduttore esterno alla famiglia Jennings che si dipana lungo i 13 episodi e utilizza gli avvenimenti storici per dare il tono alla stagione, continua a scivolare in secondo piano come già avvenuto l'anno scorso, quando il possibile reclutamento di Paige come spia di seconda generazione è rapidamente diventato il fulcro della storia. Philip ed Elizabeth, che tanto si erano impegnati per tenere la figlia al sicuro, sono ora costretti a incoraggiarne (e purtroppo forzarne - in una delle scene migliori dell'anno Keri Russell annichilisce la povera ragazza, con una vena pulsante sotto l'occhio che rimarrà impressa a lungo nella mente di Paige e degli spettatori) il naturale istinto indagatorio per contenere il pericolo rappresentato da Pastor Tim, l'unica persona esterna al "gioco senza frontiere" delle spie a essere al corrente della vera identità dei protagonisti.

L'introduzione delle armi biologiche, i cui campioni devono essere trafugati da laboratori americani e fatti arrivare agli scienziati sovietici, ha il duplice merito di evocare un caposaldo della paranoia da guerra fredda e di sposarsi alla perfezione con le traiettorie emotive dei personaggi. Il Philip che al termine della prima puntata osserva in controluce la fialetta del virus, timoroso di scorgere una crepa e inerme di fronte a un male così incalcolabile, è come un flash sull'intero arco del personaggio per questa stagione. Raramente si è vista sugli schermi una prova d'attore così efficace nel comunicare stanchezza e fragilità; Matthew Rhys è esausto, spiegazzato, svuotato. Quando Gabriel conferma l'impressione di ogni spettatore e gli suggerisce di prendersi una pausa, introducendo un salto temporale inedito per la serie, lo sviluppo narrativo è guadagnato a pieno, vissuto a pelle. Dylan Baker, che interpreta la new entry William, è in qualche modo la versione distorta di Philip, il personale fantasma di un Natale mai giunto. Come Philip è una spia, ma una spia condannata a non fare la differenza, a veder naufragare il finto matrimonio con una collega, e a finire inghiottito da quel malessere terminale che nel caso di Philip è rimasto imprigionato nel campione, osservato attraverso la plastica contro la lampadina del garage. "Lei è bella, lui è... fortunato", dice William in punto di morte. "Il sogno americano".

L'inizio della fine

Quella del virus invisibile è dunque la metafora perfetta per una stagione che sa di morte - e del resto le scene più memorabili sono tutte legate allo stesso tema: la reazione di Martha alla notizia di quanto accaduto al collega Gene, ucciso per proteggere lei; un omicidio in un autobus sulle note di Tainted Love; l'asettica e straziante esecuzione di Nina in un corridoio; e perfino la sequenza quasi muta dell'addio a Martha, tecnicamente l'inizio di una nuova vita ma girata come la più tenera delle marce funebri ("Non startene da solo, Clark").

E per una serie sempre molto misurata nei suoi colpi di scena, che raramente sceglie la via più facile nel concludere il percorso dei personaggi (curioso come The Americans sembri ricordarsi periodicamente e con un certo disagio di Chris Amador, primo partner di Stan e frettolosamente tolto di mezzo da Weisberg e Fields nella prima stagione), c'è da dire che quest'anno il body count è stato piuttosto alto.
D'altro canto gli sceneggiatori si stanno posizionando per la discesa, come confermato di recente dall'annuncio di due ulteriori stagioni dal numero di episodi ridotto, che chiuderanno la serie. Questo quarto capitolo rimarrà dunque nella storia di The Americans come il punto di svolta, una stagione fondata su una frattura centrale più che un crescendo verso l'epilogo.

Fa sicuramente piacere che gli Emmy abbiano scelto quest'anno per premiare con diverse nomination significative (attori, sceneggiatura e outstanding drama series) The Americans, benché il ruolo di "regina degli snub" delle ultime annate fosse comunque prestigioso.
Come se non bastasse la fondamentale inversione alla base della storia (che richiede al livello più basilare di identificarsi nel "nemico"), The Americans è studiosamente reticente, lontano per principio da quel glamour seriale che ammorbidisce. La scala di marroni e blu che ne domina la fotografia, come l'uso consapevolmente retrò di molti piani medi e lunghi, richiedono un certo sforzo ma ripagano in pieno.

L'ultimo viaggio verso casa

Nei suoi momenti più ispirati, comunque, The Americans è in grado di mettere in piedi uno show eclatante come quelli di David Copperfield, che fa "sparire" la Statua della Libertà e insieme a lei sette mesi della vita dei Jennings. L'immagine di Philip ed Elizabeth nell'auto, insolitamente sorpresi da un futuro per la prima volta tutto da scrivere, evoca un altro tema che ha reso la stagione così coesa e in dialogo tra le sue parti. Introdotta già nel secondo episodio e venuta al culmine nel tredicesimo, l'idea di una Russia sempre più vicina, sempre più a fuoco, sta avendo un effetto profondo sui personaggi.

La quarta stagione ha trovato il modo di visitare il territorio sovietico più spesso, dal soggiorno di Oleg, in visita alla famiglia dopo la morte del fratello, fino alla tragica storia di Nina, passando per i dubbi di Martha, che impaurita chiede a Philip come farà a cavarsela in un mondo tanto diverso dal suo. Un pensiero così inconcepibile, anche nei suoi dettagli più concreti - Martha si preoccupa di non conoscere la lingua, mentre Paige si concede una perla di sintesi logica ed ironica quando chiede ai suoi genitori quale lavoro li aspetterebbe ("non potete essere spie russe in Russia!") - viene sviscerato in modo costante e da più prospettive. L'intera architettura narrativa della serie è stata quest'anno percorsa da un vento migratorio destinato a cambiare lo status quo. I Jennings sono i primi - e gli ultimi - a sentirne la brezza levarsi dal suolo, ma lo stesso accade all'anziano handler Gabriel, all'impossibile ritorno "da eroe" di William e al gruppo della Rezidentura, Oleg, Arkady e Tatiana, che sembra vivere un mini-1989 collettivo e anticipato. Martha e Nina, due personaggi speculari e che hanno rappresentato per The Americans un patrimonio di gran lunga superiore ai rispettivi ruoli iniziali, svaniscono nel transito tra due mondi dei quali provano fino all'ultimo a non rimanere vittime. Gaad e Pastor Tim seguono il cuore fino in Thailandia ed Etiopia, trovando salvezza e dannazione.
E poi, ovviamente, l'ultima scena della stagione ci regala il ritorno più simbolico, ma legato visivamente al ritorno più letterale: quello di un'adolescente a fine giornata, che lascia l'abitazione del vicino e attraversa la strada verso casa in compagnia di un padre arrabbiato e di una madre che sorveglia il "fronte" dalla finestra. The Americans ha spesso chiuso le sue stagioni concentrandosi sui gesti inquisitivi di Paige - lo sguardo interrogativo di fronte alla lavatrice nella prima annata, il tradimento genitoriale nella telefonata di confessione a Pastor Tim dell'anno scorso - ma questo sembra il culmine di un percorso; Paige non è più una semplice osservatrice, ha preso in mano il suo destino. Il tempo sta finendo, quello dell'adolescenza e in egual modo quello della serie.