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Big Mouth: prime impressioni sulla seconda stagione

Torna la serie animata di Netflix sugli orrori della pubertà, armata del solito mix di humour, pathos e imbarazzo.

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Negli ultimi anni Netflix si è fatto notare anche nel campo dell'animazione per un pubblico adulto, offrendo prodotti come la satira malinconica di BoJack Horseman e quella più politicamente scorretta di F Is for Family. Poi lo scorso è arrivato Big Mouth, rilettura caustica e surreale delle vere esperienze giovanili del co-creatore Nick Kroll, apprezzato comico americano che doppia anche diversi personaggi principali e secondari. È una serie che non esita a spingersi oltre i limiti della decenza, con gag visive molto spinte sugli aspetti più imbarazzanti della pubertà, con una punta di follia in più tramite i personaggi dei mostri ormonali (Kroll in versione maschile, Maya Rudolph in versione femminile) e un ammiccamento autoironico, nel finale della prima stagione, sul vantaggio dell'animazione ("Se fosse live-action, ci accuserebbero di pedopornografia"). Ma è anche un ritratto sincero e divertente di un'età difficile, che affronta l'argomento con cruda intelligenza: nei giorni precedenti l'arrivo della seconda stagione, il critico televisivo Alan Sepinwall ha riportato su Twitter le testimonianze di genitori che, dopo aver visto la serie con figli più o meno nella fascia d'età raccontata da Kroll e soci, hanno superato l'imbarazzo iniziale per avviare delle discussioni oneste e approfondite sulle tematiche del programma.

Crescere, che fatica!

Come sempre, l'epicentro narrativo ed emotivo è l'amicizia tra Nick (Kroll) e Andrew (John Mulaney). Quest'ultimo è visibilmente cresciuto dall'ultima volta che l'abbiamo visto, e ciò comporta qualche difficoltà a integrarsi nell'ambiente scolastico, mentre il suo amico di sempre teme di avere gli ormoni fuori posto, letteralmente (quando si manifesta il mostro, volgare e strepitoso, ma anche decrepito e dotato di una parlata che necessita di sottotitoli). Presenti, come sempre, anche gli adulti i cui comportamenti a tratti sono più imbarazzanti di quelli dei ragazzi (soprattutto quando viene svelato un segreto di non poco conto sull'insegnate di educazione sessuale).

Il tutto è condito con la solita miscela di crudezza mista a tenerezza, nonché un tocco di fantasia visiva che, unita al fattore animazione, attenua considerevolmente la carica scioccante delle immagini più esplicite. Una formula che, come lo scorso anno, si riassume alla perfezione nella bellissima sigla, dove disegni che lasciano poco spazio all'immaginazione (la raffigurazione delle mestruazio) vanno di pari passo con l'idea molto semplice e avvincente di un racconto d'amicizia. Un'amicizia la cui verosimiglianza, per quanto riguarda le conversazioni tipiche in età puberale, è al contempo una forza e un possibile elemento respingente. Sta allo spettatore decidere.