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Il metodo Kominsky: primo sguardo alla nuova serie Netflix

Debutta su Netflix Il metodo Kominsky, nuova comedy creata da Chuck Lorre, con Michael Douglas nei panni di un anziano insegnante di recitazione

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Sandy Kominsky è un uomo sulla settantina, una breve carriera da attore alle spalle e una notevolissima fama come insegnante di recitazione. È un uomo vitale, pronto a lanciarsi tra storie amorose e confronti con i suoi giovani allievi, che lo venerano come una divinità, un mentore infallibile. Sandy è però intimamente terrorizzato dall'età che inesorabilmente avanza e dalla fine sempre più vicina. Una paura che si concretizza nel momento in cui Eileen, moglie del suo migliore amico Norman, muore, lasciando nei due anziani la consapevolezza della caducità della vita. Il pilota della nuova serie Netflix, co-prodotta da Warner Bros. e Chuck Lorre Productions, si presenta a suo modo in maniera sorprendente. Perché Il metodo Kominsky è una creatura decisamente insolita, considerando il pedigree del suo creatore, quel Chuck Lorre che abbiamo imparato ad amare per le sue sit-com irriverenti, The Big Bang Theory su tutte.

Quando il sipario sta per chiudersi

Proprio dalla serie nerd per eccellenza parte e prende le distanze la sua nuova opera, chiarendo fin da subito che Il metodo Kominsky vuole essere qualcosa di altro, portare il discorso di Lorre a un livello successivo. Qui si parla di vita, e lo si fa mescolando inizialmente i piani, presentando la serie subito come un racconto meta-testuale sulla recitazione, tra sessioni in aula e linee di dialogo sui generi e i prodotti. Con l'incedere dei trenta minuti che compongono il primo episodio notiamo però come i toni vadano aggravandosi, l'attenzione spostandosi dal lavoro all'umanità. Iniziano ad essere più insistenti i riferimenti all'età, viene svelata la paura della fine di Sandy (Michael Douglas), concretizzata nella sua difficoltà nel presentarsi a casa di Norman (Alan Arkin), dove una Eileen (Susan Sullivan) in fin di vita è lì a fare da monito. L'inevitabile dipartita della donna dà il la a quello che immaginiamo sarà il vero motivo della serie, un racconto di amicizia e riflessione sulla vecchiaia tenuto in piedi da due mostri sacri di Hollywood. Già il pilota infatti ci restituisce un Alan Arkin e un Michael Douglas in splendida forma, pronti a prendersi poco sul serio, come a dar sfoggio della loro vena drammatica, accompagnati dalla scrittura di un Lorre certamente alle prese con qualcosa per lui inedito ma che non sembra creargli troppe difficoltà. È un inizio quindi positivo, che ci lascia con premesse interessanti, ma uno spunto rischioso da gestire. Non resta quindi che continuare la visione per scoprire se la serie riuscirà a trovare e mantenere un suo equilibrio, senza scadere nel retorico o nel banale.