The Young Pope: la rivoluzione antiseriale di Paolo Sorrentino

Giunti alla conclusione di The Young Pope è possibile fare un bilancio definitivo sulla serie che ha rivoluzionato il linguaggio televisivo italiano.

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Mattia Bianchini Mattia Bianchini Per un aspirante regista i film sono un libro di testo più potente di qualsiasi scuola. Aggiungeteci quell'amore che rende la passione un'ossessione e il passo per diventare un divoratore famelico di cinema è breve. Non chiedetegli di scegliere un periodo, una categoria o un genere cinematografico e nemmeno di porre un freno alla fantasia e all'immaginazione. Mettersi in gioco nel confronto e nella condivisione rimane un' esperienze imprescindibile nell'arte, il vero modo per continuare a crescere senza limiti di tempo e di età.

C'eravamo lasciati un mese fa, dopo i primi due episodi di The Young Pope, con un interrogativo e un pizzico di curiosità riguardo l'effettiva capacità di Sorrentino di poter mantenere quel livello per tutti i restanti episodi; ebbene, ora che siamo giunti finalmente alla conclusione della serie, è tempo di bilanci e di considerazioni. Paolo Sorrentino ha fatto la rivoluzione.
Può sembrare un'affermazione molto forte, in puro stile Lanny Belardo, ma non intendiamo dire che da oggi tutti i prodotti seriali si ispireranno necessariamente a questo progetto, anche perchè probabilmente non ci sarà nessuno in grado di poter realizzare un lavoro del genere; piuttosto, il regista partenopeo ha creato qualcosa di unico e di completamente differente da tutto quello che siamo abituati a vedere. Ma cosa rende The Young Pope un autentico miracolo audivisivo? Uno dei motivi di maggiore interesse è proprio l'aspetto produttivo, che segna un salto di qualità indiscutibile nel pensiero, nel respiro e nelle pratiche dell'industria italiana. The Young Pope verrà venduto e visto in oltre 110 paesi nel mondo e rappresenta il primo caso italiano in cui un budget tanto grande - circa 45 milioni di euro - e composto per la maggior parte di capitali stranieri (HBO, Canal +, Sky), trova un investimento totale in Italia, con le conseguenze che tutto questo produce a livello di occupazione e lavoro. Un modello ambizioso ed innovativo per il cinema italiano, che intorno al talento, alla capacitá e alla creatività di un autore come Paolo Sorrentino costruisce un prodotto artistico che cerca di parlare al mondo.

Le musiche

Uno degli aspetti preponderanti di tutto il cinema sorrentiniano, fin dagli esordi con L'uomo in più, è certamente la musica, o meglio, l'uso che il regista fa dell'accompagnamento musicale come elemento determinante nelle dinamiche della narrazione e nella caratterizzazione dei suoi personaggi. Sempre a cavallo in un crossover continuo tra alto e basso, tra lirico e pop, tra sublime e trash, in The Young Pope sembra divertirsi a trovare le soluzioni apparentemente più inconciliabili, che per uno strano scherzo dell'arte, combinate con la sua sfacciata fantasia, spiccano letteralmente il volo producendo scene indimenticabili, istantaneamente cult. Basti pensare al meraviglioso finale del quarto episodio sulle note di Senza un perchè di Nada, o alla scena della celeberrima vestizione papale al ritmo di I'm sexy and i know it, o all'incredibile montaggio parallelo accompagnato da Antonello Venditti nel finale della settima puntata e si potrebbe davvero proseguire a lungo tra l'Hallelujah di Leonard Cohen, i Jefferson Airplane, gli Opus, Modugno, Lotte Kestner e i magnifici brani religiosi. Un mix spiazzante, che nelle mani di Paolo Sorrentino si incastra in un puzzle perfetto e che lancia, nel bene o nel male, nuove mode nel mondo pop, rendendo il giovane papa una vera e propria rockstar.

Il gioco

"Egli danza", diceva Orson Welles riferendosi al cinema di Federico Fellini nel cortometraggio di Pier Paolo Pasolini "La ricotta". Noi oggi, riferendoci a Paolo Sorrentino potremmo finalmente dire: "Egli gioca".
Guardando The Young Pope si ha la continua sensazione che dietro ad un lavoro tanto ambizioso, a delle tematiche così spinose e ad una critica di fondo nei confronti della Chiesa e dello Stato, ci sia in realtà un sano ed autentico divertimento artistico da parte del suo autore. Sembra di vedere un bambino al parco giochi, con la possibilità di fare qualsiasi cosa gli passi per la mente, un bambino che dipinge la vita con colori che la realtà non conosce, un bambino che nonostante le critiche e gli avvertimenti degli "adulti", prosegue senza pensieri il gioco nel suo magico mondo.

Ecco perchè questa è la serie degli ossimori, in cui possono convivere il tutto e il suo contrario, la serie in cui possono accadere avvenimenti folli e risultare verosimili, in cui il paradosso e la realtà confluiscono senza marcare i propri confini, in cui si assiste alla magniloquenza più assoluta e l'attimo seguente ci si ritrova commossi dall'intimità di un momento piccolissimo. In questo senso quello che accade nell'ottavo episodio è forse l'espressione massima delle possibilità umane, quando dopo un discorso talmente imponente da far vacillare le convinzioni di un ateo, ci si rifugia nell'intimità di una scena mozzafiato, dove nel buio di un aereo in volo, il giovane papa sembra cullare il sonno dei giornalisti addormentati sulle proprie poltrone. Momenti di cinema purissimo, frutto dell'immaginazione di un bambino... un bambino geniale.

Il ritmo e la scrittura


Cinema e serie tv sono due mondi distinti, inconciliabili, due linguaggi che rispondono a regole ed esigenze completamente differenti. Fare un film è qualcosa di totalmente diverso dal fare una serie tv. Eppure Paolo Sorrentino è riuscito in qualcosa che fino ad ora non era mai riuscito a nessun altro, o che probabilmente non può fare nessun altro. Realizzare un film lungo 10 ore e renderlo televisivo. The Young Pope dimostra una capacità totale del suo autore di manipolare l'andamento del racconto, fuggendo la classica struttura basata sulla trama, i tradizionali sviluppi narrativi ricchi di avvenimenti, i rilasci centellinati di informazioni e i cliffhanger tipici della serialità, sfruttando piuttosto la meraviglia di una scrittura che anche nell'apparente assenza di azione, trova variazioni di ritmo magnetiche, terribilmente affascinanti. Nel semplice dispiegarsi delle parole o nella brillantezza estrema dei dialoghi, Sorrentino costruisce un universo profondo e variegato. È attentissimo a non addentrarsi mai all'interno di zone paludose o di autocompiacimenti sterili, e grazie alla sua penna ispiratissima incrocia i tratti più impensabili dei suoi istrionici personaggi in un andirivieni di scambi e situazioni sbalorditive sempre differenti tra di loro. Dare ritmo e movimento col montaggio è piuttosto semplice ed immediato, farlo con la scrittura vuol dire appartenere ad un'altra categoria.

Jude Law e il suo Lenny


The Young Pope segna una svolta anche nella carriera di un'attore che certamente aveva dimostrato un certo talento in qualche occasione, pensiamo a film come Gattaca o Existenz, ma che mai aveva compiuto il salto di qualità vero e che qui invece si consacra definitivamente nel ruolo della carriera. Occhi di ghiaccio, capello biondo lucido, pelle morbida vellutata e fisico atletico; Jude Law è l'incarnazione perfetta di un papa potente, orgoglioso, egocentrico, despota, supponente, autoritario, narcisista, viziato, ma che dietro alle apparenze di una corazza impenetrabile nasconde una personalità fragile, un animo speciale e una sensibilità sorprendente. Nel suo duplice percorso di ricerca divina, uno vocato alla totale intransigenza esteriore nei confronti del mondo e l'altro ad una intima riflessione interiore, emergono tutte le contraddizioni di una figura ambigua, sfaccettata, stratificata e inafferrabile, capace di costruire il suo mistero grazie all'invisibilità, ma di palesarsi allo stesso tempo in tutto il suo splendore nelle situazioni più piccole e sottili. Un diavolo e un santo in continua lotta con se stesso, con i demoni di un passato che non vuole passare e con gli spettri di un futuro che fatica a decollare. Ma prima di tutto un uomo, che grazie alla dedizione totale di Jude Law, riesce ad essere il più umano degli umani.

La fede e l'amore

Una delle sfide più grandi per The Young Pope era quella di doversi misurare con le più grandi domande irrisolte che da sempre affliggono l'animo umano ed uno dei più grandi punti di forza è come riesce a far si che queste domande restino tali. Già, perché non può esistere alcun tipo di risposta definitiva quando si toccano argomenti tanto profondi e inconoscibili; può esistere, forse, solo un percorso di ricerca interiore della verità, che in questo caso porta semplicemente e banalmente a trovare la fede nelle cose squisitamente terrene. In fin dei conti "nella banalità c'è sempre verità", e al di là dei proclami, delle minacce e delle apparenze, la vera rivoluzione che Lanny compie nella Chiesa è nel modo di amare. È proprio questa forse l'idea più rivoluzionaria dell'intera serie, il modo personalissimo in cui quest'uomo intende l'amore, verso se stesso, verso il mondo e verso Dio.

L'immagine


Da ormai 16 anni, Paolo Sorrentino e il suo direttore della fotografia Luca Bigazzi ci hanno abituato ad una qualità visiva e ad una perizia nella messa in scena insuperabili. Ma a livelli tanto alti di perfezione non ci si abitua mai, soprattutto se si tratta di un prodotto televisivo. È vero, il livello tecnico delle serie tv negli ultimi anni si è innalzato in maniera esponenziale arrivando a non aver nulla da invidiare a quello cinematografico; ma quello che fa Sorrentino, è un altro lavoro. Ogni singola inquadratura, ogni più piccola ricostruzione scenografica, ogni ambientazione scenica, ogni suggestivo gioco di luce è studiato nel minimo dettaglio. Un insieme di citazioni e rimandi continui al mondo dell'arte, da Bernini a Cattelan, si addensano all'interno di un impianto stilistico sontuoso in cui la cura dei particolari è così minuziosa da lasciare continuamente rapiti e stupefatti. Una varietà sconfinata di soluzioni e trovate registiche diverse si susseguono anche nelle scene apparentemente di raccordo e la potenza di alcune immagini sarà così dirompente da piantarsi nella testa senza possibilità di essere dimenticata. The Young Pope è una lezione di puro stile cinematografico.

Paolo Sorrentino

Eccoci giunti al motivo principale e forse quello che più di ogni altro rende The Young Pope una serie unica. Già dai titoli di testa, da quel "creata e diretta da Paolo Sorrentino" si ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa davvero fuori dall'ordinario. Perchè questa serie è l'espressione più viva ed autentica dell'universo immaginifico del suo "creatore", della sua capacità di mescolare il tragico e il comico, il sublime e il grottesco, il vecchio e il nuovo, il reale e il fantastico, il paradossale e il verosimile, il blasfemo e il sacro, mantenendo sempre a bordo campo una commistione unica, tutta sorrentiniana, di malinconica ironia. Questo è forse il tratto autoriale distintivo per eccellenza del regista premio Oscar, che nelle pieghe meno appariscenti dei suoi personaggi, addensa sempre una profonda sensazione malinconica, illuminata da spiragli velati di una tagliente e sagace vena ironica, a dimostrazione del fatto che, in fin dei conti, è un autore che non si prende sempre sul serio come potrebbe sembrare ad uno sguardo superficiale. Il suo cinema vive di suggestioni ed allegorie continue e volerlo incasellare all'interno di schemi mentali propri sarebbe davvero limitante e finirebbe col privarlo dell'infinita potenza che possiede. La carriera di Paolo Sorrentino è un astro che non sembra conoscere fase discendente, ma trovo che la sua vera grandezza non risieda tanto in quello che fa oggi, sin dai primissimi lavori è stato grandissimo, forse ancor più di ora, ma nel fatto che abbia raggiunto un potere, una consapevolezza e una credibilità tali da permettergli di fare qualsiasi cosa gli passi per la testa rendendola un evento straordinario. Questo è un un prestigio che hanno davvero in pochi e che rende The Young Pope una vera rivoluzione.