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Lost in Space: Prime impressioni sulla seconda stagione della serie Netflix

L'odissea intergalattica della famiglia Robinson ritorna con una seconda stagione all'apparenza libera dai vincoli che l'avevano ristretta.

Lost in Space: Prime impressioni sulla seconda stagione della serie Netflix
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In attesa di aprire il nuovo anno con una serie potenzialmente molto controversa come Messiah, Netflix sceglie di chiudere il 2019 con il ritorno della famiglia Robinson e le sue odissee spaziali. Una decisione che può sembrare bizzarra, proporre la seconda stagione di un prodotto comunque atteso quale Lost In Space durante la vigilia di Natale è effettivamente quasi un azzardo. O forse si è voluto cavalcare l'onda scatenata dall'uscita di Star Wars: L'Ascesa di Skywalker e quindi una rinnovata voglia verso disavventure su pianeti e galassie lontane lontane. In ogni caso, l'esordio di una nuova versione di Lost In Space era riuscito a guadagnarsi un buon successo, pur senza entusiasmare a causa di alcune ingenuità.

Ed è precisamente questo il compito del nuovo ciclo di puntate: alzare l'asticella ora che la base è stata ampiamente coperta. Conosciamo i personaggi, i loro rapporti, i loro background ma ora bisogna lasciar libero il potenziale di un concept intrigante e senza tempo. La direzione intrapresa, infatti, sembra essere proprio questa.

7 mesi di pericolo

Sono passati 7 mesi dal cliffhanger che aveva chiuso la prima stagione, in cui i Robinson sono stati forzatamente trasportati da un misterioso motore alieno in un sistema stellare sconosciuto. Solo il giovane Will (Maxwell Jenkins) riconosce il luogo, indicato dal robot con cui tanto aveva legato da un solo e terrificante nome: pericolo. Atterrati sul pianeta più vicino, nello specifico su una spiaggia isolata, la famiglia si è adoperata al massimo delle proprie limitate possibilità per sopravvivere in un ambiente fortemente ostile, in primis dovuto ad un'atmosfera non respirabile per l'altissima concentrazione di metano. Le cose sembravano addirittura aver preso una certa stabilità con parvenze di routine, finché Maureen (Molly Parker) elabora un piano estremamente rischioso e folle che però potrebbe far decollare ancora una volta la loro astronave.

Un piano che prevede innanzitutto la trasformazione della nave spaziale in una semplice nave improvvisata, con tanto di vele per solcare il mare circostante, e in ciò è impossibile non notare un pizzico di ironia cercata e voluta. Ad agire da timoniere, per così dire, sarà infatti il padre John (Toby Stephens), con tanto di riferimenti ad un passato da marinaio. Toby Stephens nel panorama seriale è divenuto celebre per aver interpretato - magistralmente - il capitano Flint in Black Sails, coincidenze che fanno sorridere.

Un inizio convincente

L'incipit è a dir poco travolgente, capace di immediatamente mettere al centro dell'attenzione i punti di forza di Lost In Space. A dominare le scene è un'estetica che già durante la scorsa stagione aveva più volte entusiasmato con panorami variegati e continuamente sorprendenti, per ecletticità e cromatismi. Una serie fantascientifica dovrebbe essere una delizia per gli occhi e il prodotto Netflix si conferma squisito sotto tale punto di vista.

Direttamente collegato è l'altro aspetto che Lost In Space centra alla perfezione, ovvero il senso della scoperta. Stiamo parlando di un'odissea in luoghi sconosciuti, regioni dell'universo che l'essere umano non aveva mai neanche pensato di raggiungere né tantomeno esplorare. Cosa si nasconde tra le pieghe di un cosmo sterminato? Potrebbe esserci qualunque cosa, da una tempesta di fulmini all'orizzonte ad un muschio fluorescente che cresce ovunque, il limite è soltanto la fantasia, una capacità di immaginazione da stimolare costantemente.

Ma in generale tutta la serie sembra rinata, finalmente non più costretta a dover introdurre situazioni, scontri, tensioni. Ormai sono entità note allo spettatore, non c'è bisogno di chiarire ogni passaggio e Lost In Space può dare quel tanto desiderato ampio respiro al suo racconto, o almeno è ciò che si evince dall'apertura di stagione. Certo, rimangono ancora delle ingenuità e timide forzature - ad un certo punto durante la premiere si scatenano 3-4 coincidenze in rapida sequenza pur di mandare avanti la trama.

E da un prodotto del genere sarebbe folle aspettarsi chissà quale profondità narrativa e concettuale. Ma quando anche un personaggio dalla caratterizzazione sciagurata come Smith (Parker Posey), fiacco e caricaturale villain della passata stagione, riesce ad essere raddrizzato dando un senso e una reale ambiguità alla sua schizofrenia, significa che la strada è quella giusta.

Lost in Space - Stagione 2 Lost In Space sembra aver decisamente imboccato la giusta strada. Non che la sua prima stagione fosse un prodotto mediocre o particolarmente non riuscito, sia chiaro. Ma era chiaro che la serie fosse bloccata da un bisogno - a tratti fin troppo prolisso - di introdurre e contestualizzare personaggi e situazioni. Un villain caricaturale e fiacco ha fatto poi il resto. Adesso, invece, la situazione sembra ribaltarsi poiché Lost In Space, almeno in queste prime battute, sembra finalmente poter respirare e concentrarsi sui suoi aspetti migliori, quei pregi che la rendono potenzialmente un'ottima serie di fantascienza. In primis, un'estetica a dir poco deliziosa capace di sorprendere lo spettatore ad ogni angolo e, di conseguenza, un altro topos cruciale del genere: il senso della scoperta. Le premesse sono ottime.