Netflix

Daredevil 3: prime impressioni sul ritorno di Matt Murdock

È finalmente arrivata su Netflix l'attesissima terza stagione del Diavolo di Hell's Kitchen: riuscirà definitivamente a consacrarsi?

first look Daredevil 3: prime impressioni sul ritorno di Matt Murdock
Articolo a cura di

A chiudere il cerchio di un anno in cui ogni membro dei Defenders ha avuto il suo momento con una nuova stagione, ecco finalmente l'atteso ritorno di Daredevil, la cui terza stagione - anticipata nelle ultime settimane da un corposo numero di teaser - è disponibile dal 19 ottobre su Netflix. Matt Murdock (interpretato da uno straordinario Charlie Cox) viene tuttora indicato come il personaggio più riuscito delle produzioni Marvel-Netflix, un riconoscimento meritato dopo il clamoroso e inaspettato esordio nel 2015. Nel mezzo, però, abbiamo avuto una seconda stagione che ha solo in parte soddisfatto le aspettative, ed è per questo che il terzo ciclo di episodi ha assunto i contorni di un momento decisivo, non solo per il personaggio ma per tutte le produzioni a esso legate. Si ritorna quindi nella onnipresente città di New York, nei momenti immediatamente successivi al finale di The Defenders. E, credeteci, per ora riabbracciare il Diavolo di Hell's Kitchen è stato un piacere squisito.

Take me to church

Ritroviamo infatti un Matt in condizioni a dir poco critiche dopo il collasso di Midland Circle, sopravvissuto per miracolo grazie a un canale di scolo. Un passante lo nota, quasi per caso, sul ciglio della strada, si avvicina e l'uomo morente riesce a sussurrargli solo un nome, un certo Padre Lantom (Peter McRobbie). È l'anziano prete nonché confidente di lunga data a prendersi cura di lui, insieme alla severa e acuta suora Maggie (Joanne Whalley). Nascosto nella chiesa in cui è cresciuto da orfano, Matt inizierà la sua dura guarigione, ostacolata inoltre da un dissidio interno: è diviso tra la voglia di abbandonarsi definitivamente al suo lato oscuro e quel barlume di fede che lo ha sempre animato, la cui presa si fa via via più flebile.

Nel frattempo, Wilson Fisk (Vincent D'Onofrio) è ancora in prigione a pagare per i gravi crimini commessi, apparentemente in pace. Sa di aver commesso degli errori ed è conscio di doverli pagare. Qualcosa, tuttavia, risveglierà in lui una certa urgenza: la notizia che il governo ha deciso di far ricadere le sue colpe anche sull'amata Vanessa (Ayelet Zurer). Decide di conseguenza di stringere un patto con l'FBI pur di salvarla, ovvero consegnare all'agenzia le maggiori operazioni criminali in attività nell'area di New York. A tutti gli effetti, la Grande Mela diventerà più sicura proprio grazie al suo aiuto.

Decisioni prese con criterio

Per chi si aspettasse fin dall'inizio un ritmo elevato, dovrà ricredersi. Come già successo nelle passate stagioni, la terza stagione di Daredevil inizia con una calma glaciale, sceglie di prendersi i suoi tempi per disporre i pezzi sulla scacchiera. E con un protagonista in quelle condizioni, probabilmente era impossibile fare altrimenti. Ma si tratta di una lentezza che non ha il retrogusto di un riempitivo evitabile: la sceneggiatura appare immediatamente solida e i dialoghi, in particolare quelli tra Matt e Maggie su Dio e il libero arbitrio, sono scritti e inscenati in maniera affascinante. Non si sente quell'atmosfera, spesso troppo presente nelle altre produzioni Netflix-Marvel, di star prendendo tempo nell'attesa che qualcosa finalmente accada; sembra tutto un fluire naturale di una vicenda che si sta componendo, pezzo dopo pezzo. La scelta di voler inizialmente sacrificare un minutaggio importante per personaggi centrali come Foggy (Elden Henson) e Karen (Deborah Ann Woll) ne è una fisiologica ripercussione: per gli sceneggiatori è stato fondamentale immergersi fino al dettaglio maniacale nell'evoluzione di Matt, di una persona che non ha più equilibrio e che non vuole neanche ricercarlo. Se non preme sull'acceleratore nelle prime puntate, Daredevil punta sulla profondità dei suoi personaggi e sulle questioni morali mai banali che riescono a sollevare, con la solita cura e i contrasti, specialmente cromatici - tra il bianco candido della cella di Fisk e il rosso cupo dello scantinato della chiesa in cui si trova Matt - che negli anni abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Si sente il respiro di una grande produzione e di una storia che fin da queste prime impressioni mostra delle potenzialità fenomenali.