Speciale The Man In The High Castle - Stagione 1

Premiato al Roma Fiction Fest, The Man in the High Castle trasforma in serie televisiva il romanzo scritto da Philip K. Dick, confermando l'alta qualità raggiunta dai progetti targati Amazon Studios

speciale The Man In The High Castle - Stagione 1
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È ufficialmente uno dei nuovi protagonisti del panorama seriale americano: a partire dalla primavera del 2013, Amazon Studios ha messo in cantiere i suoi primi progetti seriali, destinati ad essere poi messi a disposizione del servizio di streaming Amazon Video. Una piccola grande rivoluzione nelle modalità di fruizione (e forse anche di produzione) delle serie TV, svincolate da regole e tempistiche della messa in onda televisiva; un cambiamento a cui hanno preso parte nello stesso periodo pure Netflix, galvanizzata dal successo di titoli come House of Cards e Orange Is the New Black, e Hulu. E ad acquisire sempre maggior spazio, nel settore della TV veicolata attraverso i canali di streaming, è appunto Amazon Studios, forte dei buoni risultati ottenuti lo scorso anno da Mozart in the Jungle e soprattutto dal blasonatissimo Transparent. Un consenso che Amazon Studios si prepara ora ad incrementare con il suo nuovo prodotto di punta: l'attesissimo The Man in the High Castle, trasposizione di uno dei romanzi più celebri di Philip K. Dick, La svastica sul sole, adattato per lo schermo da Frank Spotnitz, una delle storiche penne del cult X-Files, vale a dire la pietra miliare per antonomasia della fantascienza sul piccolo schermo.

La svastica sul sole

Lo scenario raffigurato in The Man in the High Castle, ricalcato su quello dipinto nel libro omonimo di Dick, schiude davanti ai nostri occhi un'agghiacciante cornice fantastorica relativa all'anno 1962: una nuova realtà, dai contorni distopici, frutto della vittoria delle forze dell'Asse nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo il 1945, anno in cui una bomba nucleare tedesca ha raso al suolo Washington D.C., decapitando di fatto il Governo americano, la Germania e il Giappone sono diventati le due incontrastate superpotenze del pianeta, spartendosi tutti i territori conquistati nel conflitto, inclusi gli Stati Uniti. Il territorio nordamericano, difatti, ora è suddiviso fra il Grande Reich Nazista a Est, gli Stati Giapponesi del Pacifico (corrispondenti all'intera West Coast) e una ristretta zona neutrale che sapara le due colonie, conosciuta come gli Stati delle Montagne Rocciose. La democrazia e la libertà d'espressione sono state definitivamente soppresse, e truppe tedesche e giapponesi controllano le rispettive aree; nel frattempo si vocifera che Adolf Hitler, ormai ultrasettantenne, sia malato e non abbia più molto tempo da vivere, mentre il precario equilibrio di potere fra la Germania e il Giappone potrebbe sfociare a breve in un terzo conflitto mondiale.

Il film proibito

L'episodio pilota di The Man in the High Castle, intitolato The New World e diretto da David Semel (un curriculum ricchissimo che, oltre a numerosi episodi di Beverly Hills, 90210, Dawson's Creek e American Dreams, include il pilot di Heroes e alcune fra le migliori puntate di American Horror Story), introduce immediatamente i percorsi narrativi dei due personaggi centrali della serie. Juliana Crain (Alexa Davalos), insegnante di arti marziali Aikido a San Francisco, è fidanzata con Frank Frink (Rupert Evans), aspirante artista dalle ambizioni frustrate e costretto a nascondere le proprie radici ebraiche. L'esistenza di Juliana scorre più o meno serenamente, almeno fino a quando la sorellastra Trudy (Conor Leslie) consegna alla donna una misteriosa borsa. Al suo interno, Juliana trova la pellicola di un cinegiornale in cui è riprodotto un filmato sorprendente, dal titolo The Man in the High Castle: una sorta di "storia alternativa" secondo la quale la Seconda Guerra Mondiale sarebbe stata vinta dagli Alleati, anziché dall'Asse. Juliana realizza così che Trudy appartiene alla Resistenza, un movimento impegnato ad opporsi alla dittatura giapponese e tedesca, e decide pertanto di partire per le Montagne Rocciose, portando con sé la pellicola, un oggetto fuorilegge che potrebbe costarle la vita.

In viaggio verso il confine

L'altra storyline aperta in The New World, e in procinto di intrecciarsi con quella di Juliana, riguarda invece un ragazzo di ventisette anni, Joe Black (Luke Kleintank), residente in una tenebrosa New York sottoposta al dominio nazista, in cui campeggiano tutti i simboli della dittatura. Joe è appena stato reclutato nella Resistenza, seguendo così le orme di suo padre, un ex patriota americano che si era battuto nella Seconda Guerra Mondiale, e viene incaricato di una missione estremamente delicata: mettersi alla guida di un camion e raggiungere Canon City, trasportando con sé un carico misterioso che potrebbe avere un inestimabile valore per le sorti della Resistenza. Mentre Joe parte per oltrepassare la dogana, diretto verso il Colorado, gli altri membri della Resistenza di stanza a New York vengono catturati dai militari tedeschi e torturati senza pietà; a dirigere l'operazione è un ufficiale nazista feroce e determinato, l'Obergruppenführer John Smith (Rufus Sewell), che tuttavia, per qualche motivo, non sembra troppo ansioso di scoprire i segreti dei suoi prigionieri.

Un'ucronia da incubo

Nell'arco di sessanta minuti, The New World risponde al non facile compito di delineare i caratteri distintivi dell'ucronia partorita dalla fantasia di Philip K. Dick. Un'esigenza per la quale Frank Spotnitz non si affida a ridondanti didascalismi di natura storica, ma che assolve - sapientemente - attraverso l'ausilio delle immagini: immagini di profonda suggestione, che sembrano amalgamare l'iconografia dell'America dei primi anni Sessanta con quegli ingredienti di paranoia e di minaccia tipici di uno spy-thriller, accentuati peraltro dalle tinte cupissime della fotografia di James Hawkison, opportunamente virata verso toni plumbei. Il "pallore" di ogni elemento cromatico, svuotato e ridotto ai minimi termini, restituisce sul piano visivo le atmosfere del racconto di Dick, mentre basta un dettaglio atmosferico apparentemente insignificante per alludere all'Olocausto e alla sinistra presenza dei forni crematori, strumenti adoperati per liberarsi degli ebrei e di qualunque categoria di esseri umani percepiti dal regime nazista come "inferiori".
The Man in the High Castle immerge dunque lo spettatore in un ipotetico universo la cui quotidianità presenta però tratti intimamente disturbanti.

Un racconto fra thriller e (fanta)storia

Accolto con comprensibile curiosità dal pubblico (Amazon Studio ha dichiarato che The New World è stato il pilot con le maggiori visualizzazioni in assoluto nel proprio catalogo), The Man in the High Castle si prefigura, almeno dal suo primo episodio, come uno dei più interessanti esperimenti di fantascienza televisiva. Dalla qualità complessiva della produzione (con un nome nel calibro di Ridley Scott fra gli executive producers) alla scrittura abilissima di Spotnitz, la trasposizione del romanzo di Philip K. Dick si presenta come una serie capace di bilanciare con invidiabile precisione le sue diverse componenti drammaturgiche: non solo per la disinvoltura nel far convivere una pluralità di subplot paralleli, senza mai perdere di vista il quadro generale, ma anche per il modo in cui lo script riesce a piegare il materiale letterario di partenza alle necessità di un format televisivo, anche concedendosi le giuste libertà.
Ricompensato con il premio come miglior nuova serie al Roma Fiction Fest 2015, The New World è un pilot lineare ma intrigante, che sa come sfruttare l'enorme potenziale del libro di Dick pur senza svelare subito tutte le proprie carte. Mentre l'ultima sequenza, nel pieno rispetto della tradizione seriale, si chiude su un clamoroso cliffhanger che ribalta di colpo le certezze degli spettatori, aprendo nuovi e inquietanti sviluppi su quanto ci attende per le prossime puntate, a disposizione su Amazon Video dal 20 novembre con la prima stagione completa.