Homecoming: prime impressioni sulla serie Amazon con Julia Roberts

Una struttura dedita ad aiutare i reduci di guerra per ritornare alla vita civile e gestita da una misteriosa corporazione. Cos'è davvero l'Homecoming?

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Finalmente, anche Amazon Prime Video sembra procedere a pieni ritmi, dopo un avvio complicato e qualche inciampo di troppo: i contenuti originali sono vari e spaziano dalla comicità al dramma in tutte le loro sfaccettature, e il futuro si mostra sempre più promettente grazie a nomi all'orizzonte del calibro di Good Omens, The Boys, Too Old to Die Young scritta da Nicolas Winding Refn e l'ancora lontana produzione su Il Signore degli Anelli. È una piattaforma ormai pronto a sfidare Netflix e non è un caso che una delle serie di punta del 2018 di Prime Videoesordisca lo stesso giorno dell'ultima stagione di House of Cards. Ci riferiamo a Homecoming, un thriller psicologico con protagonista Julia Roberts e diretto interamente da Sam Esmail, la brillante mente dietro Mr. Robot, la cui firma autoriale è evidente fin dal trailer. Ciò che sta prendendo forma dalle prime puntate è un prodotto estremamente particolare e delicato, affascinante e molto frammentato, che però non riesce da subito a dissipare alcuni dubbi. Vi spieghiamo il perché.

Un oasi apparente

Heidi Bergman (Julia Roberts) è una psicologa per l'Homecoming, una struttura privata intenta ad aiutare la transizione dei soldati verso il ritorno alla vita civile. Strettamente volontaria, questa enorme villa in Florida circondata da pellicani sembra una dolce oasi in cui i veterani possono sfogare tutto il loro malessere e riadattarsi a normali situazioni sociali, come un colloquio di lavoro. Anni dopo, ritroviamo Heidi a fare la cameriera nel tentativo di ricominciare da zero, finché non viene rintracciata da Thomas (Shea Whigham), del Dipartimento della Difesa, interessato al suo lavoro proprio all'Homecoming. Heidi però appare molto preoccupata e tenta di negare ogni dettaglio specifico. Una biforcazione temporale che in realtà ha conseguenze radicali anche sul piano narrativo, tematico e stilistico: lo show creato da Eli Horowitz e Micah Bloomberg, infatti, procede su due ben precise direttive, ovvero il lavoro con i reduci di Heidi nel passato e l'indagine sulla struttura nel presente.

Pillola rossa o pillola blu?

Ne fuoriesce un mix molto peculiare e distintivo, consapevolmente placido nel ritmo, scandito da alcuni brillanti dialoghi (del resto la serie si basa su un podcast) e da scampoli di informazioni e indizi, che lasciano intendere un esito negativo dell'esperimento dell'Homecoming e magari una gestione non proprio virtuosa da parte del misterioso gruppo Geist. Sembra che la sceneggiatura frammentata voglia lentamente comporre un puzzle scomposto da lasciare nelle mani dello spettatore, senza aiutarlo in maniere eccessive. È un proposito intrigante, sorretto oltretutto da una firma stilistica e registica meravigliosa dovuta ad Esmail, al contempo elegante e minimalista, ricca di movimenti di camera sinuosi e spesso riprendenti la scena dall'alto. Il problema che sorge da questi primi episodi è più che altro di identità: le anime che dimorano in Homecoming sono differenti ed entrambe di ben ampio respiro. Il rischio è di sacrificare elementi importanti che richiedono molto spazio per essere sviluppati, basti pensare ai problemi psicologici affrontati dai reduci. Cosa vuole essere allora Homecoming, un thriller fortemente psicologico o un dramma incentrato su complotti e istituzioni corrotte? Forse entrambe le cose, ma al momento il tema puramente psicologico è fin troppo preminente, mentre il mistero su chi o cosa gestisca la struttura è a malapena accennato, quasi inserito per caso. In questo senso è un bene che la strada da percorrere sia ancora lunga.