Il Nome della Rosa: prime impressioni sulla nuova miniserie Rai

Il romanzo di Umberto Eco torna sugli schermi in versione seriale, con John Turturro e Rupert Everett tra i protagonisti.

first look Il Nome della Rosa: prime impressioni sulla nuova miniserie Rai
Articolo a cura di

Sono passati quasi quarant'anni dalla prima edizione de Il nome della rosa, il romanzo con cui Umberto Eco esordì nella narrativa: un libro denso, pieno di allusioni e simboli, un trattato di filologia e semiotica mascherato da giallo (non a caso, per l'adattamento cinematografico di Jean-Jacques Annaud, uscito nelle sale nel 1986, fu conservata prevalentemente la dimensione mystery). Un'opera importante e ricca di spunti, che proprio a causa della semplificazione richiesta per portarla al cinema potrebbe trarre beneficio da una nuova trasposizione, questa volta per il piccolo schermo. E così è stato, grazie alla collaborazione tra Rai Fiction, Palomar e il tedesco Tele München Gruppe, una sinergia dalla quale è nata Il Nome della Rosa, miniserie in otto puntate (quattro prime serate su Rai Uno) a cura di Giacomo Battiato in cabina di regia e, come collaboratori alla sceneggiatura, Andrea Porporati e Nigel Williams. Come nel film, il cast è internazionale, e la serie è disponibile in due versioni: in italiano per la prima messa in onda, e in inglese (a scelta) per la fruizione tramite RaiPlay.

L'importanza del nome

"Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus", recita l'ultima frase del libro: la rosa d'altri tempi rimane solo in quanto nome, e noi possediamo nomi nudi. Del passato e della sua bellezza rimane solo il nome, e per certi versi in questa sede è rimasto solo il titolo del libro. Senza voler scomodare paragoni con il film di Annaud, che pur non essendo eccelso aveva una sua dignità da thriller medievale, questo nuovo adattamento risulta, almeno nei primi due episodi, televisivo nel senso più deleterio del termine: posticcio, artefatto, senza quella dimensione di tangibilità storica che dominava le pagine della prosa di Eco. L'allungamento dell'intreccio per riempire otto episodi comporta anche, per ora, un rallentamento del ritmo che, in funzione della componente di genere (non preponderante, ma comunque presente), produce un effetto inibitore. Le deviazioni dalla pagina scritta, anche senza necessariamente sapere che sono tali, risultano invadenti, fuori luogo, con un flashback sulle gesta di tale Fra' Dolcino (Alessio Boni, l'ospite speciale di turno) che arriva all'improvviso e smorza qualunque carica la miniserie potesse pretendere di avere in quel momento. Da una parte si cerca di mantenere quell'atmosfera lurida che uno si potrebbe aspettare da una produzione di questo tipo, dall'altro spuntano intermezzi comici come quello in cui Stefano Fresi, cercando di ostentare le sue conoscenze linguistiche, commenta "Tutti ugualos, tutti bellissimos, todos beautiful".

E per quanto la risata sia un elemento importante a livello narrativo e filosofico nel testo originale, qui non può che essere straniante, in attesa di una rivalutazione postuma. Una situazione dovuta forse anche al mediocre doppiaggio italiano, che rende irriconoscibile soprattutto John Turturro nei panni di Guglielmo da Baskerville, creando una scissione tra performance fisica e resa vocale che è difficile ignorare dato che la serie, in chiaro, verrà vista soprattutto doppiata. Per fortuna c'è Rupert Everett che, nel ruolo di Bernardo Gui, trasuda minaccia anche se la voce non è la sua. Ma basterà per restituire un'identità a questa trasposizione che rischia l'anonimato?