Speciale Trepalium - RFF 2015

Presentata, durante l'edizione 2015 del Roma Fiction Fest, l'interessante miniserie francese Trepalium, ambientata in un futuro in cui la società è divisa tra chi lavora e chi non può farlo

speciale Trepalium - RFF 2015
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Uscita in Francia nel maggio di quest'anno, Trepalium è una delle serie più interessanti dell'edizione 2015 del Roma Fiction Fest. Scritta da Antarès Bassis, Thomas Cailley, Sophie Hiet e Sébastien Mounier, narra di un mondo, forse non molto futuro, nel quale la disoccupazione ha raggiunto l'80%.

L'ambizione di Trepalium sembra quella di narrare una disperata e inquietante epopea di un mondo fatto, solo apparentemente, di vincitori e vinti. L'idea di fondo poggia sul concetto di lavoro come unico barlume rimanente della dignità umana, inghiottita da un progresso che esclude gli ultimi. In un futuro non troppo lontano (anzi, terribilmente vicino e spesso più attuale di quanto sembri), la popolazione è divisa in attiva ed inattiva, con una separazione fisica tra chi ha un'occupazione e chi invece è condannato a una vita senza impiego. Varie storie, secondo il classico meccanismo della coralità, si intrecciano in un mondo distopico. Ma con tre punti di vista curiosi.

Tre elementi importanti

In primo luogo, non sembra esserci stato alcun evento epocale pregresso (epidemie, cambiamenti climatici o eventi devastanti) per arrivare a questo assetto sociale: il mondo della serie è proposto come la naturale evoluzione della nostra era. Volutamente, che si tratti di un futuro molto prossimo è facilmente intuibile dal contesto: non c'è nulla di particolarmente avveniristico rispetto ad oggi, se non qualche progresso della domotica e nel design degli smartphone.
In secondo luogo, la distopia di Trepalium sembra in gran parte figlia della disoccupazione tecnologica e della mancata volontà di reagire al cambiamento in maniera sostenibile. Le macchine non hanno preso il sopravvento, è l'uomo stesso ad aver celebrato la vittoria della prevaricazione sulla solidarietà. Sono le persone, e non la natura o le macchine, a creare una realtà che si regge sulla ghettizzazione della maggioranza. Al dì là dei classici topoi delle visioni distorte del nostro futuro (gli umani segnati da codici a barre, la loro mercificazione, segregazione ed inquadramento nei ranghi di uno stato totalitario basato sul controllo) sono innanzitutto le categorie mentali delle persone a restituire una realtà basata sull'esclusione.
In terzo luogo, l'inevitabile costruzione di muri per separare i privilegiati dagli altri, oltre ad essere di inquietante attualità, appare come la logica conseguenza di un modo di pensare che fa della discriminazione un'arma di sopravvivenza. Nessuno è gratuitamente mosso da una malvagità intrinseca, ed anche chi dice o pensa cose orribili sembra guidato dalla paura costante che il mondo possa, da un momento all'altro, crollargli addosso. Indirettamente, vale il vecchio detto che l'intolleranza è figlia della paura, soprattutto quando le proporzioni tra chi ha e chi non ha sono molto sperequate: pochi che vivono nel terrore di molti, che a loro volta aspirano a far parte dei pochi. Tuttavia, l'antropologia della serie sembra sostenere che tutti, nessuno escluso, possano diventare macchine di prevaricazione, a prescindere dalla loro indole. Eccezion fatta, forse, per i bambini, che in entrambi i mondi sembrano essere i soli ancora capaci di agire secondo (in)coscienza e non per omologazione.

Un futuro con radici nel nostro passato

La linea dei contenuti di Trepalium spazia dai terreni battuti da Elysium e Minority Report, con qualche incursione in Hunger Games. Solo il 20% della popolazione ha un'occupazione e vive in città, il restante 80% è confinato nelle inevitabili baraccopoli, con il mito ed il sogno di raggiungere l'area urbana ed aspirare ad un tenore di vita che viene chiamato, non a caso, "libero". Il progresso, non accompagnato da alcun mutamento sociale, ha reso gran parte dell'umanità "non necessaria": la stessa dicitura con la quale i nazisti apostrofavano gli ebrei scartati nei campi di lavoro. Non è un caso, forse, che in un'aula scolastica del mondo degli esclusi il maestro chieda ai bambini se "il lavoro renda liberi" evocando la tristemente nota scritta all'ingresso del campo di Auschwitz. E nemmeno che ai ragazzi venga spiegata l'etimologia del termine travail, lavoro: deriva proprio dal latino Trepalium e rimanda, non a caso, al concetto di tortura (appunto "tre pali", ai quali gli uomini venivano legati e torturati). Ancora una volta, sarà un giovanissimo eroe ad obiettare: considerare tortura tutto ciò che non si ha forse è il modo migliore per non ottenerlo mai.
Per quanto la serie parta da presupposti già ampiamente battuti dalla fantascienza sociale, potrebbe evolvere in modo più che positivo facendo leva su un potente punto di forza: l'attualità. E' proprio la vicinanza con alcune paure dell'oggi a rendere Trepalium più interessante di quanto, di per sé, cerchi di essere. Non c'è nulla di particolarmente nuovo a livello di script, con personaggi di diversa estrazione sociale le cui azioni finiscono con l'intrecciarsi, in vista di un loro probabile incontro futuro. Tuttavia, c'è un curioso e inquietante senso di prossimità, ovviamente portato all'estremo, con la disoccupazione tecnologica degli ultimi tempi, che ha trasformato la vita di molti in un perenne corso di aggiornamento per non restare fuori dall'onda anomala di innovazioni. Il tutto, con ripercussioni a macchia d'olio su ogni aspetto della nostra vita: il padre di uno dei protagonisti teme di finire nella zona dei disoccupati (e dunque di perdere la sua "libertà") proprio perché non può far più fronte alle proprie spese mediche. Ma se il figlio avesse una promozione sul lavoro, le cose potrebbero cambiare per tutti. Ed ecco che l'effetto domino su tutta la famiglia è servito, che si torna, come in un cerchio, all'idea originaria: non ci sono vincitori o vinti in un mondo così, ed anche chi apparentemente è privilegiato è perennemente in trincea.

Trepalium - Stagione 1 Uno sbocco interessante, se approfondito, potrebbe essere il progressivo svelare tutti gli altarini che la popolazione attiva nasconde pur di conservare e preservare se stessa. Uscendo dalla tradizionale dicotomia ricchi/poveri, eletti/esclusi, dentro/fuori le mura, Trepalium potrebbe sorprendere mescolando scontro di civiltà e guerra civile, mostrando come anche all’interno dello stesso contesto possano crearsi fratture insanabili pronte ad esplodere. Se invece rimanesse nel solido ma prevedibile binario del riscatto degli ultimi sui primi, resterebbe un prodotto di buona fattura ma dalle potenzialità inespresse, anche perché regia e fotografia sono asciutte al punto giusto da evitare sia la noia che l’eccesso.